La Russia che riduce la fornitura di gas all’Italia e ad altri paesi europei, la conseguenza del prezzo che aumenta arrivando a quota 127 euro al megawattora per un peso in bolletta del 76% in più, le tensioni sul petrolio e la corsa disperata verso le rinnovabili. L’energia è ormai diventata un argomento centrale del dibattito pubblico e la base delle decisioni politico-economiche italiane ed europee, anche e non solo in ottica investimenti legati al Pnrr. Ma quanto e come consumano le famiglie italiane?

Dall’ultimo report Istat Consumi energetici delle famiglie, emerge che è il metano la fonte di alimentazione più diffusa, sia per il riscaldamento (68%) che per la produzione di acqua calda (69,2%). Rispetto al 2013, rileva il rapporto, l’anno scorso c’è stato un leggero calo generale delle fonti di alimentazione tradizionali e non rinnovabili (metano, gasolio, Gpl) a vantaggio dell’energia elettrica e delle biomasse.

Nel dettaglio, i sistemi alimentati a energia elettrica rappresentano l’8,5% dei sistemi di riscaldamento e il 16% per la produzione di acqua calda. Le biomasse alimentano il 15% dei sistemi di riscaldamento e il 5,5% dei sistemi di produzione di acqua calda; Gpl e gasolio assumono un ruolo marginale. L’energia solare emerge più nella produzione di acqua calda, ma ancora è ancora residuo (1,4%).

Il metano, invece, è la fonte di alimentazione più utilizzata negli impianti (centralizzati o autonomi) di riscaldamento (81,9%), mentre si ricorre prevalentemente alle biomasse per gli apparecchi singoli fissi come camini e stufe (64,4%); gli apparecchi portatili per il riscaldamento si distribuiscono equamente tra dispositivi a Gpl e a energia elettrica (48,9% e 47,7%). Tra gli apparecchi singoli per l’acqua calda dominano quelli alimentati a energia elettrica (62,9%), come gli scaldabagni.

Più della metà delle famiglie italiane ha un sistema di condizionamento

Dal report emerge anche che il 48,8% delle famiglie italiane dispone di un sistema di condizionamento. Se a livello di fasce territoriali non ci sono molte differenze – 51,2% nel Mezzogiorno, 49,1% al Nord e 44,2% al Centro -, non si può dire lo stesso a livello regionale. L’Istat rileva, infatti, che si va dal 70% di famiglie in Veneto, al 62,4% in Sicilia (62,4%), al 60,3% in Emilia-Romagna al 57,3% della Puglia. I valori minimi di famiglie che dispongono di un sistema di condizionamento si registrano in Valle d’Aosta/Valle d’Aoste (4,7%) e Trentino-Alto Adige (15,2%).

Il 32,6% delle famiglie ha un unico sistema per il riscaldamento e la climatizzazione, con impianti o apparecchi singoli in grado di produrre sia aria calda che fredda. Il sistema di condizionamento più diffuso è rappresentato dagli apparecchi singoli di tipo caldo/freddo fissi o portatili (31%), mentre il 14,3% delle famiglie ha in dotazione apparecchi singoli in grado di produrre solo freddo (fissi o portatili) e l’11,5% sistemi di condizionamento che servono più stanze dell’abitazione (impianti autonomi e centralizzati), come le pompe di calore multisplit.

Sono le famiglie che abitano nei comuni più piccoli (fino a 50mila abitanti) non di montagna ad accendere il condizionamento con la maggiore frequenza (il 31% lo usa tutti i giorni o quasi), mentre le famiglie dei piccoli comuni di montagna lo usano con la frequenza minore (24%). Sulla frequenza di accensione sembrano influire anche alcune caratteristiche della famiglia, quali la numerosità e l’età dei componenti. L’utilizzo quotidiano aumenta al crescere del numero dei componenti, dalle famiglie con un solo componente (25,5%) alle famiglie con cinque componenti o più (31,8%). Se in famiglia c’è almeno un bambino fino a sei anni l’utilizzo quotidiano è più alto della media (33,5%); nelle famiglie monocomponente con un anziano (65 anni e più) raggiunge il 27,8% e tocca il minimo (23,6%) quando l’unico componente della famiglia ha meno di 65 anni.

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