Le norme ci sono, anche se c’è sempre margine di miglioramento. Il problema, però, è la matrice culturale e socio-economica alla base del fenomeno della violenza contro le donne.

È quanto è emerso al webinar organizzato da Law, Leadership alliance for women, il gruppo di lavoro dello studio legale internazionale Dla Piper che si occupa di promuovere le differenze di genere, in occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne.

L’avvocato Francesco Lalli, legal director dello studio, ha spiegato poi a Dealflower la situazione normativa contro la violenza di genere vigente, efficacia e miglioramenti che potrebbero essere fatti dei nuovi strumenti di prevenzione e contrasto.

All’incontro hanno partecipato la senatrice Donatella Conzatti, della commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio, e la dottoressa Oria Gargano, presidente di BeFree, cooperativa sociale contro tratta, violenze, discriminazioni.

La partner e promotrice di Law Carmen Chierchia ha sottolineato a Dealflower l’impegno dello studio legale sul tema sia interno che esterno: “Da costituire corsi interni per le dipendenti donne sui limiti psicologici che imponiamo a noi stesse a corsi di educazione finanziaria. Ci occupiamo poi di violenza fisica promuovendo e sostenendo diverse associazioni pro bono e facciamo formazione alle donne vittime di violenza. Diamo un supporto da un punto di vista lavorativo, giudiziario, ma anche per cose semplici e importanti come prepararsi per un colloquio di lavoro”, ha spiegato Chierchia.

La situazione normativa e i numeri

Per fornire una maggiore e più efficace tutela per le vittime di violenza domestica e di genere, nel 2019 la legge del Codice rosso ha modificato il codice di procedura penale. “In questo modo, l’Italia si è finalmente allineata con le punizioni gli altri Paesi Ocse e firmatari della Convenzione di Instanbul”, ha sottolineato a Dealflower l’avvocato Lalli.

La nuova normativa, infatti, ha introdotto nuove fattispecie di reato, come il delitto di violazione dei provvedimenti di allontanamento dalla casa familiare e del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa, il delitto di costrizione o induzione al matrimonio, lo sfregio con l’acido o il cosiddetto Revenge Porn, cioè la diffusione di immagini o video sessualmente espliciti senza il consenso delle persone rappresentate. Sono state poi inasprite le sanzioni nei reati di maltrattamento contro familiari e conviventi, stalking, violenza sessuale e violenza sessuale di gruppo.

Infine, è stato modificato il codice di rito, prevedendo la possibilità che le notizie di reato riguardanti i reati di violenza domestica e di genere possano essere comunicati anche in forma orale dalla polizia giudiziaria al pubblico ministero. In più, sono state imposte tempistiche più stringenti per l’audizione della vittima (entro tre giorni, dopo la querela, il pm deve procedere ad assumere sommarie informazioni dalla vittima) e un percorso preferenziale nello svolgimento degli atti di indagine inerenti a reati di violenza di genere e domestica (la polizia giudiziaria deve procedere senza ritardo agli atti delegati dal pm, mettendo a disposizione la documentazione relativa all’attività svolta con tempestività).

A distanza di anni, però, gli effetti delle norme stentano a manifestarsi. A testimoniarlo sono i numeri della violenze ancora drammaticamente alti. Su 247 omicidi dall’1 gennaio a inizio novembre 2021, infatti, le vittime donne sono state 103: di queste, 87 sono state uccise in ambito familiare/affettivo e, tra queste, 60 per mano del partner/ex partner, secondo i dati del servizio analisi criminale della direzione centrale della polizia criminale. In Italia una donna ogni tre giorni viene uccisa. E si stima che sei milioni di donne abbiano subito almeno un episodio di violenza, fisica, psicologica o economica, nel corso della vita, ha ricordato la senatrice Conzatti.

Si può fare di più

“La normativa è matura, ma ci sono ambiti e spazi di miglioramento”, ha aggiunto l’avvocato Lalli. “Ad esempio, bisogna domandarsi sull’efficacia dei nuovi reati introdotti che vanno a sanzionare la violazione dei provvedimenti cautelari”. Se ulteriormente violati vanno incontro a sanzioni punitive di tre anni, ha spiegato l’avvocato, che non verranno applicate nel massimo e che comunque non comportano l’applicazione di altre misure cautelari: “Il legislatore forse sarebbe dovuto intervenire con meccanismi più efficaci, prevedendo laddove ci sono questo tipo di maltrattamenti la misura cautelare da applicare subito è quella del carcere, non con provvedimenti di autodiplicina, se anche controllati dal braccialetto elettronico”.

Stessa cosa vale per le modifiche al codice di rito. “Se non attuate, queste norme non prevedono sanzioni. Quindi, al momento, alcuni tribunali le mettono in pratica, ma altre procura sono ancora indietro”, ha aggiunto Lalli.

Un fenomeno socio-economico e culturale

Le norme colgono solo una parte del fenomeno, quello punitivo. “Il problema, infatti, non è nelle leggi, ma è di natura socio-economica, che genera e alimenta la violenza di genere con questi dati che sono incresciosi e allarmanti e pongono l’Italia negli ultimi posti dei paesi Ocse”. Per una tutela più profonda e completa occorre lavorare di più sulla prevenzione. Come sostenere programmi di educazione che incidano sulla società e rimuovano all’origine gli stereotipi che pregiudicano le donne o le iniziative della commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio sulla formazione e sulla rieducazione degli uomini che hanno agito violenza, per permettere loro di partecipare a specifici percorsi di recupero tenuti da enti o associazioni che si occupano di prevenzione, assistenza psicologica e recupero dei condannati.

Il fenomeno va affrontato meglio intervenendo sulla protezione delle donne già vittime di violenza. Oria Gargano, presidente di BeFree ha ricordato, infatti, che la prevenzione da sola non basta: occorre intervenire sulla protezione delle donne vittime di violenza. Molte delle donne vittime di maltrattamenti non denunciano l’aggressore perché non si sentono protette adeguatamente e perché hanno il timore che la protezione possa essere giudicata: spesso temono l’allontanamento dei figli o il dover affrontare gravi conseguenze economiche.

Cruciale anche migliorare gli strumenti di protezione, formando e specializzando tutti gli operatori che sono chiamati a gestire casi di violenza: dagli operatori socio-sanitari alle forze dell’ordine, dagli psicologi ai legali e magistrati. Infatti, anche il sistema giudiziario deve predisporre misure correttive dell’assetto attuale: durante il webinar è emersa la necessità di migliorare il coordinamento tra processi penali a carico del maltrattante e processi civili, che spesso sono connessi a cause di separazione e affidamento dei figli. Ma anche promuovendo corsi di specializzazione per magistrati e avvocati.

“La violenza di genere è un fenomeno sistemico, trasversale, specifico, culturalmente radicato, un fenomeno endemico, sul quale occorre intervenire su tutti gli ambiti e i livelli del vivere”, ha aggiunto Gargano, che ha evidenziato anche, attraverso la testimonianza, le difficoltà riscontrate dai centri antiviolenza in tutta Italia, soprattutto nell’operatività, insistendo sulla necessità di azioni coordinate e condivise da parte di istituzioni e di altri enti attivi nel contrasto alla violenza di genere.

La senatrice Conzatti ha ricordato che il premier Mario Draghi ha inserito la promozione della parità di genere tra le priorità della legislatura. Nella prossima legge di bilancio, che rende strutturale il piano strategico di finanziamento per il contrasto alla violenza sulle donne, stanzia cinque milioni per la comunicazione nazionale sulla parità di genere, non demandando alle singole regioni. E assegna cinque milioni per la formazione degli operatori.

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