Motivazioni ufficiali non ce ne sono. Non ancora. Come a dire che tutto è avvenuto così, “de botto, senza senso”. Oggi la Russia invierà meno gas all’Italia. Una riduzione pari al -15%, secondo quanto riferito a Eni. “Le ragioni non sono state al momento notificate” ha fatto sapere un portavoce della compagnia. Che garantisce di aver adempiuto correttamente ai pagamenti nei tempi previsti. E cioè attraverso l’utilizzo di due conti correnti, uno in euro e l’altro in rubli, su richiesta espressa del Cremlino stesso alle aziende appartenenti ai paesi “ostili”. 

Tuttavia gli indizi non mancano. Si tratta del secondo “taglio” di Mosca verso l’Europa nel giro di due giorni. Martedì infatti è toccato alla Germania ritrovarsi a corto di gas russo, dopo l’annuncio di Gazprom di aver ridotto il flusso del 40%. In questo caso una spiegazione è stata fornita: “Guasto a una delle turbine di pompaggio Siemens”. Berlino non ci ha messo molto a commentare la notizia. Lo ha fatto proprio oggi il vicecancelliere Robert Habeck, che ha detto: “Ho l’impressione che quella di ieri sia una decisione politica”.

Taglio del gas a Italia e Germania: motivo tecnico o politico?

Dunque, prima il taglio alla Germania. E la motivazione “tecnica”. Poi quello all’Italia ma senza alcun tipo di spiegazione. C’è un altro dato interessante. E cioè che in Europa, di gas russo, ne sta arrivando il 35-40% in meno già dal 10 maggio scorso. Cause di forza maggiore, che hanno bloccato una stazione di trasporto lungo la rete dei gasdotti ucraini.

E i prezzi? Ovviamente ne stanno risentendo. Due giorni dopo la riduzione della fornitura del gas al vecchio continente il costo del Ttf aveva raggiunto quota 106,7 euro per megawattora, un livello mai più raggiunto, fino a oggi. Anzi, da quel giorno il gas è sceso fino a un minimo di 79,4 euro. Tradotto: se la Russia non può più garantire le forniture da contratto, il gas si va a comprare altrove. E infatti, parallelamente, il prezzo del natural gas liquefatto è cresciuto notevolmente: da un minimo di 6,6 dollari per Mmbtu a un massimo di 9,5 $, record da agosto 2008. L’Europa insomma è andata a chiedere più Gnl agli Stati Uniti. E questo ha comportato una fortissima volatilità sul natural gas. Che però non è dipesa soltanto dalla domanda.

Gnl, guasti all’impianto del Texas: fine del Gnl dagli Usa?

Qualche giorno fa in Texas c’è stata un’esplosione a un impianto della Freeport Lng, che inizialmente ha dato un’ulteriore spinta al prezzo del gas, fino a quei 9,60 che non si vedevano da 14 anni. Prezzo che è poi sceso vertiginosamente nella giornata di martedì, scivolando ai minimi del mese (7,14 $). E questo perché la compagnia ha dichiarato di non aspettarsi un ritorno delle operazioni a pieno regime dell’impianto prima della fine del 2022. Tradotto: non c’è più fornitura gas fino alla conclusione dell’anno da parte di uno dei più grandi terminali di esportazione di Gnl negli Usa. Ed ecco che la domanda torna inevitabilmente sul gas europeo, oggi di nuovo in area 106,2, a ridosso di quei massimi già segnati il 10 maggio scorso, quando le forniture dalla Russia si erano ridotte tra il 35 e il 40%.

Il gas russo torna a essere il più richiesto?

Il fatto che il Texas abbia ridotto drasticamente l’offerta, pur rimbalzando nella seduta odierna (+4,9%) sulle prospettive rialziste della materie prima con l’aumento della domanda interna come motore principale, rappresenta un campanello d’allarme per l’Europa. E per l’Italia. Come detto, gran parte delle importazioni dipendevano dalle forniture americane, dove la produzione era ai massimi storici anche per la domanda interna. Ora occorre nuovamente rivolgersi al mercato europeo, dove la Russia la fa da padrona nonostante le sanzioni. Per ora si escludono ripercussioni sulla tenuta del sistema energetico nazionale. Perché gli accordi stretti i mesi scorsi con altri paesi, tra cui l’Algeria, permettono la copertura del gas mancante. Ma il riempimento degli stoccaggi sta procedendo più lentamente del previsto. Gli ultimi dati indicano una percentuale di circa il 54% per l’Italia, leggermente superiore alla media europea, ma l’obiettivo è arrivare al 90% entro ottobre, altrimenti il sistema non sarebbe in sicurezza in caso di picchi di domanda per il freddo. Le preoccupazioni insomma, riguardano il prossimo inverno.

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