Emissioni green. Il mercato del debito corporate ormai è monopolizzato da bond collegati al raggiungimento di obiettivi legati ai criteri Esg, con particolare enfasi agli aspetti ambientali e alla sostenibilità.

Secondo i dati raccolti da Climate Bonds Initiative, nella prima metà dell’anno a livello mondiale sono state emessi green bond per 190,8 miliardi di dollari. E in circolazione ci sono obbligazioni verdi per un ammontare complessivo di 1.273 miliardi di dollari.

 

In Italia, stando alle statistiche di Climate Bonds Iniziative, sono stati emessi green bond per 18,8 miliardi di dollari. Un dato che, in Europa, ci colloca molto distanti da Francia (124,3 miliardi) e Germania (93,3 miliardi). Siamo in ritardo anche rispetto a Svezia (43 miliardi) e Spagna (35,7 miliardi).

Ma stiamo recuperando terreno. Nelle ultime settimane, infatti, ci sono stati diversi collocamenti di titoli green. UniCredit ha emesso il suo primo senior preferred green bond per 1 miliardo. Terna ha collocato un green bond da 600 milioni. Eni ha emesso il primo sustainaiblity-linked bond da 1 miliardo. Ed Enel ha collocato un sustainability-linked bond multi-tranche rivolto agli investitori istituzionali per un totale di 3,25 miliardi di euro. Tra le società di taglia più piccola, SIT ha collocato un bond Esg-linked per 40 milioni.

Alle emissioni green, poi, si sommano i prestiti delle banche legati a target di sostenibilità. Una pratica che quest’anno è divenuta standard. Un esempio su tutti: FS ha ottenuto una linea di credito da 2,5 miliardi connessa al conseguimento di obiettivi Esg.

Rendimenti più alti

E’ facile prevedere che il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), che crea un legame diretto tra erogazione dei prestiti e transizione energetica, darà un ulteriore impulso a emissioni obbligazionarie e finanziamenti in chiave Esg.

Ci troviamo di fronte a un trend chiaro e inequivocabile. Ma, posto che il riscaldamento globale è una realtà scientifica e i piani di investimento dei governi sono orientati alla decarbonizzazione, in quale misura le aziende sono davvero impegnate a raggiungere obiettivi Esg e quanto c’è di marketing nel boom di tutto ciò che è green?

NN investment Partners ha condotto un sondaggio tra gli investitori dal quale è emerso che le obbligazioni verdi sono gli strumenti a reddito fisso sostenibili più popolari tra gli investitori istituzionali, con il 45% che afferma che hanno il maggiore impatto positivo. Seguono i sustainability linked bond (37%), i social bond (11%) e i transition bond (7%).

Ma la più grande barriera all’investimento in green bond, secondo il 44% degli intervistati, è la percezione di rendimenti inferiori, seguita dalla paura del greenwashing (38%) e dall’insufficiente capacità del mercato (19%). Più di tre intervistati su cinque (63%) dicono che userebbero i green bond come un impact bucket separato dalla loro allocazione obbligazionaria tradizionale, mentre il 20% li userebbe per sostituire i corporate bond e il 17% per sostituire i titoli di stato.

Bram Bos, lead portfolio manager green bonds di NN Investment Partners, nota che “negli ultimi sette anni in media un portafoglio di obbligazioni verdi denominate in euro ha generato 40 punti base in più di un portafoglio di obbligazioni tradizionali. E per le obbligazioni corporate la differenza è di 60 punti base”. In altri termini, non è vero che i green bond rendano meno.

Rischio bolla

Wolfgang Fickus, CFA, product specialist di Comgest, in un report recente, lancia l’allarme sulla “bolla green”. Fickus prende come barometro l’indice MSCI World Environment. “I settori green sono naturalmente ben rappresentati”, si legge nel documento, “mobilità elettrica, energie rinnovabili e idrogeno, per citarne solo alcuni. Inoltre, la maggior parte delle aziende sono giovani – la stessa Tesla non ha ancora vent’anni – e a volte in una fase iniziale di sviluppo. Questi sono rischi da tenere in considerazione se si vuole che gli investimenti in borsa contribuiscano alla lotta contro il cambiamento climatico”.

Fickus si chiede: “Non ci stiamo muovendo troppo velocemente sui titoli green?”. E ricorda “lo scoppio della bolla tecnologica nel 2000. Gli investitori avevano ragione, soprattutto per quanto riguarda il fortissimo potenziale dell’e-commerce. Ma erano cinque-dieci anni in anticipo, perché né le infrastrutture né il consumatore erano pronti per queste nuove tecnologie”.

Insomma, “l’esperienza insegna che a volte è meglio diffidare dalle mode. Investire nei titoli green di oggi non è necessariamente il modo migliore per contribuire alla decarbonizzazione dell’economia e per avere successo negli investimenti finanziari a lungo termine”.

Il product specialist di Comgest conclude che “i mercati finanziari, gli investitori e gli asset manager possono dare un contributo importante per accelerare il cambiamento nel mondo corporate e combattere il riscaldamento globale a lungo termine. Ma questo è un lavoro di base che richiede pazienza negli investimenti e una visione a lungo termine. Non c’è una soluzione miracolosa, anche se l’esplosione dei titoli green sul mercato azionario vorrebbe farcelo credere”.

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