Si vota sulla giustizia. La Corte costituzionale si è espressa e su otto referendum proposti sono stati considerati ammissibili solo cinque sulla giustizia promossi da Lega e Radicali. Non andranno al voto popolare, invece, quello sull’abrogazione parziale dell’articolo 579 del codice penale, permettendo cosi quella che si definisce eutanasia attiva, quello sulla depenalizzare della coltivazione della cannabis, e, infine, quello sulla responsabilità civile dei magistrati, che prevede che il magistrato paghi di tasca propria per l’eventuale errore giudiziario commesso e conseguente condanna.

I referendum ammessi

Nel dettaglio, a ricevere il via libera della Corte sono stati il referendum che chiede di abrogare la legge Severino, nella parte in cui prevede la sanzione accessoria dell’incandidabilità e del divieto di ricoprire cariche elettive e di governo dopo una condanna definitiva; quello che chiede di abolire la raccolta delle firme per presentare la candidatura al Consiglio superiore della magistratura (Csm); quello che chiede di ridurre i reati per cui è consentito il ricorso alle misure cautelari in carcere; quello che chiede la separazione delle carriere dei magistrati, per obbligarli a scegliere all’inizio della loro carriera se percorrere la funzione giudicante o requirente, per poi mantenere quel ruolo durante tutta la vita professionale, e quello sulla valutazione dei magistrati, che vuole introdurre la possibilità che negli organi che hanno il compito di valutare l’operato dei magistrati possano votare anche i membri non togati (ovvero gli avvocati).

A prendere la decisione sono stati i quindici giudici che hanno giudicato se le questioni al centro dei referendum rientrassero in una delle quattro categorie di leggi che, secondo l’articolo 75 della Costituzione. In un’inusuale conferenza il neo presidente Giuliano Amato ha sottolineato che se la Corte avesse potuto correggere qualche quesito per renderlo ammissibile, i giudici costituzionali l’avrebbero fatto. Ma non potevano. Dalla spiegazione è emerso anche la sofferenza nascosta dietro alcuni “no”, come ad esempio sul “fine vita”, su cui Amato ha denunciato l’uso improprio delle parole: “L’hanno dipinto come un referendum sull’eutanasia, mentre era sull’omicidio del consenziente, e formulato in modo da estendersi a situazioni del tutto diverse da quelle per cui pensiamo possa applicarsi l’eutanasia. Un risultato costituzionalmente inammissibile”.

Spetta ora al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, su deliberazione del Consiglio dei ministri, indire così con un decreto fissandone la data del voto popolare tra il 15 aprile e il 15 giugno per i referendum passati al vaglio della Corte.

Bisogno di cambiamento

“Oggi il mondo della magistratura ha bisogno di un cambiamento, a chiedercelo è anche l’Europa. I referendum possano andare a modificare degli aspetti importanti, ma deve cambiare il mondo interno della giustizia. Ci deve essere più collaborazione tra magistrati e avvocati, con l’Università e le cancellerie e si deve lavorare per una giustizia più celere e ancora più trasparente”, commenta a Dealflower l’avvocato Antonio Bana (nella foto sotto), dello Studio Bana.

Avvocato Antonio Bana

Dalla legge Severino alla separazione delle carriere: cosa voteremo

Proprio mentre il parlamento sta lavorando a una riforma strutturale della giustizia il cui ultimo capitolo – dopo quelli sul processo penale e sul processo civile che sono già diventati legge – ha a che fare con la riforma del Consiglio superiore della magistratura (Csm) e dell’ordinamento giudiziario, sono stati proposti i sei quesiti. Un tempismo non perfetto, considerato che la discussione parlamentare potrà sovrapporsi alla campagna referendaria, creando cosi confusione e diversi problemi politici. Soprattutto, perché i temi di tre quesiti – quello sulla separazione delle funzioni, sulle firme per presentare le candidature per il Csm e sulla presenza dell’avvocatura nei Consigli giudiziari – rientrano anche nei programmi della riforma. Se questa, infatti, sarà approvata prima del voto dei referendum, quest’ultimi di conseguenza saranno annullati.

A oggi è possibile per i magistrati passare dalla posizione di pm a quella di giudice e viceversa, un cambio che può essere fatto quattro volte. La riforma punta a ridurli a due, mentre il referendum vuole completamente abolirli costringendo i magistrati a scegliere fin da subito la posizione che vogliono ricoprire, se quella di giudicante o quella di inquirente. E dovrà poi rimanere in quel ruolo per il resto della sua attività professionale.

“Una soluzione che probabilmente risente di quel periodo di cui ricade proprio oggi l’anniversario, ‘Mani pulite“- commenta l’avvocato Bana -. Nel secolo scorso capitava di trovarsi di fronte a un pubblico ministero che un giorno richiedeva una misura cautelare e il giorno dopo giudicava un caso. Allo stesso tempo, però, nella vita può esserci un cambiamento per tutti, è drastico dover scegliere una carriera una volta e non avere più in tutta la vita professionale la possibilità di cambiare”.

La questione della raccolta firme per i magistrati intenzionati a candidarsi al Csm, l’organo di autogoverno della magistratura, propone di cancellare la norma che stabilisce che ogni candidatura va sostenuta dalle firme di almeno 25 presentatori. L’obiettivo è arrivare a candidature individuali libere, già previste però nella riforma Cartabia.

Il referendum che interviene sulla valutazione dei magistrati propone che anche i membri non togati (gli avvocati, ad esempio), presenti negli organi che hanno il compito di valutare l’operato dei magistrati, abbiamo il diritto di voto come i membri togati. “Si tratta di un ruolo che deve essere preso sul serio, consapevoli del compito che si va a svolgere, per questo una composizione mista potrebbe essere lecita ma deve essere ottimamente rappresentata“, aggiunge Bana.

Escluso dalla riforma Cartabia, per cui si andrà sicuramente al voto, è invece il referendum sulla custodia cautelare preventiva, cioè la misura che prevede che un soggetto indagato può essere detenuto durante le indagini ancora prima di un eventuale sentenza di condanna. In Italia, al momento, può essere applicata nel caso in cui sussistono tre requisiti: pericolo di fuga dell’indagato, pericolo di inquinamento delle prove e rischio che la stessa persona commetta altri gravi illeciti penali. Il referendum punta a eliminare i primi due requisiti e a mantenere solamente quello relativo ai reati gravi. “Sono esclusi, però, i reati di finanziamento illecito ai partiti e quelli puniti con la reclusione non inferiore nel massimo a cinque anni, a meno che non ricorra il pericolo di fuga dell’indagato o di inquinamento delle prove”, spiega l’avvocato.

Si voterà presto anche il referendum su parte della Legge Severino, approvata dal governo di Mario Monti, che prevede l’incandidabilità e il divieto di ricoprire cariche elettive per chi ha subito una condanna definitiva a più di due anni di reclusione. Lega e Radicali hanno chiesto di abolire l’intero testo unico delle disposizioni in materia di incandidabilità, uno dei decreti attuativi della legge. Il che significa eliminare le norme che impediscono la partecipazione alle competizioni elettorali per il Parlamento europeo e italiano e alle elezioni regionali, provinciali e comunali di chi sia stato condannato in via definitiva per mafia, terrorismo, corruzione e altri gravi reati. E soprattutto l’articolo 11, che prevede per gli amministratori locali la sospensione, dopo la condanna di primo grado per alcuni reati. In caso di vittoria dei sì, tornerebbe a vivere la legislazione precedente in base alla quale l’interdizione dai pubblici uffici è una pena accessoria decisa eventualmente dal giudice.

Chi risponde degli errori giudiziari?

In caso di errori giudiziari da parte di un magistrato continuerà a essere lo Stato a risponderne e non il giudice stesso, come richiesto invece dal referendum. La Corte costituzionale ha ritenuto, infatti, che il quesito sulla responsabilità civile dei magistrati non è ammissibile e per questo non sarà tra quelli votati tra aprile e giugno. Il quesito voleva eliminare il sistema della responsabilità indiretta, per cui in prima battuta è lo Stato a pagare per gli errori giudiziari, risarcendo il cittadino che abbia subito un ingiusto danno che poi esercita diritto di rivalsa sul giudice ritenuto responsabile, e far sì che fosse il magistrato stesso a pagare di tasca propria l’eventuale condanna.

Una situazione che “avrebbe tolto l’inchiostro alla penna dei giudici – sottolinea Bana -. Non è agendo su questo aspetto che si risolve il problema, bisogna lavorare a monte, fin dall’inizio dell’attività di indagine e alle prove raccolte che devono essere utilizzate correttamente e devono supportare concretamente l’avvio del processo”.

Il mancato voto sui temi social per i testi non corretti

La Corte Costituzionale ha giudicato inammissibile il referendum sull’eutanasia attiva, chiesto con una raccolta firme organizzata nei mesi scorsi dall’Associazione Luca Coscioni, e quello sulla depenalizzare la coltivazione di cannabis. Il presidente Amato ha sottolineato che il “no” è stato dovuto per una scrittura non corretta dei quesiti.

Il primo chiedeva di eliminare la pena del carcere prevista per le condotte illecite legate all’uso e al consumo della sostanza, a eccezione dell’associazione finalizzata a traffico illecito. Significa che si sarebbe potuto utilizzare liberamente cannabis, ma sarebbe stato ancora illegale lo spaccio, la fabbricazione, l’estrazione e la raffinazione di stupefacenti.

Nel caso dell’eutanasia, 1,2 milioni di firme avevano detto sì, ma la Corte lo ha respinto perchè perché in caso di legalizzazione “non sarebbe stata preservata la tutela minima costituzionalmente necessaria della vita umana, in generale, e con particolare riferimento alle persone deboli e vulnerabili”.

Il referendum proponeva di abrogare una parte dell’articolo 579 del codice penale, che punisce l’omicidio di una persona consenziente: in questo modo sarebbe stata permessa l’eutanasia attiva, che avviene quando il medico somministra il farmaco necessario a morire e che al momento è illegale in Italia. Erano escluse le persone più vulnerabili: i minori, gli incapaci anche parzialmente o con una deficienza psichica momentanea e le persone il cui consenso non è libero, ovvero estorto o carpito con l’inganno. Tutti questi casi sarebbero stati ancora puniti come omicidi dolosi.

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