L’impact investing piace sempre più alle fondazioni italiane. Secondo quanto emerge da una ricerca condotta da Tiresia, centro di ricerca sull’innovazione e la finanza per l’impatto sociale della School of Management del Politecnico di Milano, in collaborazione con Assifero (Associazione Italiana Fondazioni ed Enti Filantropici), il 65% delle fondazioni ha già messo in campo investimento di impatto e il 10% ne sta valutando la fattibilità. Il 25% delle fondazioni, invece, non effettua operazioni di impact investing e non ha intenzione di farlo.

Crescono le risorse per incidere sull’economia reale

La ricerca stima in circa 246 milioni di euro le risorse destinate a investimenti con un impatto nell’economia reale.

A fare la parte leone nell’impact investing sono le fondazioni di origine bancaria (31% degli investimenti) e le fondazioni di famiglia (23%).

Le fondazioni che fanno parte di Assifero, in particolare le fondazioni di famiglia e di impresa, mediamente sono caratterizzate da bassa patrimonializzazione, struttura interna limitata e pianificazione erogativa su base annuale, con conseguenti limitazioni, sia in termini di programmazione strategica di medio lungo periodo, sia di proficua partecipazione al mercato dell’impact investing.

Mancano professionalità e strumenti di misurazione

Gli intervistati hanno citato alcune criticità relative a diverse fasi degli investimenti. In primo luogo, hanno rilevato difficoltà nelle prime fasi, quando gli enti su cui si è investito hanno bisogno di supporto e accompagnamento organizzativo e finanziario.

La redditività degli strumenti, insieme alla scarsa conoscenza del rapporto tra rischio e investimento, sono stati indicati come criticità da alcuni intervistati.

Infine, hanno posto l’accento sulle difficoltà nelle fasi di uscita dall’investimento, che sono ancora da verificare perché l’impact investing ha una storia recente in Italia.

Una sfida importante, riferita da molti intervistati, riguarda l’uso della misurazione d’impatto e la sua complessità, soprattutto per le fondazioni e gli enti filantropici di dimensioni più piccole e con meno risorse a disposizione. Solo il 43% delle fondazioni dichiara di misurare nella pratica quotidiana la dimensione sociale e/o ambientale delle operazioni.

La finanza di impatto, inoltre, è condizionata dalla cultura e dall’esperienza dei fondi di investimento. I professionisti di solito vengono da fondi profit, ma i fondi social hanno dinamiche differenti. Il capitale paziente fatica a sposarsi con l’individuazione delle modalità di exit sin dalle prime fasi dell’investimento.

E poi c’è il problema della mancanza di una definizione condivisa anche a livello operativo. La tendenza a parlare di impact investing in modo vago e approssimativo è un altro nodo.

Molti intervistati, inoltre, sottolineano che nel settore filantropico mancano le competenze specifiche per poter gestire al meglio gli investimenti a impatto. In particolare, questa è stata evidenziata come una barriera importante per alcune fondazioni più piccole, come le fondazioni di comunità.

Alla ricerca di un rendimento minimo

Lato investitori si lamenta la mancanza di competenze e l’incapacità di condivisione delle buone pratiche, nonché l’impreparazione e l’immaturità di molte organizzazioni del settore sociale, in termini di capacità organizzativa e manageriale di gestire il rapporto con l’investitore e di garantire una sostenibilità economica.

Il ruolo più importante per le fondazioni, secondo diversi intervistati, è attrarre altri investitori verso l’impact investing, provocando un effetto leva.

L’84,6% delle fondazioni è orientato all’investing for impact, cioè investire mettendo l’impatto sociale al centro del progetto. Il restante 15,4% ritiene equi gli obiettivi sociali e finanziari.

Tutte le fondazioni mirano alla restituzione del capitale, ma il 64% vorrebbe ottenere dei rendimenti minimi, seppur inferiori a quelli di mercato. I rendimenti attesi si aggirano attorno al 2,5%.

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