Nell’avvocatura donne e uomini sono numericamente quasi sullo stesso piano. Gli uomini sono il 52,3% sul totale, in termini assoluti sono 126mila gli avvocati uomini e 115mila le donne. Non si può dire lo stesso per lo stipendio. Le avvocato donne, infatti. guadagnano meno dei colleghi uomini. Secondo il Rapporto Censis sull’Avvocatura 2022 della Cassa Forense, la distanza fra il reddito medio di una donna e un uomo è tale che occorre sommare il reddito di due donne per sfiorare (e non raggiungere) il livello medio percepito da un uomo: 23.576 euro contro i quasi 51mila.

Oltre il gap salariale, c’è anche quello di percorso. Nonostante l’ente previdenziale italiano non indichi quale giurisdizione – civile, penale o amministrativa – il genere femminile preferisca esercitare, da sempre il diritto penale è considerato un ambiente prettamente maschile. “Se prima si parlava di ‘penale nero’, caratterizzato per lo più da casi di mafia e omicidi, dagli anni ’90, invece, ha preso piede quello che noi definiamo il ‘penale bianco’, in cui i reati sono più legati al diritto societario. La figura della donna così, anche per un evoluzione della materia penale più legata al diritto societario, ha iniziato a essere maggiormente presente anche in questo campo”, racconta a Dealflower l’avvocato Francesca Nobili (nella foto sotto) dello studio legale Arata e Associati.

La nuova immagine del penale e l’aumento delle donne nell’avvocatura ha fatto sì che anche in questo ambiente sia quasi normale la presenza femminile. Ma come riesce una donna, mamma, a conciliare famiglia e tribunale? Ancora oggi, infatti, sembra essere difficile (per fortuna non impossibile) trovare in questa giurisdizione, così imprevedibile e totalizzante, un ambiente di lavoro che ti permetta di unire avvocatura e figli.

Una scelta quotidiana

Trovare un “non equilibrio”, come sottolinea l’avvocato Nobili, è possibile. Ma solo se sia la donna che lo studio per cui lavora si impegnano insieme affinché le due cose non si escludano.

“Lavoro nel penale dal 2011, da quando ho iniziato come praticante in questo studio, Arata e Associati, che ho scelto anche per essere già al tempo controtendenza. Una cosa mi aveva colpito infatti: nel 2011 su nove professionisti presenti, cinque erano donne”, sottolinea l’avvocato.

Nell’arco degli anni un incremento di donne nell’ambito in generale c’è stato, conferma anche l’avvocato Nobili, che ad oggi, all’età di 35 anni è al nono mese del terzo figlio. Nonostante questo, ammette che ci sono state colleghe di altri studi legali che per cause di lavoro o familiari sono state costrette a scegliere una delle due cose.

“Per far coesistere le due sfere, famiglia e lavoro, penso sia necessario mantenere un dialogo aperto. Essere consapevoli che è impossibile raggiungere un vero equilibrio, perché ogni giorno si va alla ricerca dell’incastro perfetto. È come quando passi da un figlio a due, non riesci a dedicare le stesse attenzioni, perché un figlio è diverso dall’altro ed è un continuo rimettersi in gioco. È una scelta in qualche modo quotidiana, un’esigenza che si pone tutti i giorni, dall’emergenza lavorativa a quella familiare”, spiega Nobili.

Come un’azienda o uno studio legale decide di investire su una persona assumendola, allo stesso tempo anche la persona stessa deve dimostrare di avere a cuore l’andamento del proprio ambiente lavorativo. “È un rapporto a due, reso possibile dal fatto di avere a casa un compagno/a in grado di supportare il tuo lavoro e comprendere il tuo impegno”, aggiunge l’avvocato.

Ma come conciliare nella pratica le esigenze della donna e l’idea di maternità e le esigenze dell’azienda o dello studio professionale di dover andare avanti? “Avendo una pianificazione professionale, anche se nel nostro caso non è sempre possibile – spiega Nobili -. Si crea spesso un rapporto fiduciario con il cliente. Parliamo, infatti, di procedimenti che durano anni, alcuni anche con molta tensione e fatti di momenti in cui si vive un rapporto simbiotico. Quindi, di fronte a degli imprevisti, è più difficile sia per il cliente accettare un sostituto che per l’avvocato stesso decidere di non seguire più il caso”. Il dialogo con i colleghi e lo studio è necessario, aggiunge l’avvocato, proprio in questi casi.

Un aiuto esterno

Che le donne sappiano fare più cose contemporaneamente, come unire famiglia e lavoro, non è una dote innata e caratteristica esclusiva del genere femminile. Semplicemente, da sempre, se vuoi lavorare e avere dei figli questo è l’unico modo. “Ad oggi, poi, le donne non possono concedersi il lusso di non lavorare. Un solo componente non riesce più a mantenere da solo tutta la famiglia. Gli stipendi non sono più così alti e il costo della vita è più elevato”, spiega l’avvocato.

Ci sono lavori sicuramente meno frenetici e imprevedibili, rispetto a quello dell’avvocatura, che permettono alle donne di conciliare scuola, lavoro, figli e casa più facilmente. “Ma perché io dovrei scegliere?”, sottolinea Nobili. Essere ambiziosi e tentare carriere senza i soliti orari standard da ufficio, magari lontano dalla città o il paese in cui si è nati – quindi senza un supporto genitoriale – è un privilegio però che non tutti possono permettersi. “Sarebbe più accessibile se lo Stato intervenisse ad aiutare le famiglie con un maggiore supporto economico”, spiega l’avvocato.

L’età in cui si fanno figli è sempre più alta e, di conseguenza, la capacità genitoriale ed economia è maggiore. Questo, però, significa poi meno nascite e sempre più tardi, una realtà di cui lo Stato deve decidere di farsi carico o di non lamentarsi. “Ci sono aziende che hanno adottato politiche più favorevoli nei confronti delle famiglie, con benefit e orari flessibili e retribuzioni, ma la la strada è ancora lunga affinchè si vedano i risultati”, sottolinea Nobili.

L’avvocatura, ad esempio, è tra i settori che di passi in avanti deve ancora farne molti. Si parla di un lavoro, infatti, in cui si comincia a guadagnare – con distinzione di genere – solo dopo molti anni, la maggior parte dei quali spesi a lavorare gratuitamente o con un semplice rimborso spese. Un contributo che in città come Milano o Roma necessità dell’aiuto familiare. Ma anche in questo caso, non tutti possono permetterselo.

Avere una famiglia, quindi, è sempre di più una scelta che viene fatta in modo calcolato, dalla semplice domanda “mi posso permettere un figlio?” a “la mia carriera si fermerà qui?”. I più fortunati – graziati da un compagno/a presente e un ambiente di lavoro favorevole – riescono a conciliare le due cose. Si spera che un giorno questi fattori siano la norma ovunque.

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