Ci sono tre piccole “bufale finanziarie” in cui Giorgia Meloni è incappata nella sua prima settimana di insediamento a Palazzo Chigi. Nessuna di essa è estremamente grave. Ma è bene fare chiarezza. La nuova premier si è espressa su molteplici argomenti: tassi d’interesse, inflazione e moneta elettronica sono tuttavia quelli su cui è apparsa meno convincente.

La prima bufala in realtà è come se fosse “rientrata”. 25 ottobre, Così la leader di Fratelli d’Italia nel suo discorso alla Camera: “L’inflazione in Italia ha raggiunto l’11,1%“. La frase non era veritiera quel giorno, quando l’indice dei prezzi al consumo nel nostro Paese era dell’8,9%, in riferimento al mese di agosto, anno su anno. Questo significa che rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, il dato era aumentato dell’8,9%. Ma proprio il 28 ottobre, tre giorni dopo, l’Istat ha pubblicato il valore relativo a settembre 2022. Un valore che addirittura supera quello indicato “erroneamente” da Meloni: 11,9% (grafico sotto): si tratta del dato più alto degli ultimi 38 anni e va ben oltre le aspettative: 9,6%, secondo le stime preliminari.

L’attacco di Meloni alla Bce

Il secondo “incidente” riguarda la Banca centrale europea. Queste le parole di Giorgia Meloni in Senato: “La decisione della Bce, al pari di altre banche centrali, per la prima volta dopo 11 anni, a rialzare i tassi di interesse è ‘da molti’ reputata una scelta azzardata e che rischia di ripercuotersi sul credito bancario a famiglie e imprese, e che si somma a quella già assunta dalla stessa Banca centrale di porre fine, a partire dal 1° luglio 2022, al programma di acquisto di titoli a reddito fisso sul mercato aperto, creando una difficoltà aggiuntiva a quegli Stati membri che hanno un elevato debito pubblico”.

Un’uscita che ha scatenato diverse reazioni, anche a livello internazionale. A partire da Bloomberg News, che ha definito le parole della premier come l’attacco più diretto di un politico dell’Eurozona contro le strategie restrittive a livello monetario dell’Eurotower. Se vogliamo essere pignoli, quello di Meloni non è stato un attacco diretto. La presidente del Consiglio si è infatti “nascosta” dietro l’espressione “è da molti reputata una scelta azzardata”. Tradotto: non sono io a dirlo, però lo dicono in molti. Come a dire: e se lo dicono loro…

Le posizioni di Macron e Marin

Ma chi sono questi “molti”? Qualcuno ha fatto riferimento a Emmanuel Macron e Sanna Marin, presidente francese e premier finlandese. Perché entrambi, in questi giorni, hanno mosso qualche critica nei confronti dell’operato della Banca centrale. Se fosse così, certamente la premier avrebbe potuto citarli direttamente, il messaggio sarebbe arrivato in maniera molto più autorevole, anche perché la loro posizione non è affatto un mistero. D’altra parte le posizioni politiche di Macron e Marin non sono poi così allineate con quelle di Meloni. Inoltre, le parole dei due leader stranieri vanno contestualizzate meglio.

Il presidente francese ha sostenuto infatti che l’inflazione in Europa è stata importata dall’esterno e che non è legata a una domanda eccessiva. Ha aggiunto che la situazione dell’Eurozona è ben diversa rispetto a quella degli Stati Uniti -non l’ha detto in maniera chiarissima, ma il senso è: l’economia americana è messa meglio della nostra– e di essere infine preoccupato nel vedere molti esperti della politica monetaria europea spiegarci che la domanda debba essere distrutta per contenere l’inflazione.

Sanna Marin invece si è limitata a rilanciare il tweet (vedi sopra) di un economista critico nei confronti della determinazione dei banchieri centrali “a portare le economie in recessione, pur di proteggere la propria credibilità”. Queste dunque le parole dei leader politici. Che tuttavia sono ben distanti da quelle degli analisti finanziari. I quali, al contrario, come critica principale alla Bce (ma anche alla Fed), portano il fatto che i due istituti avrebbero dovuto muoversi con molto più anticipo per il rialzo dei tassi. E cioè quando ancora l’inflazione era definita “temporanea” sia dal board della Banca centrale europea (ancora piuttosto divisa sulle politiche da intraprendere) sia dal Fomc della Federal Reserve, a causa dei colli di bottiglia createsi con la ripresa post Covid.

La verità sull’aumento dei tassi e la risposta di Lagarde a Meloni

Tornando al discorso di Giorgia Meloni, è irrilevante che la Bce abbia fatto trascorrere 11 anni. O meglio: lo è, ma perché secondo la maggior parte del consenso ha aspettato troppo a intervenire. E anche la scelta di porre fine, da luglio 2022, al programma di acquisti di titoli a reddito fisso avviato nel 2014, necessaria per contribuire a ridurre la liquidità per frenare l’inflazione, ha penalizzato i bond di tutti i paesi dell’Eurozona, ma in particolare quelli dei più indebitati, e quindi anche l’Italia. Non è un caso che gli investitori esteri abbiano di recente alleggerito le loro posizioni sui Btp nell’ultimo anno per 100 miliardi di euro. E questo vuol dire che le nuove emissioni del governo, a partire dal 2023, avranno un interesse maggiore (tradotto: più debito in arrivo).

C’è un altro aspetto da considerare. Nessun paese come l’Italia ha avuto bisogno della Bce e dei suoi acquisti di titoli di stato che si sono protratti per lungo (troppo?) tempo. Il fatto che tali acquisti si stiano riducendo proprio con l’avvento di Meloni a Palazzo Chigi costringerà la nuova premier a ridurre ai minimi termini le possibilità di fare debito per mantenere alcune delle promesse elettorali. Tradotto: sull’economia potrebbe avere le mani legate. Se infatti dovessero arrivare scostamenti di bilancio (come vorrebbe la Lega), lo scudo salva spread (Transmission Protection Instrument) messo a punto da Francoforte per stabilizzare i paesi più deboli, a patto che i conti siano ragionevolmente in ordine, potrebbe non essere applicato.

Infine, la Bce è un organo completamente indipendente. Lo ha ribadito proprio giovedì Christine Lagarde: “Una banca centrale ha il mandato della stabilità dei prezzi e deve perseguirlo usando tutti i mezzi. Dobbiamo fare quello che dobbiamo fare -ha risposto così il presidente della Bce a una domanda proprio su queste critiche-. Ovviamente non significa che trascuriamo il rischio di recessione. Ma ci preoccupa il fatto che i bassi redditi non sono solo vulnerabili al rischio di recessione, ma anche alla realtà dell’inflazione”.

Moneta elettronica illegale?

L’ultima bufala finanziaria è quella relativa alla moneta elettronica. La Lega vuole alzare il tetto del prelievo del contante fino a 10.000 euro. Meloni potrebbe scendere a 5.000. I motivi sono due: riallineare l’Italia con Germania e Austria. Ma in questo caso è bene ricordare che si tratta di paesi dove l’evasione fiscale in pratica non esiste, o  quantomeno non è grave come invece lo è nel nostro Paese. Il secondo motivo? “L’unica moneta a corso legale in Italia e in Europa sono le banconote cartacee emesse dalla Bce -ha spiegato Meloni-. La moneta elettronica non è legale, ma una forma di moneta privata”.

Tecnicamente è così, come riporta anche la Banca d’Italia. Tuttavia non c’è niente di illegale. Nel senso che queste “forme private” non sono altro che i circuiti sui quali viaggiano le carte di credito e di debito emesse dalle banche -le stesse indicate da Meloni come ‘vittime’ del rialzo dei tassi, alla pari di famiglie e imprese- che custodiscono i depositi dei correntisti e intermediano i pagamenti in negozio o su internet. I mezzi di pagamento privati a cui allude Giorgia Meloni e Bankitalia stessa fanno parte di un sistema basato su un patto fiduciario: in qualsiasi momento ogni possessore di uno strumento di pagamento elettronico può recarsi in filiale e prelevare i suoi soldi in “moneta legale”.

Il ruolo dell’euro digitale

Proprio Fabio Panetta, membro della Bce ed ex candidato al ministero dell’Economia dalla premier, sta studiando per la Banca centrale lo sviluppo dell’euro digitale. Un anno fa ha spiegato come gli acquisti in contanti stiano diminuendo (situazione generalizzata in tutta Europa: quindi all’estero nonostante non via siano tetti sul prelievo, i cittadini preferiscono i pagamenti elettronici):

“Se questa tendenza proseguisse, le banconote perderebbero importanza e diverrebbero un mezzo di pagamento marginale. I cittadini potrebbero quindi ritrovarsi privi di uno strumento sicuro e affidabile, offerto senza costi dallo Stato e accettato da tutti”. Ha concluso l’economista: “In un mondo digitalizzato, le banche centrali devono prepararsi per rendere la moneta pubblica fruibile nell’era digitale, preservandone il ruolo di àncora dei pagamenti. È questo l’obiettivo principale dell’euro digitale”.

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