Con la pubblicazione del Decreto del ministero dell’Economia e delle Finanze numero 19 del 13 gennaio 2022 diventa ufficiale l’abbassamento da 500 a 100mila euro della soglia minima di investimento degli investitori non professionali in Fia riservati, compresi quindi i fondi di private capital e di real estate. Lo scopo è quello, evidente, di ampliare la platea di investitori in private assets a una clientela upper-affluent e private e in generale a soggetti che siano sufficientemente evoluti per un investimento ad altro rischio. Secondo stime di mercato, la mossa del Mef potrebbe far affluire 25 miliardi in più (rispetto agli attuali 4 miliardi) verso i Fia.

Nello specifico, il nuovo articolo 14 stabilisce che il regolamento o lo statuto del Fia italiano riservato possa prevedere la partecipazione anche di investitori non professionali che nell’ambito della prestazione del servizio di consulenza in materia di investimenti sottoscrivono ovvero acquistano quote o azioni del Fia per un importo iniziale non inferiore a 100mila euro a condizione che, per effetto della sottoscrizione o dell’acquisto, l’ammontare complessivo degli investimenti in FIA riservati non superi il 10% del proprio portafoglio finanziario.

Il soggetto che propone l’acquisto o la sottoscrizione di quote o azioni di FIA italiani riservati, cioè gestori o altre società di risparmio, stando al decreto deve assicurare la sussistenza dei requisiti richiesti sulla base delle informazioni presentate dal potenziale investitore non professionale. Quest’ultimo è tenuto a fornire al soggetto che propone l’acquisto o la sottoscrizione di quote o azioni di FIA informazioni accurate sul proprio portafoglio finanziario e sugli investimenti in strumenti simili, in ottica Mifid compliant.

La modifica arriva dopo una grande battaglia di Aifi (Associazione Italiana del Private Equity, Venture Capital e Private Debt) supportata dall’AIPB (Associazione Italiana Private Banking) che aveva anche richiesto, in sede di consultazione al Mef e nelle interlocuzioni successive, la possibilità che l’abbassamento della soglia e il limite di concentrazione non dovessero essere necessariamente accompagnati dal regime di consulenza. L’associazione fa sapere che si continuerà a portare avanti tale richiesta nelle sedi competenti.

Questo abbassamento, commenta Antonella Massari, segretario generale di AIPB agevola i gestori che normalmente privilegiano la natura riservata dei FIA, caratterizzata da minori vincoli di concentrazione per gli investimenti e un processo autorizzativo più snello. L’opzione data ai gestori di prevedere finestre di uscita anticipate per gli investitori rende sicuramente più attrattiva la forma chiusa dei Fia, perché favorisce la creazione di un mercato secondario, anche se, a questo proposito, va segnalata una bassa presenza sul territorio italiano di operatori specializzati nell’acquisto sul mercato primario”. Per questo, aggiunge, “la possibilità di acquisto sul mercato secondario rappresenta una scelta molto appetibile, soprattutto per la clientela del Private Banking, in funzione della possibilità di conoscere gli investimenti effettuati da un fondo già avviato, al posto di dover sottoscrivere un blind pool“.

Massari spiega che “dall’analisi dell’offerta abbiamo rilevato come per i gestori alternativi attrarre investimenti della clientela Private sia stata fino ad oggi più frutto di occasioni, che di una strategia mirata verso il target market positivo di famiglie Private. Il potenziale crescerebbe significativamente se i gestori alternativi identificassero esplicitamente nelle Famiglie Private un “target market positivo” per la loro offerta di investimenti economia reale”.

Settore in crescita

La modifica arriva in un momento buono per il private equity, al netto delle conseguenze – ancora poco quantificabili – della crisi in Ucraina. Proprio di recente i dati del Pem (Private equity monitor) dell’università Liuc, hanno raccontato un 2022 avviato con numeri da record. Dopo un 2021 di grande crescita, i primi due mesi del 2022 si sono chiusi registrando 52 nuovi investimenti rispetto ai 45 dello stesso periodo del 2021. Oltre la metà (54%) è stata realizzata da soggetti internazionali.

Nel dettaglio, le operazioni di buy out si confermano predominanti sul mercato, ma con una percentuale più contenuta rispetto al trend più recente (62%), mentre le operazioni in capitale per lo sviluppo si attestano stabili intorno al 13%. Interessante la presenza di dieci operazioni (19%) relative al comparto delle infrastrutture e un 6% riconducibile a operazioni di replacement.

In ottica settoriale, invece, si dividono il gradino più alto del podio cleantech, ICT e terziario con il 17%, lasciando prodotti per l’industria e beni di consumo, storicamente ai primi posti, rispettivamente al 12% e al 10%.

Quanto alle operazioni concluse all’estero da operatori di private equity italiani, nel corso del periodo esaminato sono state censite due operazioni di acquisizione diretta all’estero, realizzate in Spagna da Green Arrow Capital e in Svizzera da Simest, e sette add-on aventi quali target company aziende estere, cinque di esse in Europa e due negli Stati Uniti.

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