C’è un elemento che mi sembra sfugga in tutta la discussione attorno a questa ennesima, penosa e inappropriata crisi di governo. In questi giorni molti osservatori del mercato, associazioni di settore e mondo produttivo hanno accusato i politici di irresponsabilità e autoreferenzialità, hanno puntato il dito contro una classe dirigente inadeguata e hanno lanciato appelli sperticati rivolti a Mario Draghi, dimissionario, per farlo rimanere in carica come premier. Lo hanno fatto però perdendo di vista un nodo cruciale della questione: quei politici inadeguati, quegli onorevoli che sembrano sempre più distanti dalle reali esigenze del paese, li abbiamo votati noi. È grazie o a causa nostra che chi ha provocato la crisi di governo ha potuto farlo, perché siamo stati noi popolo a metterli lì nel 2018, con le ultime elezioni.

Ricordarlo è un bene perché spesso sembra che la politica viaggi in un binario lontano e differente rispetto al resto delle attività del Paese e questo spread – per usare una parola che sentiremo molto nei prossimi mesi – pare allargarsi e farsi sempre più incolmabile. La verità è tanto semplice quanto banale: la classe politica è espressione diretta del popolo.

Comportarci come se non fosse così fa perdere di vista uno dei veri problemi del nostro Paese ossia il fatto che esistono più “Italie”, diverse versioni dell’Italia che viviamo, le cui esigenze e priorità si conciliano sempre meno. C’è l’Italia della nicchia produttiva che invoca Mario Draghi alla guida del Paese, l’Italia delle imprese che vuole solo un po’ di stabilità e riforme chiare, l’Italia della finanza che chiede leggi e tempistiche certe. Poi c’è l’Italia, decisamente più numerosa, anti-establishment che vede nel Movimento 5 Stelle o nella Lega, e ora in Fratelli D’Italia, gli unici rappresentanti, l’Italia che questa nicchia la ripudia perché ne odia i privilegi, siano essi reali o percepiti, l’Italia che vive in condizioni precarie, che non conosce o non comprende il mondo della finanza perché non vi è mai stata inclusa.

Pensare che questo divario non sia rilevante è un errore madornale. Averlo trascurato, se non alimentato, negli anni ha portato alla situazione in cui siamo oggi cioè alla predominanza di una classe politica che vuole essere portatrice degli interessi di quell’Italia del popolo in contrapposizione con l’Italia cosiddetta del Pil (espressione a mio avviso terribile). Che poi questa classe politica dominante abbia effettivamente la volontà di rappresentare il popolo è un’altra questione che non intendo affrontare, ciò che è importante comprendere prima che sia troppo tardi è che questo divario va immediatamente colmato. Il problema è reale. Stando alle rilevazioni del Comitato EduFin, a causa della pandemia, il numero di famiglie in condizioni di fragilità finanziaria è aumentato di 12 punti percentuali (passando dal 46% al 58%). Inoltre tre famiglie su dieci non sarebbero neppure in grado di far fronte a una spesa imprevista di medio importo.

Questa sensazione di precarietà provoca un malcontento che poi ha effetti al momento del voto. Per combatterla serve maggiore inclusione finanziaria e quindi un supporto maggiore nella comprensione e nella conoscenza degli strumenti economico-finanziari che possono da un lato aiutare le persone a uscire dalla condizione difficile in cui vivono e dall’altro mettere in circolo i risparmi dei privati. Ad oggi, meno di un italiano su tre (29%) conosce il significato di concetti finanziari base come tasso di interesse e relazione rischio-investimento, quota che scende al 20,9% se consideriamo i giovani. È ora di aumentare queste quote e dobbiamo farlo subito.

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