Non è facile trovare un argomento che sia riassuntivo ed esaustivo per l’ultimo editoriale dell’anno. Racchiudere in un solo tema ciò che abbiamo visto quest’anno sul mercato è un esercizio quasi impossibile se non inutile. Per questo ho deciso di soffermarmi su una notizia di attualità che tocca una delle questioni più care a Dealflower, cioè la situazione delle piccole e medie imprese.

La notizia non è nuova ma da ieri si è trasformata da un’ipotesi a un fatto: il credito di imposta sui costi delle quotazioni in Borsa è stato rinnovato per il 2022 con uno stanziamento di 5 milioni di euro nella legge di Bilancio passata in Parlamento.

Il bonus quotazione, introdotto nel 2018, prevede che le pmi sul territorio italiano che si quotano in un mercato regolamentato o in sistemi multilaterali di negoziazione come Euronext Growth Milan possano avere accesso a un credito d’imposta pari al 50% delle spese di consulenza sostenute, fino a un massimo di 200mila euro.

Secondo l’Osservatorio PMI – Equity Capital Markets di IR Top Consulting la misura ha fornito una spinta significativa per le quotazioni sul mercato borsistico che ha registrato, da gennaio 2018 ad oggi, 122 Ipo, l’80% delle quali pmi che forse, senza l’incentivo fiscale assieme a una serie di altre cose, non si sarebbero affacciate sui listini.

Il rinnovo di un solo anno è oggettivamente poco se pensiamo al fatto che proprio le imprese di medie e piccole dimensioni stanno trainando le quotazioni in Borsa ormai da diversi anni. Il 2021, come abbiamo raccontato in questo articolo, non ha fatto eccezione: delle 57 Ipo totali, 51 erano pmi quotate sul mercato Egm che negli ultimi 12 mesi è cresciuto del 55%. L’effetto combinato PIR-credito d’imposta, secondo Ir Top, ha fatto si che oggi le società quotate siano 174 per una capitalizzazione di 11,4 miliardi di euro.

Tra l’altro, una ricerca di Envent Capital Market ha rilevato che il 20% delle matricole dal 2016 ha fatto ricorso a un aumento di capitale per finanziarsi e il 7% erano società quotate negli ultimi cinque anni.

Queste informazioni ci fanno capire che: si sta progressivamente (anche se lentamente) riducendo il “bancocentrismo” tipico italiano e figlio di una cultura di scarsa diversificazione dell’offerta finanziaria a partire dal Dopoguerra; le medie imprese cominciano a ragionare da grandi e la Borsa è ormai un’opzione concreta più che una semplice possibilità; c’è ancora strada da fare a livello regolamentare e normativo se di fronte a tale crescita si sceglie di prorogare per un solo anno una misura che è stata utile.

Se c’è dunque un buon proposito per il 2022 che tutti dovremmo farci è quello di cercare di aiutare le piccole e medie imprese a crescere, perché sono il nostro futuro come potenza industriale in Europa e nel mondo. D’altronde le grandi e le quasi grandi, ormai, le abbiamo vendute quasi tutte. Le pmi sono la nostra risorsa e la nostra sfida principali.

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