Non sarà come il periodo iniziato nel 2013, quando il terremoto dei subprime e la conseguente crisi si sono riversate  sull’Italia aumentando pericolosamente il volume dei crediti deteriorati. Perché è vero che la crisi energetica, il contesto geopolitico i tassi in rialzo e l’inflazione avranno un effetto sulla qualità del credito ma questa volta, per dirla con le parole dell’amministratore delegato di Banca Ifis Frederik Geertman, “non stiamo affrontando un mondo incerto completamente impreparati”.

Npe, 82 miliardi in arrivo

Secondo quanto rilevato dalla banca nell’annuale Market Watch Npl, presentato durante i lavori di “Future Proof”, l’11esima edizione dell’Npl Meeting organizzato dall’istituto, svoltosi oggi a Villa Erba, Cernobbio, per il triennio 2022-2024 si stimano 82 miliardi di nuovo deteriorato, 10 miliardi in più rispetto alla previsione dello scorso febbraio quando la guerra era ancora qualcosa di lontano nel tempo e nello spazio rispetto all’Europa, con un picco nel 2023. In particolare gli Stage 2, cioè quei crediti non ancora completamente deteriorati ma che ci sono vicini, sono previsti in aumento e con un incidenza sul totale pari al 15,5% a fine anno.

Dal 2022 la banca stima dunque un aumento dello stock Npe (377 miliardi a fine 2024) per l’incremento dei flussi di deteriorato e anche per la riduzione dei tassi recupero, soprattutto su ticket di maggiori dimensioni e crediti secured che richiedono tempi di recupero più lunghi. A oggi, alla fine del 1° trimestre 2022 il volume dei crediti deteriorati delle banche significative UE si attesta a 384 miliardi (dei quali il 16% riconducibili a banche italiane), il valore più basso dal picco del 2015 quando lo stock era quasi 1.100 miliardi e l’Italia contribuiva per il 34%.

A monte, il tasso di deterioramento delle imprese è atteso in crescita in misura maggiore rispetto al segmento famiglie pari a rispettivamente 4% e  2,3%) nel 2023 a causa del maggiore rischio legato ai finanziamenti ex-moratoria. A oggi, tuttavia, l’Italia è ben posizionata e il default rate al T1‘22 di imprese e famiglie del nostro Paese è inferiore alla media Ue. L’indebitamento di imprese e famiglie italiane rispetto al Pil e al reddito disponibile è, rispettivamente, dell’11% e del 33% inferiore alla media europea.

Transazioni registrate finora

Per quest’anno intanto sono attesi 35 miliardi di transazioni di non performin loans (22 miliardi già finalizzate a metà settembre), con il mercato secondario ormai componente di rilievo (30% del totale). Una cifra che per ora non risente dell’effetto dell’inflazione e dell’aumento dei tassi che però saranno destinati a influenzare le compravendite future.

In particolare, le cessioni di unlikely to pay peseranno per 12 miliardi, di cui 6 miliardi già realizzate mentre le operazioni con Garanzie pubbliche hanno rappresentato il 48% dei volumi, assorbendo il 41% dei portafogli secured transati e provocando un leggero aumento dei prezzi soprattutto su quei portafogli secured di piccolo taglio e specializzati. II. La componente unsecured ha pesato il 48% del totale transato, a cui ha contribuito la GACS del veicolo Organa SPV di Intesa Sanpaolo che ha incluso anche questa tipologia di asset.

Le banche, più solide, reggeranno il colpo

Per Ifis, l’aumento dei flussi di deteriorato calcolato nel triennio sarà compensato dal processo di de-risking delle banche che continuerà fino ad arrivare a un Npe ratio sul sistema bancario del 3,3% a fine 2024. Qui sta uno degli elementi di mitigazione del rischio individuato da Ifis e cioè il lavoro fatto dalle banche in ottica di de-risking, con una stima di 357 miliardi di portafogli Npe ceduti dal 2015 al 2022 con una conseguente discesa dello stock di Npe dai 361 miliardi del 2015 a 321 del 2021.

La sfida per il settore

Ora però il ciclo sta per invertirsi e gli addetti ai lavori, ha detto Geertman, “dovranno farsi trovare preparati”. Come? “Puntando su economie di scala, e quindi limitando l’acquisto di quei portafogli specifici in modo opportunistico, agendo a livello di pricing e infine investendo ancora di più su persone e tecnologia”. A oggi il comparto  del credito deteriorato in Italia ha visto una crescita continua dei ricavi dal 2013 al 2021 (+90% sull’intero periodo), che proseguirà con un +9% nel 2022 e +4% nel 2023. La stessa Ifis, ha detto il ceo, conferma il target di utili a fine anno di 120 milioni di euro, a fronte di un acquisto di npe realizzato finora pari a 1,4 miliardi di euro.

Elementi di mitigazione

Se questo è lo scenario, particolarmente prudente, da Banca Ifis sprigiona ottimismo nell’evidenziare quei fattori che potrebbero calmierare la nuova ondata. Fra questi, evidenzia Geertman, ci sono quei 10mila miliardi di ricchezza netta delle famiglie italiane, con le attività reali che rappresentano il 56% della ricchezza lorda e le attività finanziarie (4.800 miliardi) il restante 44% anche se non si capisce come queste risorse, parcheggiate nei conti, possano iniziare ora a circolare nell’economia.

Quel che è interessante, in questo contesto, è il basso indebitamento rispetto agli altri paesi europei pari al 64,2% del reddito disponibile rispetto al 97,7% della media UE alla fine del primo trimestre 2022. Le imprese italiane per Ifis si stanno poi mostrando resilienti e con una buona velocità di ripresa: il fatturato dell’industria è in crescita del +20,6% nel primo semestre 2022 vs analogo periodo 2021 mentre i tassi di fallimento sono storicamente bassi. Ifis evidenzia poi la liquidità in crescita (oltre 400 mld € di depositi bancari, in crescita del 37% rispetto a dicembre 2019) e di nuovo un sistema bancario con redditività in crescita nonché un supporto pubblico fornito come garanzie e moratorie e una soluzione strutturata per la gestione dei crediti a più alto rischio da ex-moratoria e assistiti da fondo di garanzia (fra cui l’ipotesi della piattaforma Glam).

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