Un rimbalzo del 16% solo nell’ultima settimana, subito dopo aver toccato i minimi dell’anno a 76 dollari al barile. Così ha reagito il mercato davanti alla mossa dell’Opec+, che ha approvato il più imponente taglio alla produzione di petrolio da aprile 2020, quando eravamo in piena paralisi Covid. Da novembre, i paesi produttori ed esportatori di petrolio e i loro alleati, Russia in primis, produrranno due milioni di barili in meno al giorno.

L’obiettivo dichiarato è fermare il calo dei prezzi, che ha fatto precipitare il greggio del 40% da marzo a oggi, da oltre 120 $ a sotto gli 80 dollari al barile. Le cause? L’imminente recessione globale, Stati Uniti ed Europa in primis, la domanda che di conseguenza è destinata a scendere, il rallentamento della Cina, primo consumatore di petrolio al mondo e dopo anni non più il paese asiatico con la crescita maggiore, e poi la forza del dollaro dovuta anche (e soprattutto) alla politica monetaria aggressiva delle banche centrali, che, per ridurre l’inflazione, hanno deciso di strozzare la liquidità.

 

Visualizza questo post su Instagram

 

Un post condiviso da Dealflower (@dealflower_news)

Ecco i motivi del maxi taglio alla produzione di petrolio

Dunque, l’Opec+ ha dato il via libera alla riduzione dell’offerta per frenare il crollo dei prezzi. Ma questo sembra più che mai “solo” la motivazione ufficiale. Sì perché dietro, in realtà, c’è tanta politica. La decisione dei paesi esportatori e produttori di petrolio assieme agli alleati (Russia in primis) potrebbe aprire una vera e propria crepa tra Arabia Saudita e America. “L’Opec si è ormai allineata con la Russia”. A leggere la dichiarazione, una delle tante, rilasciata in questi giorni dal presidente Usa Joe Biden, vien da pensare che la crepa ci sia già.

D’altronde le prime tensioni risalgono a quando il prezzo del petrolio aveva superato i 100 dollari al barile. In più di un’occasione la Casa Bianca aveva domandato all’organizzazione, senza successo, di aumentare la produzione. Un “no”, quello dell’Opec+, che aveva spinto i principali consumatori di greggio a immettere nel mercato parte delle proprie riserve strategiche, nel tentativo di riequilibrare l’offerta.

In cosa consiste il coinvolgimento di Usa e Russia

Offerta che se scende, ed è inferiore rispetto alla domanda, il prezzo inevitabilmente sale, così come rischia di salire anche quello della benzina, soprattutto negli Stati Uniti. E per Joe Biden, a cinque settimane dalle elezioni midterm, per le quali il conto alla rovescia è appena cominciato, non è certo un buon inizio.

Ma non è finita. L’aumento delle quotazioni sembra fatto apposta per la Russia, che in questo modo potrà continuare a sostenere i costi della guerra in Ucraina nonostante la decisione del G7 di ridurre la dipendenza dal greggio di Mosca a partire da dicembre.

Cosa cambia per davvero

Secondo alcuni analisti tuttavia il prezzo del greggio non cambierà più di tanto -nel frattempo però il prezzo del Wti è cresciuto del 15% nell’ultima settimana (grafico sopra)-. Alcuni paesi Opec+ infatti già producono meno rispetto alla quota concordata, Russia in primis. Il taglio effettivo, facendo una media tra i vari paesi, non sarebbe di due milioni, ma di poco più di un milione di barili al giorno. Tuttavia, gli Stati Uniti non ci stanno. E dopo il congelamento delle trattative con l’Iran, Washington potrebbe virare sul Venezuela e alleggerirne le sanzioni, pur di riequilibrare l’offerta. Il paese del Sud America è in grado di immettere sul mercato fino a un milione di barili al giorno nel breve-medio periodo. Che poi è esattamente la quantità di petrolio destinata a scomparire dal mercato, a partire da novembre.

Lascia un commento

Related Post