“Il futuro a cui stiamo lavorando è quello dell’ospedale diffuso, dove la casa è il primo luogo di cura e le piattaforme digitali di telemedicina l’opportunità e lo strumento per ridisegnare il patient journey”. Dice e ribadisce “paziente” e non “cliente”, Elena Bottinelli (foto), ingegnere con una specializzazione in bioingegneria, dal 2021 head of innovation and digitalization del Gruppo San Donato, il primo gruppo italiano nel settore della sanità con un fatturato 2020 che si attesta su 1 miliardo e 600 milioni di euro. Già amministratore delegato dell’IRCCS Ospedale San Raffaele dal 2017 e dell’IRCCS Galeazzi di Milano dal 2005, Bottinelli è anche amministratore delegato di due ospedali privati accreditati di Bologna, Villa Erbosa e Villa Chiara.

“Quello della telemedicina – precisa Bottinelli – è un approccio innovativo alla pratica sanitaria che consente di erogare servizi a distanza, da un lato potenziando la sostenibilità del sistema, dall’altro educando la persona alla prevenzione e alla consapevolezza del proprio stato di salute”. Il disegno vede la casa come primo luogo di cura, poi strutture intermedie aggiuntive come le case di comunità e poi gli ospedali in modo che il paziente esca da casa solo se ce n’è davvero bisogno. Punto di raccordo tra pazienti e medici sono le piattaforme digitali che consentono tele-visite, tele-consulti, tele-monitoraggi. E che in un futuro neanche troppo lontano potrebbero essere implementate con algoritmi in grado di dare risposte in tempo reale.

I dispositivi wearable ci hanno in qualche modo abituati ad avvicinare digitale e salute, ma lo scenario della telemedicina ad alcuni cittadini può sembrare ancora fantascienza. Che cosa è già diventato realtà in questo tipo di approccio?

In Italia i grandi gruppi si sono già strutturati in questo senso. Gli ultimi dati della piattaforma del Gruppo San Donato parlano di 62mila pazienti iscritti alle piattaforme, 1200 medici, 19mila prestazioni sanitarie erogate. Nel nostro Paese il 3,4 per cento dei medici utilizza questi sistemi, in Inghilterra il 3,9, in Francia il 4,1. Il margine di miglioramento è altissimo.

Quali sono le prestazioni più richieste?

Il supporto psicologico a distanza funziona molto bene, ma al momento non son ancora coperte tutte le specialità.

Lei parla di phygical, quindi della combinazione tra fisico e digitale, come una opportunità di democratizzazione della salute e allo stesso tempo di sostenibilità del sistema sanitario nazionale. Che cosa risponderebbe a chi obbiettasse che potrebbe essere più giusto semplicemente finanziare il sistema?

Il tema della sostenibilità non ha a che fare solo con le risorse finanziarie ma anche con le risorse umane. Gli iscritti a medicina sono sempre meno e sono andati vacanti molti posti di infermiere. La popolazione italiana è sempre più anziana e cresce la cronicità di alcune patologie. È in atto un cambiamento strutturale che deve essere affrontato con strumenti nuovi.

Che ruolo gioca il medico di base?

Il medico di base è parte integrante di questo ecosistema, anzi, molti si sono consociati e hanno creato le proprie piattaforme.

Come avviene la regolamentazione delle diverse piattaforme?

Se ne stanno disegnando a livello regionale, con supervisione nazionale, in modo che si parlino tra loro. Ma il tema è in fase di discussione anche a livello europeo, se ne sta occupando Sandra Gallina, capo della Direzione Generale per la salute e la sicurezza alimentare. I gruppi ospedalieri si augurano comunque che le piattaforme rimangano in carico a loro per non disintermediare il rapporto con il paziente.

Qual è la sfida che vi sta davanti?

Creare un ecosistema di interazione multicanale in cui si riesca a coinvolgere tutti. È indispensabile guadagnarsi la fiducia del paziente disegnando insieme questi nuovi percorsi.

 

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