Sempre più determinante per apprendimento e formazione, l’educazione digitale guadagna terreno nell’istruzione e nelle aziende. Ponendo anche qualche interrogativo sul suo utilizzo

Se è innegabile che la tecnologia viaggia sempre più veloce, è altrettanto vero che l’istruzione e l’educazione devono stare al passo e sfruttarla, per migliorare se stesse e chi ne beneficia. Integrare al meglio tecnologia digitale e apprendimento diventa dunque fondamentale, per i giovani e per i professionisti. Ma a che punto siamo, in Italia in particolare, e quali sono gli scenari che si aprono per i prossimi anni? Se ne è parlato durante l’incontro dal titolo “Edutech, navigare nel futuro dell’istruzione”, mercoledì 22 novembre presso lo Spazio Eventi Dealflower a Milano, organizzato in partnership con Klecha & Co. e moderato da Giacomo Iacomino.

Educazione digitale: numeri in crescita, ma non basta

Secondo i dati presentati dall’Osservatorio Edutech del Politecnico di Milano, riportati da Corcom, il fatturato delle aziende che forniscono tecnologie a supporto della formazione si è attestato nel 2022 a circa 2,8 miliardi di euro (il 26% rispetto al 2021). La maggior parte delle aziende (il 75%) offre soluzioni software in ambito educativo e i più grandi mercati di riferimento sono le scuole, con il 54%, e le aziende, con la stessa percentuale. Sempre di più le imprese e le scuole italiane si affidano per la formazione al supporto fornito dalle nuove tecnologie digitali: un interesse che cresce in modo trasversale nelle aziende pubbliche e in quelle private, negli istituti scolastici come nelle università. Entrando più nel dettaglio, le aziende italiane hanno destinato al digital learning nel 2022 il 40% dell’intero budget della formazione, per una media di circa 480 mila euro per organizzazione. Il canale del digitale risulta il più utilizzato per erogare contenuti formativi, superando, anche se di poco, la lezione d’aula tradizionale.

Numeri importanti, che fotografano una realtà in crescita, cui però fanno da contrappunto altri, meno brillanti, riguardo la diffusione dell’educazione digitale nel panorama europeo e italiano. “Quello che emerge dalla nostra analisi – spiega Fabiola Pellegrini, da oltre quindici anni nel mondo della finanza e della tecnologia come partner co-fondatore di Klecha & Co., investment bank paneuropea indipendente, specializzata nel tech – è che solo il 4% del ‘pianeta’ educazione è digitale, e questo dopo il Covid, che comunque ha impresso un’accelerazione, seppure forzata, in questo senso. Le stime relative al mercato globale si attestano intorno ai 325 miliardi di euro, di cui circa 70 miliardi in Europa. Dati che parlano di un processo evolutivo in atto, ma bisogna ricordare che il sistema educativo europeo è il più antico del mondo e per instradarlo completamente verso questo cambiamento è necessario del tempo. Anche se sicuramente ci sono fenomeni interessanti, in Italia siamo ancora a monte di un processo che guardi lontano sul tema dell’istruzione digitale. L’approccio all’educazione in alcune realtà resta particolare, legato a fattori tecnologici, di facilitazione o meno nell’acquisizione della tecnologia. Nonostante il Digital Education Action Plan del 2018 (piano d’azione per l’istruzione digitale UE, rinnovato anche per il 2021-2027) per una visione comune di un’istruzione digitale di alta qualità, inclusiva e accessibile, l’obiettivo di unificare questo genere di competenze, non è stato ancora raggiunto: i paesi nordeuropei sono più avanti rispetto agli altri e, in particolare, rispetto al nostro”.

“Del resto – interviene Riccardo Lucio Agostini, dal 2006 amministratore delegato del gruppo Spaggiari Parma, dove in pochi anni ha creato l’ecosistema digitale più frequentato del mondo dell’educazione in Italia, portando la società al ruolo di leader nel mercato italiano – ogni paese europeo ha un proprio sistema educativo, non si può ancora parlare di sistema unico, ci sono, è vero, delle direttive europee, disattese però da molti paesi membri. L’Europa in questo campo è ancora troppo frammentata, ogni paese ha le proprie peculiarità ed è orgoglioso del proprio sistema educativo. Si fa oggettivamente fatica a parlare di mercato unico per la cultura. In Italia il mercato dell’educazione digitale è molto ampio e variegato e, se a livello europeo si è registrata una contrazione dopo il boom registrato con la pandemia, da noi invece si registra una crescita a livello complessivo e di start up, con circa 60 milioni di investimenti nel settore. Ci si muove comunque in ordine sparso, perché i settori trainanti sono scuola e formazione aziendale, poi viene l’università (volendo ragionare in termine di percentuali, potremmo quantificare in 45, 45, 10). Certo, ci sono state nel tempo iniziative favorite dalla pubblica amministrazione, che hanno apportato un parziale cambiamento, come l’adozione dal 2012 del registro elettronico, cui è seguita l’introduzione dei libri testo elettronici, elementi che hanno avviato questo cambiamento. Ora ci attendiamo un’altra rivoluzione, grazie a fondi del Pnrr, che stanno portando capitali freschi (2 milardi e 100 milioni di investimenti), ad implementare la dotazione tecnologica nella scuola, così come l’ecosistema dei software. Fioriscono nuovi progetti, anche singolarmente, nelle scuole, fra questi anche alcuni destinati alla formazione di docenti e personale amministrativo. I fondi per l’università invece sono più limitati e sembrano essere più indietro nell’elenco delle priorità. Questo però ha favorito il diffondersi delle università telematiche, che dopo il Covid hanno raddoppiato il numero di iscritti e si sono poste come nuovo modello di apprendimento”.

Ai e privacy nuovi attori nel campo dell’educazione

Inevitabile, anche nell’Edutech, l’irrompere dell’intelligenza artificiale. Fondamentale è quindi comprendere quale può essere il suo impatto in questo settore ed utilizzare al meglio questa risorsa. “Come sappiamo – sottolinea Pellegrini – l’applicazione della tecnologia a questo segmento specifico ha l’ambizione di facilitare l’apprendimento della popolazione studentesca, che si allarga anche ai professionisti e ai lavoratori rispondendo alla necessità di effettuare approfondimenti estremamente specialistici e aggiornamenti di competenze e conoscenze sempre più richieste dal mondo in cui viviamo. Quindi se ci sembra estremamente evidente l’utilizzo di un sistema di Ai che valuti le competenze tecniche di un lavoratore e grazie a delle soluzioni di Vrx ne faciliti la sua formazione, replicando in un ambiente estremamente realistico tutte le problematiche che potrebbe dover affrontare, con gli studenti la situazione diventa meno evidente, ma estremamente potente se utilizzata nel modo corretto. Lo vediamo quindi nel supporto ai docenti sia nelle attività da proporre alle loro classi, ma anche per mantenersi aggiornati. Diventano strumenti utili per gli studenti per facilitare il ripasso e per ‘testarsi’ durante il loro processo di apprendimento, così come accade con gli strumenti di gaming. L’Ai potrebbe supportare anche la conoscenza dei progressi e delle competenze dei propri figli da parte dei genitori, che sempre più sono osservatori attenti alla loro evoluzione. Un esempio è l’interazione con il registro elettronico. Si apre quindi la questione della privacy, soprattutto in sede di verifiche, di performance e problematiche dei singoli allievi, che non vanno trattate in modo certamente superficiale. Noi dovremmo poter controllare e verificare non solo lo scopo e l’utilizzo dei dati da parte delle soluzioni tecnologiche adottate, ma anche dove e come queste informazioni verranno salvate, soprattutto quando uno strumento del genere è in mano a dei bambini. Seguito, come rimanda la normativa europea, da un’adeguata formazione all’utilizzo. Discorso analogo e probabilmente più chiaro a molti si pone quando si tocca l’argomento dei social: i ragazzi sono sufficientemente formati per utilizzarli? Anche su questo c’è da lavorare”.

Per Agostini “In Italia non c’è un mercato rivolto ai docenti perché acquistino tools per l’insegnamento, la cosa viene gestita dalle scuole, anche se il docente poi può scegliere se e come utilizzarli. Di fatto sono più gli studenti a sentire la necessità di utilizzo dell’Ai, mentre i docenti l’avvertono meno. Gli studenti utilizzano l’Ai per compiti e traduzioni, in modo ‘naturale’, quasi senza rendersene conto. Possiamo dire che la usano quasi come noi facevamo a suo tempo con la calcolatrice, per semplificare la loro attività di ricerca. Il punto è come aiutare i docenti a migliorare il modo di insegnare, e gli studenti a migliorare il loro ‘stile’ di apprendimento, che con l’Ai può essere personalizzato e adattato alle difficoltà di ogni allievo. Per fare ciò però, c’è un tema di copyright di contenuti e di sistema da affrontare, cioè come fare a rendere più accessibili i costi di questi sistemi di apprendimento, che possono anche essere offerti ‘gratuitamente’ dalle grandi piattaforme, fatta salva l’acquisizione dei dati. E qui si torna al tema della privacy. Le aziende possono lavorare in modo differente: qui l’Ai può migliorare la formazione interna ed esterna, abbattendo i costi. In ogni caso, oggi l’Ai pone un tema drammatico di sviluppo delle competenze digitali, che deve diventare prioritario. Anche perché, se non la capiamo e non sappiamo utilizzarla correttamente, può diventare un problema”.

Uno sguardo al futuro

Alla luce di queste considerazioni, quale futuro si prospetta per l’Edutech? Quali possono essere gli strumenti di apprendimento e formazione su cui ‘scommettere’? Proviamo a capirlo.

“Secondo un’analisi Klecha & Co. – commenta Pellegrini -, nel 2021 il mercato ha visto investimenti complessivi per 17 miliardi in Europa, rispetto a una media di circa 3-4 miliardi degli anni precedenti. Nel 2023 si ritornerà su livelli più ‘normali’, perché la scia post covid lascerà spazio alla messa a terra di questi flussi di capitali. Ciò porterà ad un riallineamento a livello europeo, considerando che l’offerta e l’adozione di queste tecnologie stanno diventando sempre più importanti: sono attualmente12.200 le aziende che si occupano di questo. Nei prossimi anni si assisterà ad un consolidamento in Europa, nel mentre che le soluzioni tecnologiche continueranno a mostrare il loro contributo all’apprendimento. Le aziende sono sicuramente più avanti e con meno freni all’innovazione e quindi ci aspettiamo che continueranno ad essere all’avanguardia ancora per qualche tempo”.

“In Italia la libertà educativa è in capo al docente – aggiunge in conclusione Agostini – che ha un ampio margine decisionale, bisogna quindi attendere che le nuove tecnologie e le nuove didattiche vengano metabolizzate, anche perché sono i ragazzi a chiederlo. La mancanza di formazione sulle competenze digitali in particolare, è uno dei gap più grossi rispetto all’Europa, che dobbiamo imparare a colmare. Serve un cambio culturale, di riorientamento della scuola. Bisogna ‘imparare ad imparare’, non solo fermarsi all’acquisizione delle nozioni. Che il gaming sia la chiave per imprimere una svolta all’apprendimento dei ragazzi? Forse. Che gli studenti apprendano con più facilità se calati in un’atmosfera simile a quella dei giochi per stimolarli, è sicuramente una strada: oggi ci sono le aule immersive che possono favorire l’engagement. Trasferire un elemento importante per loro come il videogioco nella didattica può essere un passo significativo. Queste tecnologie possono convergere su cosa i ragazzi devono apprendere ed essere applicate a contesti differenti, magari con l’aiuto di un tutor: potrebbe essere il futuro. Credo però che ci debbano essere dei grandi aggregatori, dove i dati convergano e debbano essere gestiti, senza lasciare che si ‘disperdano’. Questo, a mio avviso, è un tema di riflessione per il futuro. Sicuramente il 3,5% del mondo dell’education è digitalizzato, resta all’incirca un 86% su cui lavorare. Così può nascere qualcosa di positivo, che sia anche sostenibile. C’è un mercato intorno alla scuola che deve essere sfruttato, reso sostenibile e utilizzabile in modo continuativo. Siamo all’inizio”.

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