È il momento di sfatare un mito circa il crollo di Ftx, l’exchange di criptovalute – in gergo Crypto-Asset Services Providers o Casp – fondato da Sam Bankman-Fried e fra i più grandi del settore con una valutazione di 32 miliardi di dollari: il crack non ha nulla a che vedere con le criptovalute.

O meglio, sicuramente la discesa del valore degli asset ha inciso sulla capitalizzazione, tuttavia il crollo di per sé è frutto semplicemente di un’attività che non ha tenuto conto delle più basiche logiche di risk management, come sapientemente spiegato dall’avvocato Marco Tullio Giordano in questa intervista. Il prodotto al centro del crollo potrà pure essere tech ma avrebbe potuto essere anche altro, ad esempio un mutuo subprime. Il nome ricorda qualcosa? Ovviamente sì e infatti i dettagli di come siamo arrivati a questo punto rispecchiano molti aspetti della crisi finanziaria del 2008 e di altri periodi di speculazione finanziaria come la bolla delle dotcom o persino la corsa al crollo del mercato del 1929.

Come nel caso delle banche nella crisi dei subprime è stata un’operazione di trading ad alto rischio realizzata da Alameda Research, creata dal fondatore di FTX, che ha messo in moto il crollo della società e in maniera del tutto illecita. Inoltre, il fatto Alameda poteva effettuare i suoi scambi di criptovalute sulla piattaforma FTX beneficiando potenzialmente di informazioni che gli altri trader della piattaforma non avevano richiama alla mente i modi in cui le grandi banche possono negoziare, ad esempio, beni di base, ma anche acquistare i beni fisici oggetto di scambio, il che in sostanza dà loro informazioni preferenziali. Questo tipo di conflitto di interessi è venuto alla ribalta diversi anni fa durante lo scandalo dell’accaparramento dell’alluminio da parte di Goldman Sachs nel 2013. È onnipresente anche nell’arena delle piattaforme tecnologiche, dove aziende come Amazon agiscono sia come piattaforme di trading sia come fornitori dei propri prodotti.

Mentre FTX trafficava nel digital, dunque, la sua fine è stata interamente analogica tramite la più classica corsa ai depositi: gli investitori di FTX volevano ritirare 5 miliardi di dollari, ma la piattaforma aveva solo 900 milioni di dollari di attività vendibili a fronte di 9 miliardi di dollari di passività. Le stesse banche tradizionali sono allergiche ai requisiti patrimoniali e negli Stati Uniti i grandi gruppi, che detengono oggi circa il 13% di capitale a fronte di attività (cioè prestiti), contro l’8% del 2008, stanno facendo pressioni per allentare la morsa del regolatore..

In un altro parallelo con le crisi finanziarie del passato è mancata poi la regolamentazione che infatti sta arrivando.

Se davvero il percorso del criptomercato sta seguendo le orme di quello tradizionale e “analogico” allora forse potrebbe essere utile ragionare già sugli eventuali vuoti regolamentari ed evitare che questi diventino il trampolino per futuri crolli. In generale, forse, si dovrebbe prevenire la possibilità di compiere tutto questo trading speculativo, a maggior ragione su un asset che non ha sottostanti come le criptovalute, che nulla ha a che vedere con il ruolo tradizionale dell’industria finanziaria, che è quello di convogliare i risparmi produttivi in investimenti produttivi.

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