Ci sarebbero davvero tante cose da dire sulla presa di posizione sconsiderata e incosciente assunta dal capo politico del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, finalizzata a provocare la caduta del governo guidato dal premier Mario Draghi.

Ad esempio, potremmo timidamente far presente che la situazione che stiamo vivendo –  con una guerra in corso, il ripensamento della catena di approvvigionamento energetico come non era mai successo prima, l’inflazione, la recessione in arrivo, la fine della globalizzazione come la conoscevamo, il Pnrr e i problemi ambientali – impone se non altro solidità e rapidità di intervento. In un mondo ideale, in un periodo storico di cambiamenti così profondi, sarebbero state necessarie leadership, azione, soluzioni strutturali e una visione per il Paese. Ma siamo italiani, siamo abituati a non chiedere troppo, ad accontentarci e a farci i fatti nostri, in un perenne stato di rassegnato permissivismo verso chi di turno ci comanda.

Alcune volte, però, questo lassismo politico, oltre che economico e culturale, instaura processi irreversibili che ci lasciano indietro rispetto a dove va il resto d’Europa (per non dire del mondo). È il caso della Borsa italiana.

Nella storia del capitalismo italiano Piazza Affari non è stata mai veramente considerata una strada primaria per la crescita delle imprese del Paese e quindi sono state poche le attenzioni politiche verso questo snodo. Privatizzata nel 1998 e affidata a un gruppo di banche, Borsa fu venduta alla London Stock Exchange nel 2007. Nel frattempo siamo rimasti piccoli: Milano oggi capitalizza 650 miliardi di euro circa, meno di Spagna (760 miliardi), Germania (1.960 miliardi) per non parlare di Londra (3.900 miliardi di sterline) e Parigi che con Euronext – compresa l’Italia – è arrivata a capitalizzare 6.900 miliardi.

In un mercato piccolo e poco liquido, l’abbassamento dei tassi avvenuto negli ultimi dieci anni e il conseguente effetto sui rendimenti hanno provocato la tempesta perfetta per cui le risorse sono uscite e il capital market, che tra l’altro sconta anche i rischi politici, è diventato sempre meno attraente di quello privato. Quest’ultimo, forte di una raccolta senza precedenti, ha cominciato ad acquisire imprese quotate. Così sono iniziati i delisting. Il fenomeno è globale ma è evidente che per un mercato anoressico come quello italiano l’uscita anche di una singola azienda del listino principale pesa.

Ne avevamo parlato già lo scorso anno (che ha registrato oltre 20 delisting in totale) e quest’anno il trend sta continuando. Solo quest’anno sono stati realizzati o annunciati almeno 15 delisting tra Euronext ed Euronext Growth: l’ultimo annunciato in ordine di tempo è quello di Autogrill, che lascerà la borsa per realizzare il merger con Dufry. Ma ci sono anche Atlantia, Coima Siiq – il cui ad Manfredi Catella ha giustificato l’uscita proprio perché il titolo non è rappresentativo del valore dell’azienda -, Be Shaping The Future, Cattolica Assicurazioni, la As Roma, Siti B&T, Cerved, Banca Finnat, Costamp Group (quotata su Euronext Growth Milan e specializzata nella costruzione di stampi per la componentistica di precisione per il settore automotive), Fedon, Banca Intermobiliare, Assiteca, Bfc Media, La Doria e, più di recente, Prima Industrie fra le altre. Stiamo parlando di almeno 25 miliardi di capitalizzazione che se ne vanno.

Colpa della politica? Non soltanto, forse, ma è certo che la politica avrebbe potuto e dovuto fare di più e il declino di cui siamo testimoni (e in parte artefici) è anche il declino della Borsa valori italiana. Tra l’altro questa crisi arriva in un momento in cui anche per la Borsa si provava a fare qualcosa, coinvolgendo i player del settore attraverso la realizzazione di un Libro verde per semplificare alle imprese l’accesso al mercato. Un piccolo passo significativo che testimoniava la comprensione dell’importanza della Borsa per far crescere le imprese e la volontà di muoversi in quella direzione. Ora, se dovesse cadere il governo, anche questo piccolo passo rischia di arenarsi.

Ciò che può succedere, alla fine, è che la Borsa italiana diventi un satellite di Euronext. La domanda è: è un problema? Si, primo perché i private equity e in generale il capitale privato, portatore di interessi appunto privati, non possono essere l’unico volano e l’unica strada per la crescita delle imprese e secondo perché se vogliamo mettere in circolo il risparmio dei cittadini, la Borsa deve essere un luogo attrattivo. Una Borsa sana ed efficiente è sintomo di una finanza che funziona, ma alla politica questa cosa, come altre, non sembra interessare.

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