Quando anche i giornali generalisti aprono le loro edizioni cartacee parlando di banche non è mai per una buona notizia. In questi giorni quando parliamo di banche il riferimento è senza dubbio a Silicon Valley Bank, istituto di credito californiano diventato tristemente famoso per il suo fallimento, e a Credit Suisse, ben più nota banca svizzera messa per il momento in salvo dalla Banca nazionale svizzera.

Le due crisi sono diverse seppur entrambe sono figlie della stagione dei soldi facili, easy money, cioè dei tassi bassi e delle iniezioni di liquidità, da cui stiamo provando faticosamente a uscire per combattere l’elevata inflazione. Entrambe però lasciano spazio a una serie di riflessioni, parecchie riflessioni. Eccone qualcuna.

La prima riguarda la portata degli effetti della fine dell’epoca dell’easy money. Molte società e modelli di business che sono nati o si sono sviluppati negli ultimi 15 anni lo hanno fatto sulla base del mercato del momento, delle sue logiche e dinamiche. Adesso che i tassi si stanno rialzando in maniera particolarmente vertiginosa (la Federal reserve ha aumentato i tassi di quasi 500 punti base in un solo anno), siamo di fronte a delle crisi singole ed estemporanee o ne arriveranno altre? Cadute le prime carte, cadrà anche tutto il castello? Come osserva Larry Fink, ceo di Blackrock, nella sua consueta lettera agli investitori, la crisi di Svb è frutto “di un classico disallineamento tra attività e passività”. Adesso è troppo presto per sapere quanto sia esteso il danno. Finora la risposta normativa è stata rapida e le azioni decisive hanno contribuito a scongiurare il rischio di contagio. Ma i mercati restano in tensione. I disallineamenti tra attività e passività saranno la seconda tessera del domino a cadere?

Per Fink, oltre ai disallineamenti di durata, ora potremmo assistere anche a quelli di liquidità. Anni di tassi più bassi hanno spinto alcuni proprietari di asset ad aumentare i loro impegni in investimenti illiquidi, scambiando una minore liquidità per rendimenti più elevati. Ora c’è il rischio di un disallineamento di liquidità per questi proprietari di asset, soprattutto per quelli con portafogli a leva.

La seconda riflessione è sul modello di business bancario. La crisi di Credit Suisse riflette infatti quella dell’intero settore in termini di profittabilità. Il lending tradizionale, i pagamenti, ormai anche i depositi. Molti dei tutti i servizi offerti dalle banche sono oggi ugualmente forniti anche da altre realtà, siano esse fintech o big tech, mentre le attività di consulenza subiscono i cicli del mercato. Questo ha reso obsoleto il vecchio modello di business bancario ma allo stesso tempo i diretti interessati non hanno ancora trovato il loro posizionamento nel nuovo millennio.

Questo tema ci offre l’assist per una terza riflessione. Il denaro facile, unito alla necessità di ottenere profitti, hanno aumentato la propensione al rischio. Di quanto? E con quali conseguenze nel medio? Anche questa potrebbe essere una ulteriore carta che rischia di far crollare tutto il castello.

Un altro spunto di riflessione sono le capacità manageriali. Ciò che accomuna di fatto Svb a Cs è stata una gestione decisamente poco accorta della banca. Nel caso della banca svizzera poi sono diversi gli scandali in cui si è trovata coinvolta, con conseguenze pesanti sui conti e sulla reputazione. Come ci siamo arrivati? C’è un problema di competenze o forse c’entra anche il fatto che l’attenzione all’operato dei ceo delle banche è sempre più rivolta ai ritorni, più che alla sostenibilità di lungo periodo? Anche questo dovrebbe essere uno spunto dal quale partire per evitare altre crisi simili, con effetti che non possiamo prevedere.

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