Se lo scorso anno ha rappresentato un punto di svolta per le dinamiche del mercato cloud in Italia, il 2021 è l’anno delle grandi occasioni. Il mercato, infatti, segna +16% rispetto all’anno della pandemia e tocca 3,84 miliardi. Questo è il dato più significativo che emerge dall’ultimo rapporto dell’Osservatorio Cloud Transformation della School of Management del Politecnico di Milano. Più precisamente, si nota che la spesa cloud è trainata non più dai servizi SaaS (+13%), che hanno garantito la tenuta del sistema economico italiano durante le fasi di emergenza dello scorso anno, bensì da quelli ​​PaaS (+31%), che riguardano più nello specifico la modernizzazione applicativa, l’orchestrazione e la gestione dei sistemi informativi, e IaaS (+23%).

Dal rapporto emerge che il public & hybrid cloud, ovvero l’insieme dei servizi forniti da provider esterni e l’interconnessione tra cloud pubblici e privati, si conferma ancora la componente principale, per una spesa di 2,39 miliardi di euro (+19%). Guardando alle scelte progettuali e all’evoluzione dei sistemi informativi, invece, l’adozione del cloud nelle grandi imprese italiane è un dato di fatto e il portafoglio applicativo aziendale risulta erogato da ambienti eterogenei: mediamente, il 44% del parco applicativo è oggi gestito in cloud pubblico o privato, numeri ormai vicini a sorpassare la quota gestita on-premises. Tuttavia, complessivamente il 34% delle imprese dichiara di non aver ancora accompagnato questo percorso tecnologico con azioni di cambiamento organizzativo rivolte alla direzione It.

Strategia Cloud Italia 

“I numeri mostrano segnali positivi sul percorso intrapreso, con un incremento degli investimenti legati ai progetti strategici, all’interconnessione delle applicazioni ormai distribuite in diversi ambienti computazionali e all’innovazione funzionale e architetturale. Occasioni di sistema come i fondi stanziati dal Pnrr, il recente incremento delle infrastrutture Data Center sul territorio e l’avvio del progetto Gaia-X rappresentano venti favorevoli che il Paese è pronto a cogliere”, fa notare Alessandro Piva, Direttore dell’Osservatorio Cloud Transformation. Quello che manca, ancora, è una strategia di lungo periodo.

Più nel dettaglio, nel Pnrr si parla di Strategia Cloud Italia. La strategia in questione applica il principio cloud first, favorendo l’adozione prioritaria da parte delle Pubblica Amministrazione di strumenti e tecnologie di tipo cloud nello sviluppo di nuovi servizi e nell’acquisizione di software. La strategia ancora nella sua fase embrionale prevede la realizzazione del sistema operativo del Paese anche mediante l’adozione del cloud computing nel settore pubblico. In questo contesto si parla di Polo strategico nazionale (Psn) che sarà distribuito geograficamente sul territorio nazionale presso siti opportunamente identificati, per garantire adeguati livelli di continuità operativa e tolleranza ai guasti. Obiettivo del Polo Strategico Nazionale è di ospitare i dati ed i servizi critici e strategici di tutte le amministrazioni centrali (circa 200), delle Aziende Sanitarie Locali (Asl) e delle principali amministrazioni locali.

Uno snodo fondamentale dell’attuazione della strategia sarà certamente l’articolazione di un accurato processo di qualificazione dei cloud provider pubblici in base a stringenti requisiti di sicurezza, resilienza, architettura e organizzazione. Oltre al controllo e alla sicurezza dei dati, e alla disponibilità del servizio, le Pa dovranno infatti essere in grado anche di passare da un fornitore all’altro in modo agevole ed evitando il cosiddetto effetto di lock-in“, spiega a Dealflower Giacomo Lusardi, avvocato del dipartimento di Intellectual Property & Technology di Dla Piper.

Giacomo Lusardi

In merito, continua, “è stata anche sollevata la questione dell’accesso ai dati e informazioni strategiche e sensibili da parte di governi stranieri sulla base di normative nazionali che lo consentono. La questione è di particolare importanza e – oltre a presentare risvolti geopolitici – richiederà di classificare con cura le tipologie di dati che potranno essere gestite da fornitori extra UE attraverso il cloud pubblico e quelle invece che dovranno essere gestite da fornitori che soddisfino requisiti di sicurezza particolari. Anche le procedure di gestione delle chiavi crittografiche avranno un loro peso in tal senso“.

Il cloud in azienda 

Le strategie hybrid e multi cloud sono sempre più diffuse nelle grandi imprese italiane, che oggi fanno riferimento mediamente a 5 cloud provider per l’erogazione dei propri servizi (in crescita rispetto ai 4 del 2020). Si tratta di ambienti integrati ma non ancora pronti ad un’orchestrazione dinamica delle risorse. Si nota un crescente verso le strategie di migrazione orientate alla riprogettazione applicativa e verso le architetture Cloud Native, utilizzate come standard per tutti i nuovi progetti nel 15% dei casi e in base al caso d’uso in un ulteriore 59%. I benefici sono molti: dalla maggiore scalabilità, flessibilità e portabilità delle applicazioni, alla più ampia agilità progettuale legata alla rapidità di sviluppo, fino ai minori costi di realizzazione e gestione del software.

“Oggi circa la metà del budget aziendale dedicato al Cloud è destinato all’innovazione e alla migrazione dei sistemi legacy, a riprova della sua rilevanza strategica nell’accelerare il percorso di trasformazione digitale”, spiega Stefano Mainetti, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio Cloud Transformation. “Queste iniziative, che uniscono in un’unica strategia sia i nuovi progetti It che l’evoluzione dei sistemi legacy, permettono di cogliere i benefici sostanziali del Cloud, quale fattore abilitante per la modernizzazione del parco applicativo delle imprese”.

Alessandro Ferrari

Ma tecnologia cloud non sta rivoluzionando la gestione dei dati solo per le aziende. Anche nel mondo delle banche e finanziario questo tema sta diventando centrale. “Il cloud è un forte motore di spinta alla trasformazione digitale”, spiega a Dealflower Alessandro Ferrari, partner responsabile del sector Technology di DLA Piper. “Da un lato – prosegue –  il cloud-sourcing consente a banche e istituzioni finanziarie di abbattere parte dei propri costi fissi grazie alla dismissione dell’infrastruttura It tradizionale e di focalizzarsi sul core business liberando risorse prima dedicate ad attività non core, dall’altro lato, le partnership tecnologiche realizzate tramite strategiche operazioni di outsourcing o joint venture societarie e contrattuali sono spesso dettate dall’esigenza di innovare i processi, migliorare l’esperienza degli utenti finali e mantenersi competitivi sia rispetto agli incumbent che ai nuovi player tecnologici“.

Investire nella nuvola

Guardando al mercato degli investimenti, infatti, si notano, non a caso, numerose operazioni negli ultimi mesi. Fra queste si può citare il gruppo Zucchetti, azienda italiana di software aziendali con oltre 700mila clienti business nel mondo, 1 miliardo di euro di ricavi nel 2020, che ha investito in Imagicle, società nata nel 2010 che sviluppa applicazioni e servizi per aiutare le aziende a ottimizzare le comunicazioni on-prem, hosted o sul Cloud.

O ancora WIIT, uno dei principali player europei nel mercato dei servizi cloud computing per le imprese, focalizzato sull’erogazione di servizi continuativi di hybrid cloud e hosted private cloud per le applicazioni critiche ha acquistato il 100% del capitale sociale di Mivitec, operatore cloud tedesco specializzato in managed services per le imprese, con sede a Monaco, per il tramite della propria controllata tedesca myLoc managed IT.

Anche Accenture ha siglato un accordo per acquisire Ethica Consulting Group, un gruppo di aziende tecnologiche che offre soluzioni software avanzate e servizi professionali. Il deal, si legge in un comunicato del colosso della consulenza, “consoliderà il ruolo di Accenture nel supportare i clienti nei processi di digital transformation e abilitarli allo sviluppo di servizi e prodotti innovativi con le soluzioni Sap basate su cloud”.

Il potere trasformativo del cloud gli conferisce la capacità di rivoluzionare l’economia globale e di essere il catalizzatore della quarta rivoluzione industriale“, sostiene invece Flavio Carpenzano investment director di Capital Group. “Il suo vero potenziale – continua – risiede nella modalità collaborativa con cui vengono analizzate e utilizzate enormi quantità di dati. Dal punto di vista degli investimenti abbiamo individuato lungo la catena del valore del cloud suddividendo la tecnologia in tre livelli: abilitatori (semiconduttori e componenti), soluzioni (infrastrutture, software e esigenze dei clienti), beneficiari (trasformazioni delle industrie e nuove opportunità)“.

Orizzonte RegTech 

Investire nella nuvola quindi potrebbe aprire scenari inediti e rendere ancora più dinamico il mercato. Tuttavia non vanno trascurate alcune criticità legali. “Tra le principali  – spiega l’avvocato Lusardi – vi sono la capacità ridotta di controllare l’operato dei fornitori cloud, a maggior ragione qualora il servizio preveda il ricorso alla sub-esternalizzazione o l’utilizzo di software di terze parti. Non è un caso che sia le Linee Guida dell’European Banking Authority in tema di (cloud)outsourcing, che le analoghe di EIOPA in ambito assicurativo, prevedano stringenti requisiti da soddisfare contrattualmente volti ad accentuare la capacità di controllo sui fornitori cloud”. Ma il nocciolo della questione è anche la protezione dei dati personali: “in particolare riguardo al trasferimento dei dati al di fuori dell’UE/SEE e agli obblighi del fornitore in materia di misure di sicurezza tecniche e organizzative. Quanto ai dati non personali, i cloud provider entrano spesso nella disponibilità di un patrimonio informativo di grande valore, che deve essere protetto dal cliente con adeguate cautele contrattuali e sistemi di auditing”, conclude Lusardi.

Lato legale, il cloud è il punto principale per entrare nella prospettiva regtech. La compliance risulta al momento l’area più sviluppata, seguita da risk management e regulatory reporting. Ci aspettiamo che, nei prossimi anni, un utilizzo sempre più diffuso del cloud porterà inoltre significativi cambiamenti anche al modo di operare delle Autorità di Vigilanza, rendendole technology-friendly e facilitando l’interlocuzione con i soggetti vigilati e il relativo monitoraggio“, fa notare l’avvocato Ferrari. In particolare nell’ambito finanziario e bancario, negli ultimi decenni, i requisiti sono aumentati notevolmente: in questo scenario, “appare naturale che le tecnologie utilizzate in ambito RegTech, quali l’intelligenza artificiale e machine learning, naturalmente basate su cloud, permettano l’efficientamento dei processi decisionali in materia di compliance, con l’automatizzazione di attività che solitamente richiedono un significativo utilizzo di risorse e tempo, dell’analisi dei rischi e della produzione di reportistica specifica“.

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