La moda italiana non ama i riflettori della Borsa. Su 152 grandi aziende italiane della moda, solo 11 sono quotate e queste producono il 17,5% del fatturato aggregato (12,0 miliardi di euro), mentre il restante 82,5% (56,6 miliardi di euro) è generato dalle 141 non quotate. E questo nonostante, come rilevato dall’Area Studi Mediobanca nel nuovo report sulle Maggiori aziende moda Italia, nel 2022 il giro d’affari nominale a livello aggregato sia aumentato del 20% (a 82 miliardi di euro, +21% sul 2019) – grazie alle vendite all’estero, in accelerazione del 24% sul 2021 – ed è prevista una crescita nell’anno in corso dell’8% che porterebbe l’aggregato delle maggiori aziende a sfiorare i 90 miliardi.

Continua quindi l’onda positiva del settore, iniziata nel 2021 – in ripresa dalla pandemia – in cui il giro d’affari delle 152 maggiori aziende della moda si è attestato su 68,6 miliardi di euro (+32,7% sul 2020), superando dello 0,9% i livelli pre-pandemici, con l’impiego di quasi 260mila dipendenti (+1,3% sul 2020 e -4,4% sul 2019). Il fatturato estero registra un rimbalzo più sostenuto (+35,7%) rispetto a quello nazionale (+28,7%).

Poco interesse per le piazze

Dopo il rimbalzo del dicembre 2021 (+29,4% sul 2020), la capitalizzazione delle aziende della moda italiana a fine 2022 ha chiuso in flessione (-14,4% sul 2021), attestandosi a 37,6 miliardi di euro, pari al 5,3% del valore dell’industria della Borsa Italiana, esclusa Prada. Nel primo scorcio del 2023 si evidenzia una ripresa (+15,8% a metà febbraio 2023).

Sul podio delle piazze (al 15 febbraio 2023) c’è appunto Prada (15,9 miliardi di euro), Moncler (15,7 miliardi) e Brunello Cucinelli (5,5 miliardi). Seguono Salvatore Ferragamo (3 miliardi) e Tod’s (1,2 miliardi). Tutte le altre società del panel registrano una capitalizzazione inferiore al miliardo di euro.

Nel complesso le undici società quotate del panel sono: Aeffe, Basicnet, Brunello Cucinelli, Lir-Geox, Moncler, Ovs, Piquadro, Prada (quotata a Hong Kong), Safilo Group, Salvatore Ferragamo, Tod’s. E’ esclusa la Ermenegildo Zegna che ha sede in Olanda.

Quali sono le aziende che fatturano di più

Le 152 maggiori aziende della moda con sede in Italia registrano un valore aggiunto pari all’1,3% del Pil nazionale nel 2021 e sono distribuite in tutta la penisola, con prevalenza nel nord (111 unità), seguito dal centro (32).

La base produttiva delle aziende esaminate è principalmente italiana: il 68% degli insediamenti manifatturieri è ubicato in Italia, mentre il restante 32% è in paesi stranieri: 17% Europa, 8% Asia, 5% Africa e 2% Americhe. Per le aziende di alta gamma, la concentrazione della produzione nazionale è maggiore: l’83% della loro base produttiva è in Italia e solo il 17% è in paesi stranieri (di cui due terzi in Europa).

Tra le imprese manifatturiere spicca l’abbigliamento che determina il 28,6% dei ricavi aggregati 2021, seguito da pelli, cuoio e calzature (23,1%). Le produzioni riferibili all’alta gamma cubano il 73,2% del totale dei comparti abbigliamento, pelletteria e tessile.

Nel dettaglio, le prime 20 aziende rappresentano da sole oltre la metà del fatturato aggregato. Al primo posto per ricavi si conferma Prada (3,4 miliardi) che precede Luxottica Group (3,2 miliardi), consolidata dalla multinazionale EssilorLuxottica, e Calzedonia Holding (2,5 miliardi). Seguono Moncler e Giorgio Armani con un giro d’affari di 2 miliardi ciascuno.

Il made in Italy piace

Importante la presenza di gruppi stranieri nella moda italiana: 58 delle 152 aziende hanno una proprietà estera che controlla il 43,6% del fatturato aggregato (il 24,2% è francese). L’investitore straniero predilige l’alta gamma: l’87,4% del fatturato aggregato delle aziende a controllo estero è relativo alla fascia lusso (il 58,8% è francese).

La proiezione internazionale è una delle caratteristiche più rappresentative delle società manifatturiere della moda: il 73,7% del fatturato complessivo proviene dall’estero, con in testa la gioielleria (80,3%), l’occhialeria (78,0%) e le pelli, cuoio e calzature (76,9%). I produttori di alta gamma (comparti abbigliamento, pelletteria e tessile) si collocano su livelli di export più elevati rispetto a quelli di fascia più economica (73,2% vs 58,2%), dimostrando maggiore capacità di presidiare i mercati esteri.

Non bene la redditività

La redditività segnala una dinamica calante: l’ebit margin scende dal 12,1% del 2019 al 10,6% del 2021, dopo l’impatto dirompente della crisi quando si era fermato al 4,5%. Il comparto pelli, cuoio e calzature riporta i margini più soddisfacenti (15,7% nel 2021), seguito dall’occhialeria (12,3%). Abbigliamento e gioielleria sono gli unici due settori produttivi ad aver migliorato i margini nel triennio, superando i livelli pre-crisi.

I prodotti di alta qualità continuano a premiare la redditività, con l’alta gamma a chiudere il 2021 con un ebit margin del 10,8%, il 46% al di sopra dei valori dei produttori mass market (7,4%). Il podio per redditività vede al primo posto Fendi (32,8%), davanti a Renato Corti (29,5%) e Gingi (29,2%, principale marchio Elisabetta Franchi).

In rimbalzo del 46,4% sul 2020 gli investimenti che superano dell’8,9% i livelli pre-crisi (330 milioni in più sul 2019). Fra le aziende produttive, nel comparto della gioielleria la crescita è stata anche più consistente (+189,1%).

Sul fronte patrimoniale, le aziende della moda rafforzano la propria struttura finanziaria (debiti finanziari sul capitale netto al 40,8% nel 2021 dal 56,8% del 2019), con i produttori di occhiali, abbigliamento e tessuti a distinguersi come i più capitalizzati. La liquidità sale a livello aggregato dal 38,6% dei debiti finanziari nel 2019 al 55,3% nel 2021.

Meno diversity tra i responsabili

Il 26,5% della forza lavoro delle maggiori aziende della moda ha mediamente meno di 30 anni; la più alta concentrazione di occupati giovani si rileva nelle imprese non quotate (40,1%) e in quelle più grandi (31,9%). La maggioranza dei dipendenti è assunta a tempo indeterminato (84,6%) e il ricorso al part-time è mediamente pari al 13,4% dei contratti.

Dall’analisi della varietà di genere emerge che la presenza femminile cala all’aumentare del livello di responsabilità: la quota di donne sul totale della forza lavoro è mediamente pari al 69,5%, ma scende al 35,7% nei ruoli direttivi e al 22,6% a livello di board. La massima presenza femminile nei Cda è appannaggio dei gruppi quotati (41,9%), seguita da quella delle medie imprese (33,0%).

L’età media del board è pari a 57 anni (55 le donne, 58 gli uomini); si innalza con riferimento alle cariche di amministratore unico (65), presidente (63) e vice presidente (62), mentre è più bassa nei consiglieri delegati (56) e nei consiglieri semplici (55). La Generazione X è la fascia generazionale più rappresentata (48%), seguita dai Baby Boomers (38%).

Lascia un commento

Related Post