Le crisi finanziarie nell’età contemporanea partono dalla periferia del sistema. E’ stato così con i mutui subprime, un asset class apparentemente marginale. Ma che mise in ginocchio le banche Usa, provocando il crack di Lehman Brothers. Nel 2011 i bond sovrani della Grecia, non certo un Paese core nella geopolitica economica del ventunesimo secolo, spinsero la zona euro sull’orlo del baratro. Ci volle il whatever it takes di Mario Draghi per salvare la moneta unica. E ora è una società immobiliare cinese, Evergrande, ignota ai più, a mettere in fibrillazione i mercati.
La sede di Evergrande Group a Guangzhou

Mercati finanziari in agitazione

Lunedì 20, a Hong Kong, il titolo Evergrande ha perso il 10%. Il giorno successivo ha limitato la flessione allo 0,44%, chiudendo a 2,27 dollari locali. Da inizio anno Evergrande ha lasciato sul terreno il 90%. L’indice Hang Seng martedì 21 ha terminato le contrattazioni a 24.221,54 punti, recuperando lo 0,51%, ma lunedì era scivolato sui minimi dall’ottobre 2020. Oggi, 22 settembre, la borsa di Hong Kong è chiusa per festività.
Il contagio cinese si è esteso al Giappone: l’indice Nikkei martedì ha ceduto il 2,17%, a 29.839,71 punti. Le borse europee hanno rimbalzato dopo il sell-off di lunedì, mettendo tra parentesi, almeno a prima vista, sia la discesa degli indici di Wall Street (il 20 settembre Dow Jones -1,78%, S&P 500 -1,70%, Nasdaq -2,19%, mentre martedì gli indici hanno chiuso attorno alla parità), sia la debolezza di Tokyo (anche oggi in calo, sebbene limitato). E oggi gli indici europei salgono, in attesa della Fed.
Alcuni analisti ridimensionano la vicenda Evergrande al classico appiglio che serviva ai mercati per ritracciare dopo la lunga cavalcata di quest’anno. Ma non mancano gli allarmisti, che vedono un rischio sistemico.

 

Evergrande ha sul gobbo un fardello di debiti per 305 miliardi di dollari. Alla società fanno capo 1.300 progetti immobiliari in oltre 280 città. Ed è a rischio default. Il governo di Pechino sinora non ha fatto sapere se interverrà a supporto del gruppo immobiliare.
Un colosso che anni fa era stato in predicato di acquistare la Roma: interessato al progetto di costruzione del nuovo stadio, Evergrande si affacciò sul dossier del club giallorosso quando era ancora di proprietà di James Pallotta. Non se ne fece nulla, e a posteriori possiamo dire che è stata una benedizione.

Rischio default

Il 23 settembre il gruppo deve pagare pagare 83,5 milioni di dollari di cedole sul bond con scadenza marzo 2022. Ha un altro pagamento di 47,5 milioni in scadenza il 29 settembre per il titolo con scadenza marzo 2024. Hengda Real Estate Group, divisione di Evergrande, ha annunciato che domani pagherà la cedola da 232 milioni di yuan (35,9 milioni di dollari) su un bond onshore.

Le obbligazioni sono state sospese. Ma le cedole vanno pagate. Lo sviluppatore, al momento non ha indicato se sarà in grado di rimborsare gli  83,5 milioni di dollari di interessi dovuti sul bond marzo 2022.

Secondo i dati di S&P Global Market Intelligence, a fine giugno Evergrande aveva un debito insoluto di 89 miliardi di dollari. Il 42% dell’indebitamento scadrà entro meno di dodici mesi.

La società cinese è talmente disperata da aver chiesto prestiti ai dipendenti.

Evergrande potrebbe essere sacrificata sull’altare del nuovo corso di Pechino: il governo sta lanciando una serie di messaggi al mondo finanziario, scoraggiando i comportamenti troppo disinvolti e aggressivi, che hanno caratterizzato il passato.

La società di ricerca Capital Economics stima che Evergrande abbia prevenduto più di 1,4 milioni di appartamenti, per un valore di 200 miliardi di dollari, che deve ancora finire. L’esito della vicenda potrebbe essere un fallimento pilotato da Pechino, che faccia pagare lo scotto agli investitori speculativi e coinvolga altri sviluppatori per completare i progetti incompleti.

Il rischio, però, è che Evergrande inneschi un domino nel settore immobiliare e, a cascata, nell’intero settore finanziario. Il parallelo con Lehman ricorre nei commenti degli analisti. Nel 2008 il Tesoro Usa decise di non salvare la banca d’affari per non alimentare il cosiddetto moral hazard. Mal gliene incolse: i costi per evitare il tracollo dell’intero sistema finanziario furono enormi, e salvare Lehman, al confronto, sarebbe costato un’inezia.

Evergrande, però, pesa appena per il 4% sull’azionario mondiale (indice Msci World) e, in quanto società non investment grade, i bond high yield del gruppo sono poco presenti nei portafogli degli investitori istituzionali. Poco presenti, ma ci sono: secondo Bloomberg, Ashmore Group ha in mano titoli per oltre 400 milioni di dollari, Blackrock per poco meno di 400 milioni, Ubs per quasi 300 milioni e Hsbc per oltre 200 milioni.

Oltre a costituire l’appiglio per quanti aspettavano di prendere profitto, il caso Evergrande potrebbe cadere a fagiolo per la Federal Reserve, che oggi, 22 settembre, riunirà il comitato di politica monetaria. L’attesa, sino a qualche giorno fa, era che fosse l’occasione per annunciare il tapering entro la fine dell’anno. Ora, alla luce del cambio di direzione dei mercati, sta prendendo corpo l’ipotesi che l’annuncio venga rinviato a tempi migliori.

Insomma, a conti fatti, Evergrande potrebbe rivelarsi un toccasana per i mercati mondiali.

Una voce dalla Cina: Pechino non lascerà fallire Evergrande

Tommaso Lazzari

Tommaso Lazzari, co-founder e Ceo di Seta Capital. boutique di advisory di M&A, commenta la vicenda con Dealflower da Shanghai. “Mi pare che se ne parli più in Europa che in Cina”, dice. “Qui, il polso della situazione è diverso. Stiamo parlando di una società che aveva problemi di circolante da oltre un anno e che si è trovata in difficoltà perché tutti i sottoscrittori dei bond sono corsi a ritirare l’investimento. Qualsiasi azienda che utilizza una leva finanziaria spinta in una situazione simile sarebbe andata in crisi”.

Detto questo, Lazzari trova che il paragone con Lehman Brothers sia improprio. “I prezzi del real estate in Cina stanno salendo vertiginosamente. Non c’è una crisi immobiliare. E il governo è abbastanza solido da poterla salvare”, nota. “Stiamo parlando di una società quotata e gli investitori cinesi sono prevalentemente retail”. Insomma, fermo restando che “le vie del governo cinese sono imperscrutabili e indefinite”, Lazzari ritiene che “Evergrande non fallirà”.

E’ un gruppo che dipende dalle decisioni di Pechino sui piani di sviluppo immobiliare: non c’è una partecipazione pubblica nell’azionariato, ma di fatto c’è un legame con l’apparato della Repubblica, sancito anche dall’appartenenza al partito comunista del fondatore e presidente. “Non è da ieri che hanno problemi di liquidità”, aggiunge Lazzari. “Non hanno fatto niente di illegale. Se si sono indebitati è perché il governo ha consentito che ciò avvenisse. E non permetterà che il contraccolpo di un eventuale default ricada sugli investitori retail”, precisa il manager.

Lazzari ricorda che in passato un’altra grande società immobiliare, Vanke, si era trovata in una situazione simile e il governo era intervenuto per salvarla ed evitare un impatto sui piccoli investitori. “Non si vede perché (Evergrande) dovrebbe essere punita dal governo o essere trattata diversamente da Vanke”, conclude Lazzari.

Gli analisti non vedono un rischio sistemico, ma il settore immobiliare trema

S&P Global Ratings ha scritto in un report che non si aspetta che Pechino fornisca supporto diretto a Evergrande.

Secondo gli strategist di Citigroup, Barclays e Ubs, la crisi di Evergrande “non sarà un caso Lehman”, perché lo scenario non è quello del 2008 e non si corre il rischio che le banche perdano fiducia nel sistema finanziario.

Barclays, per esempio, non ritiene che il governo permetterà un effetto domino sul mercato immobiliare cinese, che, “con un valore totale di oltre 50.000 miliardi di dollari, risulta essere molto più grande del settore real estate statunitense”.

Gli analisti di Goldman Sachs chiedono alle autorità di inviare un “messaggio più chiaro” sui piani per impedire a Evergrande di causare “ripercussioni significative” all’economia cinese.

Citigroup sostiene che i funzionari possono commettere un “errore politico di chiusura eccessiva”.

Gli economisti di Societe Generale, invece, assegnano una probabilità del 30% di un hard landing del problema.

“Anche se la maggior parte del mercato non si aspetta che Evergrande crolli all’improvviso, il silenzio e la mancanza di azioni da parte dei responsabili politici stanno facendo cadere tutti nel panico”, scrive Ding Shuang, capo economista di Standard Chartered a Hong Kong. “Mi aspetto che la Cina offra presto un supporto verbale per stabilizzare il sentiment“.

“I responsabili politici probabilmente sosterranno la linea di fondo di prevenire il rischio sistematico per guadagnare tempo”, spiega Citi. Tuttavia, alcune banche potrebbero diventare vittime egli eventi, aggiunge la banca, considerando il fatto che il 40,7% delle attività delle banche cinesi è legato al settore immobiliare. L’analisi di Citi sull’esposizione creditizia dei gruppi ad alto rischio sul fronte del real estate indica, fra i titoli più esposti, China Minsheng Banking, il colosso assicurativo Ping An Bank e China Everbright Bank.

“Il governo ha tutto l’interesse nel prevenire un’inadempienza disordinata, che potrebbe devastare il settore immobiliare e bancario, entrambi pilastri della stabilità economica”, scrivono gli analisti di CreditSights. Anche se un salvataggio statale potrebbe non essere la soluzione ritenuta più adeguata dalle autorità cinesi, “qualsiasi intervento del governo sarebbe probabilmente mirato a limitare la minaccia a livello finanziario, economico e sulla stabilità sociale”.

Gabriele Foà, co-portfolio manager di Algebris Global Credit Opportunities Fund, parla di “rischio finanziario probabilmente limitato” perché “i prestiti del settore bancario a Evergrande rappresentano lo 0.2% dello stock di prestiti totale, e l’intero settore rappresenta il 7%. “Il rischio economico è potenzialmente più elevato, in quanto il settore rappresenta circa il 15% del Pil cinese. Se lo stress dovesse dunque estendersi a molti altri player del settore, il rischio di un rallentamento sarebbe tangibile, con forti conseguenze sull’economia globale”. A quel punto, però, il governo cinese interverrebbe a sostegno del comparto immobiliare. “Il rischio di contagio sistemico resta dunque basso, ma la volatilità non ha ancora generato un entry point interessante sulle principali asset classes. Manteniamo dunque un posizionamento cauto e pronto a prendere le opportunità che il mercato ci dovesse offrire”, conclude Foà.

Pietro Bellotti, premium client manager di IG Italia, sostiene che la vicenda Evergrande “avrà un forte impatto sul settore immobiliare cinese, con ulteriori potenziali rischi sul settore bancario. Il sentiment degli acquirenti di case è stato influenzato negativamente, impattando le capacità delle compagnie costruttrici di completare i progetti. Attualmente, Evergrande da sola non è considerata sufficiente per esercitare pressione sul settore finanziario. Tuttavia, altri costruttori ad alto costo sono ora monitorati in quanto è aumentato fortemente il rischio di problemi legati alla liquidità. Questi problemi rappresentano un rischio crescente per le vendite di proprietà, l’avvio e il completamento delle costruzioni, che a loro volta sono un fattore chiave di crescita della domanda di acciaio, cemento, rame e alluminio”.

Un colosso coi piedi d’argilla

Ma cosa è esattamente China Evergrande Group? Si tratta di una società immobiliare che ha fatto leva sul desiderio di milioni di cittadini cinesi di avere una casa e ne ha fatto un business, indebitandosi per lanciare progetti immobiliari in ogni provincia, vendendo appartamenti anni prima che fossero completati e racimolando passo dopo passo il denaro per pagare gli interessi sui debiti.

Il governo guidato dal presidente Xi Jinping ha detto basta alla finanza spregiudicata. Evergrande si è vista bloccare diversi progetti. Così, la sorta di schema Ponzi messo in piedi dal gruppo è caduto. La liquidità scarseggia. I pagamenti a fornitori e appaltatori sono stati bloccati. I dipendenti di varie controllate sono stati licenziati. Chi è rimasto a lavorare nel gruppo si è visto tagliare ogni tipologia di bonus, compresi i buoni-pasto.

Il 14 settembre scorso Evergrande ha confessato che da giugno le vendite di appartamenti sono notevolmente rallentate. E sono stati reclutati degli advisor finanziari per ristrutturare il debito. Intanto, però, migliaia di persone che hanno comprato abitazioni sulla carta stanno aspettando di capire, alla luce dei ritardi accumulati nelle realizzazioni, se potranno viverci o meno.

Il fondatore, presidente e maggiore azionista della società, Xu Jiayin, è cresciuto in un villaggio povero nella provincia centrale di Henan. Ha studiato duramente, è andato al college e in seguito ha lavorato in un’azienda siderurgica statale. Ha fondato Evergrande, il cui nome cinese significa “costante” e “grande”, nella città meridionale di Guangzhou, quando aveva 37 anni.

Ex dipendenti e altri che in precedenza hanno lavorato con Hui lo descrivono come un maniaco del lavoro. Un uomo ambizioso e con una propensione a correre rischi e fare scommesse audaci.

La quotazione a Hong Kong di Evergrande è avvenuta nel 2009. Pareva la premessa per un futuro luminoso, una lunga scalata sull’onda del boom immobiliare. “Lo sviluppo è il principio assoluto”, disse Hui durante un discorso ai dipendenti del 2017, citando Deng Xiaoping. Nel 2019 Evergrande aveva in cantiere progetti pari a quattro volte il numero di due anni prima.

Diversificazione e calcio

Le manie di grandezza di Hui hanno preso la strada della diversificazione: parchi a temi, servizi sanitari, produzione di acqua minerale e veicoli elettrici. L’attore Jackie Chan è diventato testimonial dell’acqua minerale. E poi, seguendo una parabola che in Europa conosciamo molto bene, è arrivato l’acquisto di una squadra di calcio, Evergrande Guangzhou.

Pagandosi dividendi corposi, Hui è diventato uno degli uomini più ricchi della Cina: da ottobre 2018 si è messo in tasta 5,3 miliardi di dollari.

Le politiche commerciali spregiudicate, come sconti fino al 30% sui prezzi pubblicizzati, si sono rivelate un boomerang con l’esplosione della pandemia di coronavirus Covid-19, che ha bloccato i cantieri. Evergrande ha risposto alle difficoltà del settore con iniziative ancora più aggressive, come incentivi ai dipendenti per comprare casa. Risultato: il 2020 è andato in archivio con vendite per 112 miliardi di dollari, in crescita del 20%.

Ma la bolla era sul punto di esplodere. Un po’ alla volta sono emersi documenti che dimostrano il peso eccessivo della leva finanziaria, nonché i ritardi nella realizzazione dei progetti. Azioni e obbligazioni sono crollate a più riprese nel corso dell’anno. L’estate scorsa è emerso chiaramente che i problemi di liquidità erano tali da non consentire il pagamento regolare di fornitori e appaltatori. E gli investitori retail si sono affrettati a chiedere il rimborso dei titoli.

Evergrande sta cercando di reperire risorse vendendo gli asset non core, come l’attività di produzione di veicoli elettrici. Farlo con l’acqua alla gola, però, non è facile.

Securities Times riporta il testo di una lettera di Hui ai dipendenti: secondo il presidente, il gruppo uscirà “dal momento più buio”. Come ne uscirà, però, non è chiaro.

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