Europa e Stati Uniti combattono l’inflazione alzando i tassi. La Cina invece combatte la deflazione, cioè il contrario, e quindi i prezzi al consumo che scendono invece di salire, abbassando i tassi. Come mai? Per caso esiste un collegamento con la crisi immobiliare in corso nel paese asiatico e la crescita che non rispetta le aspettative di analisti e di Pechino stessa?

Ovviamente sì. Anzi: la deflazione è l’ultimo indizio per un’economia, quella cinese, che sta crescendo troppo poco. Questo non significa che non cresce affatto. Anzi: secondo le proiezioni di Pictet Am (qui il report completo) nel 2023 invece del +6% crescerà del +5%, o poco meno. L’Italia, per intenderci, se va tutto bene crescerà del +1,2%.

Deflazione è quando l’andamento dei prezzi al consumo diventa negativo. in Cina (-0,3% a luglio, grafico sotto) non accadeva da due anni. Vuol dire che i consumi interni sono in diminuzione. E una frenata dei consumi nel lungo periodo può complicare ulteriormente la ripresa. In Occidente il calo dei prezzi verrebbe vista come una liberazione. Ma in generale viene considerata universalmente una potenziale minaccia per l’economia. Perché invece di spendere, i consumatori rimandano gli acquisti. In assenza di domanda, le aziende sono costrette a ridurre la produzione, a congelare le assunzioni o anche a licenziare. Una vera e propria spirale negativa.

Storia e spiegazione del settore immobiliare in Cina

Eppure, come detto, la previsione della crescita della Cina per quest’anno è attorno al 5%, ben superiore alle medie di Unione Europea e Stati Uniti. E allora come mai c’è così tanta preoccupazione? Come osserva Ben Bennett, head of investment strategy and research di Lgim (qui il report completo), ci sono sempre più analogie tra la crisi cinese e quella di Lehman Brothers.

In entrambi i casi al centro di tutto c’è il settore immobiliare, che in Cina pesa per il 30% della sua economia secondo il National bureau of economic research. Negli Usa? All’epoca, era il 2008, pesava poco più del 16%. E sappiamo poi com’è andata a finire. In questo periodo è come se il Dragone si stesse avvitando su se stesso. Per sostenere l’immobiliare in crisi, tra poco vi spieghiamo il perché, occorre un’economia forte, solida e in crescita. Ma per poter essere tale, quella cinese ha bisogno innanzitutto di un settore immobiliare in espansione. I buoni dati sul turismo interno, la tenuta dei servizi, i buoni investimenti pubblici e soprattutto la crescita nel settore dei veicoli elettrici evidentemente non bastano. Insomma, è un vero e proprio circolo vizioso.

E allora serve fare un passo indietro. Spiega Giorgio Broggi, quantitative analyst di Moneyfarm: “Negli ultimi trent’anni le città cinesi hanno accolto 700 milioni di nuovi abitanti: un’urbanizzazione senza precedenti, che corrisponde al 10% dell’intera popolazione mondiale. La Cina si è trasformata da paese agricolo in via di sviluppo alla seconda potenza mondiale economica e industriale e lo ha fatto attraverso investimenti infrastrutturali mai visti prima da parte del governo. Con nuove aziende pubbliche, semipubbliche e private. Ma l’eccesso di domanda è stato gestito anche  e soprattutto con l’aumento della leva finanziaria, ovverosia la possibilità di contrarre più debito per aumentare il profitto.

 

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La chiave della crisi immobiliare? La leva finanziaria

Il settore immobiliare cinese è strutturato in maniera particolarmente complessa. Le imprese di costruzione in questi anni hanno avuto l’opportunità di ottenere credito accollando parte del rischio direttamente ai compratori: agli acquirenti viene chiesto di anticipare fino al 30% del valore di acquisto dell’immobile ancora prima che venga costruito. Questo sistema, prosegue l’analista di Moneyfarm, ha condotto però a un altro circolo vizioso: solo gli anticipi su nuove case consentono di completare gli immobili non ancora pronti. A tutto questo si aggiunge quella che può essere considerata una tanto “maldestra” quanto “allegra” gestione da parte dei governi locali, per i quali la tassazione su vendita e locazione ha raggiunto il 37% del totale degli introiti fiscali solo nel 2021.

Tradotto: “Agli enti locali conviene approvare un numero sempre maggiore di progetti edilizi -prosegue Giorgio Broggi di Moneyfarm- e lo hanno fatto anche senza una considerazione sufficiente della qualità e delle possibilità della domanda. Come? Creando veicoli d’investimento ad hoc”. Questi veicoli si chiamano Local Government Financing Vehicles. In buona sostanza gli enti partecipano alla costruzione emettendo bond, e quindi richiedendo nuovi prestiti, che a loro volta hanno dato luogo a un’ulteriore leva finanziaria, anche al di fuori dei limiti imposti dal governo centrale. Con il Covid questo sistema è crollato e la congiuntura negativa attuale è il risultato del naturale rallentamento del processo di urbanizzazione a seguito degli effetti della pandemia.

Com’è risaputo, tutto si è fermato. Più a lungo rispetto all’Occidente. E con misure più severe e prolungate, sia per frenare l’offerta dei mutui, sia per limitare il sistema di indebitamento. Un intero settore è finito in ginocchio ed è proprio quello immobiliare, (qui l’approfondimento di Moneyfarm su Evergrande). Lo stato di salute dei 72 maggiori costruzioni cinesi è in peggioramento: solo ad aprile 4 milioni di case complete risultavano ancora invendute (fonte: Wsj). Altre due società con bilanci solidi come Shimao e Country Harden hanno mancato pagamenti sul proprio debito, problema che The Guardian ha riassunto così: “Le aziende responsabili per il 40% delle vendite di immobili in Cina hanno riscontrato problemi a onorare i propri debiti”. Debito che per i gruppi immobiliari a rischio default è pari al 12% del Pil cinese.

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Gli ulteriori rischi sul sistema finanziario

La crisi cinese ha messo sotto pressione anche gli istituti che concedono prestiti non per forza legati al settore immobiliare. Primo fra tutti, ma solo per fare un esempio, il trust finanziario e wealth manager Zhongrong  non ha remunerato chi ha acquistato i suoi strumenti di investimento.  Un altro dato che arriva stavolta da Bloomberg (grafico sopra) è che meno di 50 Lgfv su 3000 stano avendo problemi. Un numero che fotografa una situazione evidentemente ancora gestibile anche se in aumento. Però è anche vero, spiega l’analista Giorgio Broggi, che proprio perché il dato è in crescita sarà importante che Pechino aumenti l’attività di monitoraggio e controllo su questi enti: “La vicenda Lehman Brothers insegna che i rischi sono molto alti quando la trasparenza è bassa e il sistema di incentivi premia rischio e spregiudicatezza”.

In definitiva, aggiunge Moneyfarm, il collassare di fattori come la super crescita dell’immobiliare, settore che si è sviluppato in modo eccessivo, esagerato e attraverso sistemi di finanziamento poco limpido e trasparente causa inefficienza dei governi locali, il Covid, il post pandemia gestito attraverso la strategia Covid Zero, una scarsa diversificazione e i problemi demografici hanno messo in evidenza tutti i limiti dell’economia cinese. Le conseguenze si vedono anche nel calo dei livelli della produzione industriale, come detto nel crolli dei prezzi delle vendite al dettaglio, investimenti che rallentano e anche meno importazioni, che generano problemi ad altri Paesi, europei in primis, come la Germania (in recessione tecnica, se la Cina compra meno, Berlino vende meno auto), ma anche Francia e Italia (lusso e alimentari).

Cosa ha fatto il governo della Cina e cosa può fare ancora

Pechino non è rimasta certo con le mai in mano. Ma la sensazione è che non abbia ancora impugnato il bazooka. Il governo ha preso misure negli ultimi mesi per rafforzare i bilanci delle società costruttrici, tagliato i tassi dei mutui, eliminato la soglia minima dei tassi, promosso sgravi fiscali e prestiti per sostenere i progetti, un fondo di salvataggio di 200 miliardi per gli sviluppatori e 600 miliardi per i finanziamenti locali.

Inoltre, come fa notare Lgim, il governo ha ancora la possibilità di attingere a enormi risorse se la crisi dovesse diffondersi. Perché il sistema bancario è pubblico e le autorità hanno gioco più facile nel dirigere i flussi di capitali dove ce n’è più bisogno. Gli stessi livelli di capitalizzazione delle banche locali sono buoni -rapporto prestiti/deposito è circa dell’80%). Questo porta per il momento a concludere che la situazione sia molto distante da quella che innescò la crisi del 2008.

Certo i rischi non mancano: la mancanza di trasparenza dei Lgfv in primis, e quindi di un sistema bancario ombra e una costellazione di istituzioni finanziarie la cui esposizione al mercato immobiliare resta difficile da quantificare. Quello che va recuperato insomma è la fiducia nel settore immobiliare.

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Cosa funziona e perché non ci sono rischi veri

La Cina è leader globale nella produzione e nel consumo di veicoli elettrici. Nel loro report, Sabrina Jacobs ed Echo Chen, rispettivamente senior client portfolio manager e investment analyst di Pictet Am, spiegano inoltre che il turismo interno è tornato a essere superiore a quello pre-Covid e il turismo in uscita è tornato oltre il 50% dei livelli del 2019. Il settore dei servizi in generale sta resistendo bene e gli investimenti pubblici restano ancora forti.

Le autorità sono proattive nel sostenere la crescita, che non è zero, va ribadito, è stimata del 5% per il 2023 a fronte di aspettative iniziali attorno al 6%. Infine, l’inflazione è bassa. Secondo Pictet, il punto minimo della crisi cinese è stato giù raggiunto nel secondo trimestre. Dunque, al massimo, ci sarà un consolidamento ma non un peggioramento.

Cosa succederà?

L’epoca di forte crescita per la Cina, così come l’abbiamo conosciuta negli anni pre-Covid, verrà definitivamente archiviato. L’economia risentirà di squilibri presenti da molti anni fin qui poco impattanti ma questo non determinerà una crisi finanziaria forte. Insomma, Pechino entrerà in un periodo di transizione, la cui gestione però è assolutamente alla portata del Dragone.

Le stime più pessimistiche si aspettano una contrazione del 20% del real estate cinese secondo Moneyfarm, che avrà conseguenze negative sull’economia globale  (in primis l’Europa, dove Germania, Francia e Italia, stanno esportando meno), oltre che sull’economia interna. Come detto, è una questione di fiducia. Gli investitori obbligazionari sono preoccupati perché la vendita e la costruzione di nuove soluzioni abitative da zero sono su livelli molto bassi ed è questo che manda in default i costruttori cinesi.

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