Ha avuto tutto inizio con una comunicazione ai mercati dello scorso 8 marzo con cui cui la holding Svb Financial Group annunciava di aver messo sul mercato 1,25 miliardi di dollari delle proprie azioni ordinarie e 500 milioni di “depositary shares”. Nella seconda parte della nota la banca californiana rivelava inoltre di aver venduto circa 21 miliardi di dollari di titoli, spiegando che l’operazione si sarebbe tradotta “in una perdita al netto delle imposte di circa 1,8 miliardi di dollari nel primo trimestre del 2023″. È stata quest’ultima notizia a causare l’effetto domino che ha portato prima al fallimento della Silicon Valley Bank (Svb), detenuta dalla holding Svb Financial Group, e poi, in meno di 48 ore, al fallimento anche della newyorkese Signature Bank.

L’aggravarsi della situazione ha costretto le autorità  statunitensi a intervenire per evitare di mettere in difficoltà l’intero sistema finanziario. E così con una dichiarazione congiunta arrivata nella giornata di ieri il segretario al Tesoro Janet L. Yellen e il presidente della Federal Reserve (Fed), la banca centrale americana, Jerome Powell hanno affermato che i clienti della Svb avranno accesso a tutti i loro depositi e saranno dunque pagati. Una simile iniziativa verrà presa anche per la Signature Bank.

Perché la Silicon Valley Bank è fallita?

Il fallimento della Silicon Valley Bank, secondo solo a quello di Washington Mutual del 2008, è con ogni probabilità stato principalmente causato dalla politica di aumento dei tassi messa in atto dalla Fed per contrastare l’inflazione. Secondo quanto riportato da Repubblica, infatti, la banca californiana aveva investito oltre il 55% del denaro dei clienti in Treasury, titoli di stato americano (dati al 2021). L’aumento dei tassi ha eroso la reddittività di questo tipo d’investimento, mettendo l’istituto in difficoltà.

Un secondo elemento chiave di questa storia è sicuramente il panico (che ha visto alcuni fondi e non solo giocare il ruolo di aizzatori, dando vita ad alcune teorie a riguardo). La perdita di 1,8 miliardi di dollari annunciata lo scorso mercoledì ha terrorizzato i clienti della banca, che dunque hanno effettuato in massa prelievi per poter mettere al sicuro il proprio denaro. La “corsa agli sportelli” ha determinato prelievi per 42 miliardi di dollari, provocando un saldo di cassa negativo di quasi un miliardo per Svb alla chiusura del 9 marzo.

Questa serie di eventi ha infine portato al default della banca, dichiarato ufficialmente lo scorso venerdì 10 marzo.

Il fallimento di Svb è un ulteriore tassello della crisi del tech

Dopo i licenziamenti di massa e il fallimento di della piattaforma di crypto exchange Ftx, il “crack” della Silicon Valley Bank segna un ulteriore duro colpo per il settore tech. La banca californiana è infatti strettamente legata al tessuto delle startup tech e dei venture capitalist, che ha proprio nella Silicon Valley la sua “culla”.

Nato a Santa Clara nel 1983 da un’idea di Bill Biggerstaff e Robert Medearis l’istituto ha tra i suoi clienti molte startup e anche alcune big del settore tech come Roblox, società che possiede uno dei principali metaversi. Secondo i dati riportati da Axios, oltre a investire direttamente in fondi di venture capital, nel 2022 la banca ha erogato il 56% dei propri prestiti proprio a venture capitalist.

La notizia del fallimento di Svb ha fatto vivere ai ceo di molte startup americane e non solo un weekend di passione. Molti di loro, infatti, senza l’intervento delle autorità americane, non avrebbero per esempio avuto i soldi per poter pagare ai propri dipendenti lo stipendio (cosa che avviene su base settimanale per molte realtà statunitensi).

La vendita di Svb Uk

Oltre al crollo del settore bancario sui mercati del Vecchio Continente, il principale effetto del fallimento della Svb ha riguardato il ramo Uk della banca, la primaria propaggine “europea” dell’istituto californiano. La Silicon Valley Bank Uk Limited è stata in mattinata salvata da Hsbc, che l’ha rilevata per il prezzo simbolico di una sterlina.

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