L’espressione completa è: inversione della curva dei rendimenti. Uguale: recessione, molto probabile. No, non è un’equazione. Ma un movimento che statisticamente si è ripetuto diverse volte. E nella maggior parte dei casi, lo scenario recessivo si è poi effettivamente avverato.

Si parte dalla definizione. E allora per inversione della curva s’intende quando i titoli di stato di breve periodo, solitamente tra i 3 mesi e i 2 anni, arrivano a offrire un rendimento superiore rispetto a quelli di lungo periodo, che vanno tra i 10, i 20 e i 30 anni.

Il rendimento è sempre inversamente proporzionale al prezzo. Dunque, maggiore è il rendimento, minore è il prezzo. Se il prezzo scende, significa per la legge del mercato che c’è meno richiesta. Dunque, per invogliare l’investitore, viene promesso un rendimento più alto. Tornando alla curva, l’inversione  avviene quando si verifica una maggiore richiesta dei titoli di stato di lungo periodo rispetto a quelli di breve.

L’anomalia dell’inversione della curva

Tale inversione viene considerata una vera e propria anomalia dal mercato. Per quale motivo? “Il rischio va di pari passo con il tempo. E il tempo, ovviamente, è denaro” commenta Guido Gennaccari, fondatore di Trading Room Roma e consulente finanziario indipendente per Private & Consulting Scf. Il senso è che in una situazione di normalità, se un risparmiatore, decide di prestare del denaro, maggiore è la durata del prestito, maggiore è il periodo in cui i soldi investiti rimangono bloccati, e allora necessariamente più alto dovrà essere il premio, e quindi, gli interessi.

“Questo perché un lasso di tempo più ampio aumenta le possibilità di incorrere in qualche rischio, come ad esempio può esserlo il default, anzi i default a catena” aggiunge Enrico Gei, analista Scattacoltrend e co-autore del libro: “Io speriamo che la borsa sale”. Ed è il motivo per cui, in condizioni normali, il decennale è tendenzialmente più remunerativo, cioè comporta un rendimento maggiore, nei confronti di un titolo di stato, ad esempio, che scade in due anni.

L’anomalia determinata dall’inflazione

Le cose cambiano nel momento in cui l’inflazione comincia a salire. Che poi è esattamente quello che è accaduto negli ultimi anni. Con i prezzi in aumento, le banche centrali hanno iniziato ad alzare i tassi d’interesse. Mossa della politica monetaria che tendenzialmente ha come obbiettivo la riduzione della liquidità in circolazione. Così il mercato è spinto a spendere e a investire meno. Con i tassi più alti, scende anche il valore -e quindi il prezzo- delle obbligazioni, perché inversamente proporzionali.

Federico Vetrella, market strategist di Ig Italia, osserva che è proprio nei momenti di incertezza finanziaria ed economica che gli investitori privilegiano i titoli a più ampio termine. I mercati ripongono la liquidità in asset più sicuri, ovverosia quelli meno influenzati dal contesto macroeconomico: chiaramente sono le obbligazioni che paralizzano il capitale a lungo scadenza, come ad esempio il decennale. “In questo modo saliranno di prezzo, sempre per la legge del mercato secondo cui dove c’è più richiesta il prezzo sale. E di conseguenza scenderanno di rendimento.

Vendendo invece i titoli di stato a breve termine, più volatili all’incertezza del mercato perché sottoposti a più emissioni e quindi divenuti più rischiosi, il loro rendimento inizierà a salire”. Sempre per la cosiddetta “equazione”, secondo cui maggiore è il rischio, maggiore è in rendimento.

Grafico a cura di Enrico Gei, Scattacoltrend

Cosa sta accadendo oggi

Il rendimento del titolo di stato a 2 anni negli Usa, dove la recessione sembra probabile, il 23 maggio ha raggiunto il 4,4%, sui massimi degli ultimi due mesi e fresco di rottura al rialzo della resistenza situata in area 4,28%. Il 9 di marzo ha raggiunto il 5% di rendimento. Mai così in alto dal 2007, all’inizio della grande crisi finanziaria americana, poi esplosa a livello mondiale. Il t-note decennale invece (grafico sotto) rende il 3,75%, dunque ben al di sotto del biennale. Siamo di fronte dunque all’inversione della curva. Dal punto di vista tecnico, anche in questo caso siamo in una fase di rottura al rialzo del soffitto situato a 3,6%, con chiara direzione verso area 3,9%.

Continua Guido Gennaccari: “Ciò di cui le banche centrali non hanno tenuto conto è stata la velocità del rialzo dei tassi, ma anche da dove si è partiti. Alzare i tassi da 0 a 1% è molto più traumatico di quanto lo sia alzarli, per fare un esempio, dal 2% al 3%. Il prezzo delle obbligazioni è sceso tantissimo, proprio perché si arrivava da condizioni anomale, dove i tassi in Europa in alcuni casi erano negativi. Questo ha contribuito a un disorientamento generale del mercato e degli investitori. Le toppe al rialzo repentino dei tassi sono state messe solo successivamente, incentivando e spingendo gli investitori a sottoscrivere i Btp indicizzati all’inflazione (dell’ultima emissione ne parliamo qui)”.

L’analista e consulente poi aggiunge: “Allo Stato, quando i tassi salgono, non conviene indebitarsi su scadenze lunghe, a meno che la curva sia invertita. Negli anni 80, con i tassi a due cifre, c’erano i bot-people che compravano sulle scadenze a breve, perché pochi erano i Btp emessi a lunga scadenza”.

Cosa può accadere in caso di recessione

Durante l’inflazione, come detto, i prezzi salgono, con loro i tassi per decisione delle banche centrali e di conseguenza il valore delle obbligazioni scende. Se alla fine si manifesta lo scenario della recessione in qualche modo anticipato dall’inversione della curva, ecco che le banche centrali si trovano a dover cambiare approccio monetario. “Iniziano cioè a sostenere l’economia iniettando liquidità -continua Enrico Gei- e questo può accadere solo abbassando i tassi. A quel punto il valore delle obbligazioni tornerà a salire, con tanto di discesa dei rendimenti, a partire da quelli di breve scadenza, che diverranno più bassi”.

Ma la recessione arriverà per davvero? La curva dei rendimenti, fa notare Federico Vetrella di Ig Italia, è una sorta di termometro economico. Dati statistici alla mano, dal 1900 l’inversione a 2 e 10 anni è avvenuta 28 volte. In 22 occasioni ha anticipato effettivamente la recessione. Questo vuol dire che come anticipatore non è infallibile. Inoltre, ogni movimento va contestualizzato. Un esempio su tutti, quello del 2019. La curva Usa s’invertì. Ma la recessione non fu l’effetto di una debolezza legata al sistema economico americano, ma dagli effetti della pandemia causata dal Covid-19.

Guido Gennaccari, fondatore di Trading Room Roma e consulente finanziario indipendente per Private & Consulting Scf

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