Sganciarsi da Mosca. Ma essere anche pronti al peggio. Per l’Italia, ma più in generale per l’Europa, si avvicina sempre di più il momento del via libera all’indipendenza del gas. O sarebbe meglio dire: indipendenza dalla Russia. Il piano d’emergenza allo studio prevede inevitabilmente più importazioni da altre parti del mondo. Certo, l’Italia ha anche importanti giacimenti nel suo territorio, ma non bastano per l’autosufficienza. Non nell’immediato, perlomeno.

Ecco perché Mario Draghi ha firmato nuovi accordi. Ed ecco perché altri ancora ne arriveranno, in futuro. L’obiettivo? Depositi di stoccaggio riempiti almeno dell’80% entro novembre. Con le centrali a carbone pronte a tornare in attività e possibile stop della produzione delle aziende che consumano più gas. Un piano ambizioso, ma la direzione ormai è inesorabilmente questa.

L’accordo Eni-QatarEnergy è epocale. Ma nessun effetto immediato

In questo senso, il contratto stipulato da Eni e Qatar Energy va proprio in questa direzione. Si tratta del più grande progetto al mondo per la produzione e l’esportazione di gas naturale liquefatto. Un progetto chiamato North Field East, e che sancirà un deciso passo avanti nella diversificazione delle fonti di energia, come assicurato anche da Claudio Descalzi, ad di Eni. Il Qatar ha riserve di gas naturale tra le più grandi al mondo ma si tratta di un accordo che non avrà effetto immediato: la produzione infatti entrerà in vigore da fine 2025.

Già oggi arriva più gas dall’Algeria che dalla Russia

E allora come farà l’Italia a ridurre la propria dipendenza da Mosca? Come detto, è già in corso l’incremento delle importazioni da altre parti del mondo, in particolare dall’Africa e dal Medioriente. Dall’Algeria i livelli di metano importati sono già superiori a quelle della Russia. Anche la Tap dall’Azerbaigian sta assicurando flussi importanti. E poi ci sono gli accordi con Congo, Angola, Mozambico e Nigeria.

L’imprevisto dell’incendio di Freeport

Inoltre ci sono gli accordi con gli Stati Uniti presi già in precedenza, che si sono impegnati a vendere una quota importante di gas liquefatto a prezzi calmierati da lavorare nei rigassificatori. C’è da dire che non mancano gli imprevisti. Un incidente alla grande raffineria di Freeport, in Texas, ha ridotto drasticamente estrazione e lavorazione di Gnl (l’operatività tornerà a essere del 100% non prima della fine dell’anno) generando l’aumento ulteriore della domanda (e del prezzo) del gas europeo. La chiave nel breve termine? I rigassificatori. 

Cinque rigassificatori tra navi e impianti: basteranno?

L’Italia ha tre impianti: a Livorno, La Spezia e Rovigo. A essi si aggiungono due navi rigassificatrici che il governo sta per collocare lungo le coste. Una si posizionerà a Piombino, con una capacità di 5 miliardi di metri cubi l’anno, l’altra dovrebbe posizionarsi al largo di Ravenna. Molto dipenderà dalla capacità di lavorazione di queste strutture, a fronte di gas proveniente da ovest (Stati Uniti) ed est (sono in corso trattative anche con Israele ed Egitto).

Il ruolo del carbone

L’emergenza spiega il motivo per cui siamo tornati a parlare in maniera così insistente anche del carbone. Se emergenza sarà, Italia e Germania, i paesi più dipendenti dalla Russia, sono pronte a tornare a pieno regime conte proprie centrali. L’Italia ne ha sette. Due si trovano in Sardegna. Poi una in Liguria, in Veneto, Friuli, Lazio e Puglia. Cinque di esse sono gestite da Enel e verranno dismesse nel 2025, in linea con gli impegni di riduzione delle emissioni. La sostenibilità dunque rischia di essere messa in secondo piano. Ma, come detto, si parla di emergenza, peraltro già “adottata” per la ripresa post pandemia, vedi la centrale termoelettrica alimentata a carbone Federico II vicino Brindisi, già a gennaio operativa con un aumento di produzione per rispondere alla forte domanda.

Lauria: “Piano europeo ambizioso, Italia paga le scelte del passato”

“Molto dipenderà dallo stoccaggio. Per superare l’inverno senza problemi di rifornimenti il piano del’Europa è riempire i depositi almeno dell’80% entro novembre. L’obiettivo è molto ambizioso, al momento siamo attorno al 55% -spiega Giuseppe Lauria, analista indipendente delle materie prime-. Occorrerà spingere sulla produzione nazionale, estraendo più metano dai giacimenti esistenti e attivando le trivelle per nuove estrazioni. Serivranno investimenti, semplificazioni e collaborazione degli enti locali”. La produzione di gas in Italia, negli ultimi anni, è scesa drasticamente.

Grandi giacimenti di gas in Italia, ma poco sfruttati

Continua Lauria: “L’Italia si trova su enormi giacimenti, per una quantità di 90 miliardi metri cubi, ma ne produciamo 3,5 miliardi rispetto a una domanda di 70-75 miliardi di metri cubi. Fino a venti anni fa la nostra produzione si aggirava attorno ai 20 miliardi di metri cubi, prima che i vari siti si esaurissero oppure venisse sospesa l’estrazione per motivi ambientali: stiamo pagando anche le scelte miopi del passato, basti pensare che le piattaforme del Mare Adriatico estraggono 800 milioni di metri cubi all’anno di gas contro i 17 miliardi di 20 anni fa. Ci sono poi i famosi pozzi produttivi non eroganti. La Basilicata ha il record di estrazione, con un miliardo e 80 milioni di metri cubi l’anno”.

Vicini a un livello di crisi da “preallarme” ad “allarme”

Se tutto questo non dovesse bastare, se la Russia dovesse tagliare ulteriormente i flussi dopo le riduzioni recenti di Gazprom, allora il governo sarebbe costretto ad alzare il livello di crisi da “preallarme” ad “allarme”. Questo comporterebbe i primi “sacrifici”. Le imprese che sfruttano più energia sarebbero costrette a ridurre i consumi. Le grandi acciaierie, le cartiere, i cementifici, le aziende tessili e chimiche. In tutto 46 grandi aziende, tra gruppi industriali e consorzi: valgono all’incirca l’1% dei consumi elettrici. E se non fosse ancora sufficiente, il ministero della Transizione Ecologica potrebbe anche applicare lo stato di emergenza. Questo significherebbe limitare la temperatura e le ore di utilizzo dei condizionatori delle case e degli uffici (in quelli pubblici è già in vigore il divieto di andare sotto i2 5 gradi d’estate i 21 d’inverno).

Un tetto al prezzo del gas: 80 euro per Mwh

L’Europa comunque è al lavoro. Il Consiglio Europeo sta studiando un tetto al prezzo del gas: l’ipotesi è un massimo di 80 euro al Mwh per l’acquisto all’ingrosso. Questo favorirebbe sia gli stoccaggi, sia le famiglie e le imprese. Che però chiedono aiuto ai governi. Draghi sta ragionando sul rinnovo per un altro trimestre del taglio agli oneri di sistema in bolletta, a cui si aggiungerebbe  la proroga per tutta l’estate del taglio delle accise sulla benzina, in scadenza l’8 luglio.

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