“La mia soddisfazione più grande? Quando arrivi fino in fondo al progetto e la luce riesce a sorprenderti”. Carlo Urbinati, fondatore e presidente di Foscarini spa, non è un imprenditore. Non è un architetto. E anche affermare che è un designer sarebbe in qualche modo riduttivo. La sua identità e quella della sua impresa si definiscono per sottrazione. E intervistarlo non è fare domande e attendere risposte ma entrare in una conversazione che ti coinvolge e che alla fine non si chiude, ma apre prospettive.

Foscarini immagina e sviluppa lampade decorative, ma non ha una fabbrica. Nasce nel 1981 sull’isola di Murano, nel 1988 Urbinati e Alessandro Vecchiato, entrati in azienda come designer, la rilevano e ne diventano i nuovi proprietari. Oggi è presente in 2800 negozi multimarca in oltre 88 Paesi nel mondo e ha due showroom, Foscarini Spazio Soho a New York e Foscarini Spazio Monforte a Milano, per un fatturato 2021 di 40 milioni di euro. La collezione Foscarini conta 60 famiglie di lampade, realizzate con più di 20 materiali diversi, frutto della collaborazione con più di 30 designer. Fondamentale è la rete di piccole realtà produttive, estremamente specializzate e competenti presenti sul territorio italiano, raccontate nel progetto di comunicazione Maestrie.

Recentemente Foscarini ha acquisito il 90 per cento dell’azienda tedesca Ingo Maurer GmbH con l’obiettivo di valorizzarne l’unicità del linguaggio estetico, il restante 10 per cento continuerà a essere detenuto da Sarah Utermöhlen, figlia dello storico designer. Un’operazione che è il linea con il posizionamento di Foscarini che vuole essere hub globale di creatività e che, a detta di Urbinati, potrebbe non essere l’ultima del suo genere.

“Fin dalle origini – spiega Urbinati – l’indipendenza da vincoli produttivi si traduce in libertà di pensiero. Oltre trent’anni di collaborazioni con designer di livello internazionale e con le maestrie del territorio, una lunga serie di lampade-icona che dialogano con un ambiente, domestico o collettivo, e con chi ne fa esperienza: la nostra costante è un rigoroso e appassionato orientamento al progetto”. Nato a Genova, Urbinati si iscrive alla Facoltà di Architettura a Roma, contro la volontà del padre. “C’è un aspetto affascinante nel realizzare progetti. E i prodotti in fondo sono piccole architetture, solo che non ci viviamo dentro. Oggi il nostro primo prodotto, e più complesso, è l’azienda”.

Foscarini è, di fatto, un network di creativi e designer. Come si costruisce e si fa crescere un’impresa che fa perno sulle idee?
Mettendosi, appunto, al servizio delle idee. Nella selezione e nello sviluppo dei prodotti non pensiamo a vendere, ma a creare qualcosa che non c’era prima. E perché questo accada, l’idea deve essere libera dai condizionamenti, anche dei materiali. Sa come è nata la lampada Caboche? Un giorno la designer Patricia Urquiola si presenta a un incontro, si toglie il bracciale che aveva al polso e dice: questo sarà la mia prossima lampada. Abbiamo lavorato inseguendo la trasparenza, partendo dai limiti di un materiale che pesava troppo e costava troppo, il vetro, e siamo arrivati al risultato finale, come spesso capita, cambiando i paradigmi: il materiale di cui è realizzata Caboche è quello dei fari delle automobili.

Che cosa significa per lei progettare?
Ognuno di noi è un progetto. Tutto è un progetto: progettare è decidere, nel verso senso del termine, cioè togliere via qualcosa. Scegliere.

E design?
Dare un senso alle cose. Fare design per me non significa fare arte, ma ampliare la cultura visiva. E la luce è il materiale più affascinante che esista. Ma stiamo molto attenti a non confondere la necessità di funzione di una lampada (fare luce, appunto) con il suo vero obiettivo: suscitare emozioni. Ogni lampada è il piccolo sole intorno a cui ruota una stanza. Quando si accende, dobbiamo sentire uno speciale bentornato a casa.

Si può imparare la creatività?
Si può coltivare ma la creatività non si insegna: o ce l’hai oppure no.

Quali sono gli obiettivi futuri dell’azienda?
Crescere, senza escludere altre acquisizioni, ma mantenendo ben distinte le identità di tutti i brand. Non a caso, il vero motore dell’operazione condotta con Ingo Maurer è un valore culturale che va ben oltre l’aspetto finanziario.

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