L’allarme è arrivato dal dipartimento del lavoro del governo degli Stati Uniti: ad agosto 8,3 milioni di americani ha dato le dimissioni tra luglio e agosto di quest’anno, il 5,8% della forza lavoro. Un numero record che ha portato a un’altra somma record, quella dei posti di lavoro vacanti 10,9 milioni. La portata del fenomeno è tale che è già stato coniato un termine per definirlo, “great resignation”.

Anche in Italia ci sono delle avvisaglie. Come spiega qui Lavoce.info, dai dati del ministero del Lavoro relativi al secondo trimestre del 2021 si evince un aumento del numero di contratti terminati a causa di dimissioni del dipendente. Tra aprile e giugno sono state 484mila le dimissioni (292mila da parte di uomini e 191mila da parte di donne), su un totale di 2,5 milioni di contratti cessati, con un incremento del 37 per cento rispetto al trimestre precedente e dell’85 per cento rispetto al secondo trimestre del 2020.

Le motivazioni di questa ondata di dimissioni sono molteplici e la pandemia ha sicuramente giocato la sua parte. Ma prima di cercare di capire quali sono le ragioni di fondo, vale la pena a mio avviso entrare nel merito dei settori. Il mondo del business, il nostro ambito di riferimento, non sembra essere fra i settori più interessati da tale contingenza, perlomeno non più rispetto ad altri come la sanità, l’accomodation o la tecnologia. I dati provenienti dagli States indicano infatti che rispetto a un 6,8% di dimissioni sul totale registrato del comparto ristorazione e ospitalità, quello delle financial activities (inclusi servizi finanziari, assicurazioni e real estate) ha pesato per l’1,3% del totale. Il dato sale al 3,4% se consideriamo invece i servizi professionali e di business compresi quindi studi legali e consulenza a vario titolo. Al momento non è possibile reperire dati simili riguardanti l’Italia.

Per quanto quindi, almeno negli Usa, la finanza e il business siano per ora meno impattati dal fenomeno, ciò non significa che non potranno esserlo nel prossimo futuro. Il motivo è legato proprio alle cause. Cosa spinge un lavoratore, anche quello ben retribuito e con un ruolo di management a lasciar perdere e dimettersi? Allo stato attuale rispondere a questa domanda in maniera puntuale è più complesso di quanto si pensi. I fattori in gioco sono molteplici. Ma qualche idea possiamo farcela se consideriamo che dopo il Covid-19 la visione di ognuno di noi del proprio futuro professionale – e della vita in generale – è cambiata. Sono cambiate le priorità e in alcuni casi è finita la pazienza. Di conseguenza, l’esigenza di un worklife balance si è fatta più pressante, la disponibilità a sostenere certi ritmi lavorativi è più ridotta, le scarse prospettive di carriera sono meno accettabili.

Tutti questi aspetti hanno sicuramente influito la decisione di tanti lavoratori statunitensi di dimettersi e quindi vanno tenuti in considerazione, anche nel mondo del business. Il fatto che quest’ultimo non sia stato particolarmente colpito dalla “great resignation non implica che questi problemi non ci siano, anzi, sappiamo bene che non è così. E questa potrebbe essere un’occasione per ripensare a cosa non va dentro le organizzazioni finanziarie e di business, soprattutto sul fronte del carico di lavoro e su quello delle opportunità di carriera, grande questione che ha spinto e sta spingendo tanti giovani a cercare altre strade. Se si parla con con giovani professionisti dai 27 ai 32 anni impiegati ad esempio nel private equity, in grandi banche o in certi studi di consulenza basta poco tempo a far emergere la frustrazione per un futuro non tanto incerto quanto sbarrato a ogni possibilità.

Evitare una “great resignation” dovrebbe essere una delle priorità del settore, finche è in tempo.

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