In momenti come quelli che stiamo vivendo, incerti, confusionari, imprevedibili, è più importante che mai identificare qualche punto fermo, che poi non sono altro che i perni attorno al quale ruotano tutta una serie di problematiche e situazioni varie.

Uno di questi punti fermi è che il debito italiano – arrivato a 2.758,9 miliardi di euro – non è più solo insostenibile, siamo purtroppo ben oltre. Chi crede che questo possa non rappresentare un problema serio, ad esempio invocando il risparmio privato (che non è chiaro come possa direttamente contribuire al ridimensionamento di questo buco nero se non tramite una patrimoniale o qualcosa di simile), sbaglia. Lo riprova la tensione attorno allo spread, che è andato oltre i 250 punti, e gli effetti sull’andamento della borsa a partire dai titoli delle banche.

Un secondo punto fermo è la tecnologia e in particolare la blockchain. Questa, stiamo bene attenti, non va confusa con le criptovalute: in estremissima sintesi, la blockchain possiamo considerarla l’autostrada e gli asset digitali – valute o altri beni – le auto che vi sfrecciano sopra. La particolarità, qui, è che è l’infrastruttura non solo fa da appoggio agli asset, ma li crea e li legittima, ne è la ragion d’essere, perché è di fatto un sistema di validazione e tracciamento pressoché infallibile. Non è casuale che gli usi della blockchain siano molteplici, da sistema di riconoscimento delle filiere fino a certificatore di una proprietà digitale.

Terzo punto fermo: l’Italia è un paese di risparmiatori che quando si tramutano in investitori lo fanno per comprare immobili, a partire dalla casa di proprietà per figli e nipoti. L’immobile, in sé, è da sempre considerato un investimento sicuro, duraturo, e – nomen omen – statico.

Ora uniamo i puntini e vediamo l’immagine che viene fuori.

Intanto la blockchain, ancora poco compresa e pertanto ingiustificatamente demonizzata, è già un acceleratore del real estate. Ne abbiamo parlato nel nostro ultimo Aperitech organizzato con Kaaja, società immobiliare che gestisce aste di compravendita di immobili e che sta introducendo la blockchain per velocizzare e rendere sicuro e trasparente il processo, ed è notizia recente di un investimento di 10 milioni di euro da parte di Coima proprio in tecnologia. La blockchain può essere infatti usata come modalità di scrittura dei contratti, delle transazioni e dei vari passaggi burocratici che precedono una compravendita immobiliare, rendendo tutto più semplice e gestibile.

Perché non usare questo sistema anche per far emergere gli immobili pubblici potenzialmente più redditizi e costruire su blockchain portafogli certificati e validati e pronti per essere oggetto di investimento? Questo sarebbe un buon sistema per ridurre il debito e attirare investimenti anche del mercato retail, i famosi risparmiatori. A oggi infatti lo Stato possiede qualcosa come 806 mila fabbricati composti da case, uffici, caserme, ospedali, ma anche palazzi storici, musei e in qualche caso alberghi, per un valore stimato di poco meno di 300 miliardi. Riuscire a privatizzare parte degli asset, mettendoli a reddito in fondi specifici e rivolti anche ai privati, potrebbe essere una delle soluzioni a questo grande problema.

Qualcosa di simile la sta facendo Invimit, sgr pubblica incaricata proprio di gestire parte del patrimonio immobiliare pubblico e guidata da Giovanna Della Posta, che sta già usando l’intelligenza artificiale per fare scouting degli edifici più adatti. Il salto di qualità avverrebbe proprio con l’uso della blockchain per rendere il tutto più trasparente e meno burocratico. Tra l’altro il pubblico potrebbe appoggiarsi a piattaforme private esistenti, come in tanti altri casi di servizi tecnologici in outsourcing, e puntare alla realizzazione di un archivio digitale con tutti i documenti certificati e notarizzati su blockchain che potrebbe essere accessibile, tutto o in parte, a chi sarebbe interessato ad acquistare un immobile pubblico o a investire in qualche modo.

Sembra un impresa titanica ma basterebbe iniziare a pensarci già da ora. Purtroppo, la tecnologia, in Italia, si scontra con una mentalità conservatrice legata anche all’età media di chi detiene ruoli dirigenziali. Ricordava proprio Della Posta in una recente intervista che oggi il 41% del personale impiegato nella pubblica amministrazione ha superato i 55 anni. “Quando parliamo di tecnologia e innovazione, dobbiamo anche pensare che abbiamo almeno un 20% di dipendenti pubblici che ha compiuto almeno 60 anni”. Il problema vero è che il macigno del debito pubblico non è più in capo a queste generazioni ma a quelle che oggi hanno poco o nullo potere decisionale.

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