Segniamoci questo dato: 99,95%. Nel momento di massima emergenza energetica mondiale potrebbe rappresentare quantomeno un messaggio di speranza. Si tratta infatti del risparmio sui consumi del “mining” di Ethereum attraverso il passaggio dal protocollo proof-of-work (PoW) a quello del proof-of-stake (PoS).

In una parola: rivoluzione. L’ambito, com’è evidente, è quello dell’impatto ambientale delle cripto e delle blockchain, da sempre considerato uno dei problemi più annosi da risolvere per la loro sostenibilità. Mica per niente, per il bitcoin e le altre valute digitali è un momento di calma piatta.

Una rivoluzione che porta il nome di “The Merge”, tradotto in italiano: “fusione”, intesa tra il vecchio sistema e quello nuovo. Vitalik Buterin, il fondatore di Ethereum, nel commentare l’operazione si è espresso paragonando la sua criptovaluta a una gigantesca astronave a cui vanno sostituiti scafo e motore. Non solo il protocollo proof-of-stake permetterà di effettuare tale sostituzione durante il volo, ma riuscirà a farlo senza perdite di potenza o di altitudine. Impossibile nella realtà, possibile, evidentemente, nell’universo cripto.

Ethereum 2.0

Rivoluzione, si diceva. Perché la percezione delle valute digitali e delle blockchain da parte degli investitori -e non solo- potrebbe mutare radicalmente. La figura dei miners rischia di cambiare, o addirittura di sparire. C’è chi prevede un collasso dei bitcoin e contemporaneamente un’impennata di ethereum stessa, in grado, in un futuro neanche troppo lontano, di insidiare anche i più tradizionali pagamenti elettronici. Perché destinata a diventare più veloce, più economica, ma altrettanto sicura.

L’ora X è scattata alle 13.34 di oggi, martedì 6 settembre, momento in cui è stato completato il cosiddetto aggiornamento Bellatrix sulla Beacon Chain, in parole povere l’update definitivo della blockchain parallela che renderà possibile la transizione dal PoW al PoS, punto di non ritorno per la storia di Ethereum, e forse, della blockchain in generale.

Il vecchio sistema

Quello delle cripto è uno dei settori più energivori in assoluto. Il sistema PoS metterà le basi per trasformarlo, al contrario, in uno dei più sostenibili. È il caso di Ethereum, il più grande network basato su blockchain ad adottare questo sistema, con tanto di taglio del 99,95% delle proprie emissioni. In che modo? Cambiando il meccanismo di validazione delle transazioni, salito alla ribalta all’epoca delle proteste in Kazakhstan lo scorso mese di gennaio. Tale meccanismo, che poi è il cosiddetto protocollo proof-of-work, mette i miners al centro della produzione dei bitcoin.

In buona sostanza, ogni singolo scambio di valuta digitale viene registrato sulla blockchain di riferimento, una sorta di libro mastro digitale su cui tutte le transazioni vengono memorizzate immutabilmente attraverso un complesso algoritmo. E sono proprio i miners a risolverlo, disponendo di potentissimi computer: è una sorta di gara a chi ci riesce per primo. Il “vincitore” riceve un compenso in bitcoin ma contemporaneamente c’è un’imponente consumo di energia. Quanto imponente?

L’impatto ambientale stimato è di 142 terawatt ogni anno. La Norvegia e l’Ucraina, per usare qualche termine di paragone, ne consumano all’incirca 124. La Svezia 123, cifre simili anche per Argentina, Svizzera e Finlandia. Insomma, la produzione annuale di bitcoin in un anno richiede un dispendio di energia maggiore di quanto ne richieda il popolo argentino. Lo stesso procedimento vale per tutte le altre cripto, Ethereum compresa, la seconda più popolare al mondo: la sua media annuale supera i 74 terawatt, più o meno quanto consuma l’Austria.

Il nuovo sistema

Con il protocollo proof-of-stake, addio miners. O quasi. E con essi addio anche al consumo smodato di energia. Per validare le transazioni sulla blockchain non serviranno più giganteschi computer energivori perennemente impegnati in contemporanea a risolvere complicatissimi algoritmi matematici.

D’ora in avanti, o meglio, a partire da metà settembre – è il periodo indicato dagli sviluppatori, al di là dell’update Bellatrix occorreranno diversi giorni per la stabilità del sistema- per partecipare al funzionamento di Ethereum sarà necessario depositare una cauzione (stake) in ethereum, prelevata direttamente dal proprio capitale. In altre parole, la vecchia figura del “minatore” viene sostituita da quella di un giocatore di poker, che punta una somma più o meno grande per giocare, o meglio ancora per validare la transazione.

Chi ci guadagna

Più il capitale messo a disposizione come deposito è maggiore (“giocata minima” è di 32 ethereum, circa 50.000 dollari), più le possibilità di essere scelti dalla blockchain per risolvere l’algoritmo aumenta. In questo modo ci guadagna il “validante”, perché in cambio, oltre a ottenere altri ethereum, potrà reinvestirli per le successive transazioni, aumentando la probabilità di essere scelti di nuovo. Ci guadagna il pianeta, perché come detto i consumi si ridurranno del tutto, il “famoso” 99,95% che in tempi di crisi energetica non può che dare il buon esempio. E ci guadagna anche il sistema.

Perché il “merge” è solo un primo passo. Oltre alla sostenibilità, Ethereum diventerà estremamente più veloce (il passaggio successivo, secondo Buterin in arrivo entro metà 2023, viene definito come “The Surge”, il balzo): arrivando a svolgere fino a 100.000 transazioni al secondo. Oggi la valuta digitale in questione, al secondo, e attraverso il meccanismo della proof-of-work, non supera la ventina (e al costo di 50 dollari, se non di più, per i consumi energetici). Per fare un altro paragone, la Visa oggi riesce a processarne 17.000, con un potenziale massimo di 60.000.

Criticità: truffe e rischio monopolio

Gli sviluppatori, e il fondatore Buterin, garantiscono: ogni tentativo di truffa nei confronti del sistema viene punito “bruciando” il capitale proposto come cauzione. In sostanza, se un aspirante validante prova a corrompere o alterare la blockchain, automaticamente perde una parte o tutti i soldi depositati.

D’altronde, nel sistema proof-of-stake, occorrerebbe il 51% di moneta digitale per riuscire a modificare la catena a proprio vantaggio. E in circolazione ci sono 122 milioni di ether, per una capitalizzazione attorno ai 230 miliardi di dollari. Scenario piuttosto difficile che si avveri, così come quello previsto dal proof-of-work, in cui è richiesta una capacità di calcolo, e di energia, pari al 51% dell’intera rete.

Tuttavia il sistema consente la possibilità di organizzarsi in gruppi, per condividere risorse e guadagni. Ed è questa la principale anomalia che presenta the Merge, messa in luce dai difensori di bitcoin. Avvantaggiando i più ricchi e mettendo fuori gioco chi magari ha gli strumenti per risolvere l’algoritmo, ma non il capitale, il sistema rischia di diventare centralizzato.

Ethereum, cripto del futuro o… paradosso?

Una sorta di paradosso, dato che Ethereum è per definizione una criptovaluta e piattaforma decentralizzata. Proprio per questo, c’è chi prevede possano essere in tanti a rifiutare il passaggio a proof-of-stake, rimanendo legati all’attività del mining. Nessuno potrà impedirlo, ma nessuno può nemmeno sapere se questa strategia pagherà, nel medio lungo periodo.

 

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