L’ultimo in ordine di tempo è il caso di Verisem, azienda romagnola specializzata nella produzione di sementi e ortaggi, la cui vendita alla svizzera Syngenta, controllata dalla cinese Chem-China, è stata bloccata dal veto del governo che ha invocato il “golden power”.  Ma è solo uno dei tanti esempi del potere del governo di impedire acquisizioni di aziende considerate strategiche.

Lo scorso anno è emerso che dalla relazione annuale del Copasir, il comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, le notifiche di Golden Power sono state 465, dalle 342 del 2020. E quest’anno, considerando la quantità di operazioni che coinvolgono soggetti stranieri e asset strategici del paese (Atlantia prima dell’opa dei Benetton, Tim o Banco Bpm per citarne qualcuna), il numero di notifiche potrebbe anche crescere.

Che cos’è il golden power

Ma cos’è il golden power? In sostanza è uno strumento normativo introdotto nel 2012 (decreto-legge n. 21/12) che prevede una serie di obblighi per chi è intenzionato ad acquisire un’azienda italiana e poteri allo Stato. Gli obblighi riguardano soprattutto la notifica alla Presidenza del Consiglio dei Ministri nel caso in cui le operazioni di fusione o acquisizione siano suscettibili di influenzare la titolarità di beni e risorse materiali e immateriali considerati di importanza strategica. A questi obblighi corrispondono poteri speciali del governo di imporre prescrizioni a tutela dell’interesse nazionale o addirittura di bloccare queste operazioni. L’esecutivo può anche opporsi a determinate delibere aziendali in base all’interesse nazionale, entrando quindi nel merito delle operazioni e delle scelte delle imprese, e indicare condizioni specifiche all’acquisto di partecipazioni. 

Obiettivo dell’esecutivo sembrerebbe sia salvaguardare imprese che lavorano in settori di grande importanza per il nostro Paese ed evitare incursioni di soggetti esterni anche per questioni di sicurezza nazionale. Tuttavia, in molti lo vedono come un’incursione discrezionale dello Stato nel mercato ma va detto che finora lo spauracchio dell’intervento pubblico non ha influito sui deal.

Sostituta della golden share

In passato esisteva già una norma simile, la cosiddetta “golden share”, che introdotta nell’ordinamento negli anni Novanta (legge n. 47/94) consentiva allo Stato, in caso di privatizzazione di imprese pubbliche, di conservare una partecipazione azionaria “con diritto di veto sulle scelte aziendali cruciali”.

La golden share nel 2009 fu oggetto di una procedura di infrazione da parte della Commissione europea perché considerato troppo invadente. Da qui il cambio al golden power, che slega l’intervento dalle partecipazioni azionarie e lo trasforma in un potere su specifiche operazioni in settori strategici, introdotto proprio come risposta al cartellino giallo dell’Europa.

 

Rafforzamento

Nel 2019 il golden power è stato modificato ed è stato ampliato l’esercizio dei poteri speciali anche alle reti di telecomunicazione elettronica a banda larga con tecnologia 5G.

Il mese scorso il governo è nuovamente intervenuto sul testo e con il decreto-legge del 21 marzo 2022, n. 21, il Decreto Ucraina, ha modificato e quindi rafforzato il golden power innanzitutto allargando i settori e includendo anche “salute, agroalimentare e finanziario, ivi incluso quello creditizio e assicurativo” e il cloud.

In secondo luogo il potere di veto del Governo viene esteso a ogni delibera, atto e operazione dell’assemblea o degli organi di amministrazione delle imprese operanti in settori di rilevanza strategica per il sistema di difesa e sicurezza nazionale che comportino un cambio nella titolarità, nel controllo o nella disponibilità della stessa impresa. Ma questo potere ora vale anche per possibili acquirenti appartenenti all’Unione europea, compresi quelli residenti in Italia, di rilevanza tale da determinare l’insediamento stabile dell’acquirente in ragione dell’assunzione del controllo della società target. 

Alla luce di questo, a fronte del prevedibile aumento delle notifiche e del carico di lavoro, il decreto prevede l’adozione di misure di semplificazione dei procedimenti, compresa la presentazione di una pre-notifica che consenta un vaglio preliminare sull’applicabilità della normativa golden power e sull’ammissibilità dell’operazione. A fare questo lavoro sarà poi un apposito nucleo di valutazione e analisi strategica presso il Dipartimento per il coordinamento amministrativo della Presidenza del Consiglio dei Ministri, anche in collaborazione con la Guardia di Finanza. Ne faranno parte “dieci componenti in possesso di specifica ed elevata competenza in materia giuridica, economica e nelle relazioni internazionali”, dice il decreto

Focus tecnologia

Infine, quanto alle modalità di controllo, per i settori tecnologici più avanzati, come il 5G o il cloud, si passa dalla notifica una tantum a un sistema di vigilanza continuativa con la notifica a cadenza annuale di un piano contenente un’informativa completa sulle “prospettive di sviluppo della rete 5G o al cloud o ad altre attività tecnologiche” nonché ogni ulteriore informazione funzionale a fornire un quadro dettagliato delle modalità di sviluppo dei sistemi di digitalizzazione del notificante. Una formulazione che tiene conto della velocità di aggiornamento di queste tecnologie, che non possono essere ricomprese tutte in un testo di legge, pena la sua rapida obsolescenza.

In pratica le società “ad alta intensità tecnologica” dovranno presentare un piano annuale nel quale specificare molti elementi: “il settore interessato dalla notifica; dettagliati dati identificativi del soggetto notificante; il programma di acquisti; dettagliati dati identificativi dei relativi, anche potenziali, fornitori; dettagliata descrizione, comprensiva delle specifiche tecniche, dei beni, dei servizi e delle componenti ad alta intensità tecnologica funzionali alla progettazione, alla realizzazione, alla manutenzione e alla gestione delle attività di cui al comma 1” (ovvero banda larga, 5G, cloud e attività e tecnologie rilevanti ai fini della sicurezza cibernetica).

Infine, si parla di “Rafforzamento della disciplina cyber” citando esplicitamente le “aziende produttrici di prodotti e servizi tecnologici di sicurezza informatica legate alla Federazione Russa” che “non siano in grado di fornire servizi e aggiornamenti ai propri prodotti appartenenti alle categorie individuate, in conseguenza della crisi in Ucraina”. Un chiaro riferimento all’antivirus Kaspersky è chiaro, e si ordina alle amministrazioni che usano software russo di procedere “tempestivamente alla diversificazione dei prodotti in uso”.

Il caso Verisem

Torniamo allo specifico, ultimo, caso di Verisem, per fare un esempio concreto. Il governo del premier Mario Draghi ha esercitato il potere di veto all’acquisizione di Verisem da parte di Syngenta, operatore svizzero passato a una società pubblica cinese nel 2017. Syngenta lo scorso anno si era aggiudicata l’asta ma Palazzo Chigi ha bloccato l’operazione per ragioni di sicurezza nel settore alimentare, nel trattamento dei dati e nelle tecnologie critiche, tra cui l’intelligenza artificiale e la robotica.

A contare è la nazionalità dell’acquirente. Verisem è infatti di proprietà del fondo Usa Psp che l’aveva rivelata da una società familiare, tuttavia la provenienza dell’acquirente è stata un elemento decisivo per optare a favore del veto invece di semplici prescrizioni all’acquisizione.

Syngenta ha presentato un ricorso contestando fra le altre cose l’illegittimità del provvedimento per mancata comunicazione dei motivi che ostacolavano il rilascio dell’autorizzazione; un’erronea valutazione sull’esistenza del presupposto oggettivo per l’esercizio dei poter speciali e l’assenza di una valida giustificazione anche in ragione del principio di proporzionalità.

Tutte e tre le tesi sono state respinte dal Tar del Lazio con una sentenza di marzo dando il nulla osta, di fatto, al blocco dell’operazione.

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