Approdare a Piazza Affari resta un’avventura per pochi coraggiosi, anche dopo che Borsa Italiana è entrata a far parte della galassia Euronext. Quanto meno su Mta, il mercato principale. Diverso il discorso dell’Aim, che continua a registrare accessi. Se, però, consideriamo l’ondata di delisting che sta caratterizzando questo periodo di ripresa economica post-pandemia, il bilancio del 2021 rischia di chiudersi con il segno meno davanti al numero di società quotate.

Il paradosso della liquidità abbondante

Perché quotarsi è poco conveniente? Primo, l’abbondanza di liquidità a costi irrisori gioca contro il mercato azionario in due direzioni: consente alle aziende di ottenere con relativa facilità prestiti bancari o ricorrere alle forme alternative di lending, senza dover aprire il capitale; in secondo luogo, gli imprenditori che entrano nell’ottica di ricorrere all’equity spesso e volentieri hanno fuori dalla porta la fila di fondi disposti a pagare multipli che la Borsa non riconoscerà.

Inoltre, il mercato azionario paga dazio a due mali cronici: la lungaggine dell’iter e la volatilità dei prezzi. Il combinato disposto è che una società può avviare il percorso verso Piazza Affari in una fase di quotazioni in rialzo o comunque stabili e arrivare al collocamento nel momento sbagliato, con i mercati in netto calo o in fibrillazione. Paradossalmente, l’instabilità delle borse è ancor più deleteria, per le aspiranti matricole, di un bear market, ovvero di una fase in cui gli indici tendono verso il basso ma senza strappi eccessivi.

Il risultato di tutto ciò è che in un anno complessivamente euforico per l’indice Ftse Mib (nei primi nove mesi è passato da 22.315,87 punti di inizio gennaio a oltre 25.500 punti) – sebbene le ultime settimane siano state piuttosto turbolente – il listino principale di Piazza Affari ha registrato solo tre debutti: Philogen (3 marzo), Seco (5 maggio) e The Italian Sea Group (8 giugno). Certo, rispetto al 2020 le ipo su Mta sono triplicate: l’anno scorso, infatti, si quotò una sola società, GVS, il 19 giugno. Ma il 2020 è stato l’annus horribilis dell’esplosione del Covid-19. Quest’anno, con una ripresa economica che sta andando al di là delle attese più rosee, sarebbe lecito attendersi una corsa a bussare alle porte di Palazzo Mezzanotte.

La pipeline e l’opzione dual track

I rumours dicono che c’è una pipeline di aziende che stanno valutando l’ipo su Mta. Sisal sembra aver compiuto il pezzo di strada più lungo, reclutando Lazard come advisor finanziario, JP Morgan, Deutsche Bank, Unicredit ed Equita in qualità di global coordinator, nonché Latham & Watkins come consulente legale.

Anche Ariston Thermo, stando alle indiscrezioni di mercato, avrebbe scelto i global coordinator (Mediobanca, Intesa Sanpaolo e Goldman Sachs), con l’intenzione di approdare a Piazza Affari entro fine anno.

Un passo indietro si collocano Epta Refrigeration e De Nora, che starebbero semplicemente studiando le opzioni strategiche, tra cui l’ipo. Ancora più in là nel tempo si colloca la quotazione di Autostrade per l’Italia (Aspi).

Il cda di Eni, il 7 ottobre, ha approvato l’avvio dell’iter di offerta pubblica iniziale e quotazione azionaria del business che integra le attività retail gas&power e quelle relative alle rinnovabili. Il gruppo guidato da Claudio Descalzi ritiene che il collocamento sia “la migliore soluzione per valorizzare il business e punta a completare l’operazione nel corso del 2022, in base alle condizioni di mercato”. Eni manterrà la partecipazione di maggioranza nella nuova società quotata.

Eni fornirà ulteriori approfondimenti sull’iniziativa, incluso il nome della nuova società, durante il capital markets day, programmato per il 22 novembre prossimo.

Diversi banker e advisor, peraltro, ritengono che i processi di cui sopra siano, in realtà, dual track mascherate. In altri termini, gli azionisti di controllo – che sono perlopiù operatori di private equity – avviano l’iter per l’ipo con l’intenzione di ottenere un pricing di massima dagli investitori istituzionali. Forti del range di valutazione che il mercato dovrebbe esprimere, gli azionisti avviano colloqui informali con altri fondi e con potenziali acquirenti strategici. E, come detto in precedenza, in linea di massima i compratori privati sono in grado di offrire di più degli investitori sui mercati quotati.

La tenuta dell’Aim

Diverso è il discorso che riguarda il mercato Aim, sempre più porta d’ingresso al mercato dei capitali per le piccole e medie imprese (pmi). Non a caso, si moltiplicano i casi di passaggio da Aim a Mta, in particolare al segmento Star (tre casi quest’anno, per una capitalizzazione di 1,3 miliardi).

Secondo i dati comunicato da IR Top Consulting, nel 2021 Aim – che cdal 25 ottobre diventerà Euronext Growth Italia – ha raccolto 548 milioni, ha registrato venti ipo e la quotazione di due spac, e ha raggiunto una capitalizzazione di 9,4 miliardi di euro. Le società quotate sul mercato non regolamentato sono salite dell’11% rispetto al 2020, arrivando a quota 153.

IR Top comunica che le nuove ipo su Aim in media hanno registrato una domanda pari a 3,9 volte l’offerta. Nei primi nove mesi l’indice Ftse Aim Italia è balzato del 43%, facendo meglio di tutti gli indici del mercato Mta.

Aim sta attendendo lo sbarco di Intermonte Sim, che ha già dichiarato l’intenzione di spostarsi successivamente su Star. Il progetto di quotazione prevede il collocamento istituzionale di un massimo complessivo di 13,7 milioni di azioni ordinarie, offerte da oltre sessanta azionisti di Intermonte. Il prezzo indicativo va da un minimo di 2,60 euro e un massimo di 2,90 euro per azione. Ne deriva una capitalizzazione complessiva di mercato, al netto delle azioni proprie, compreso tra 83,6 milioni e 93,2 milioni. Il periodo di book building si è aperto il 6 ottobre.

In lista d’attesa per sbarcare su Aim anche Destination Italia.

I delisting battono le ipo

Anche ammesso che vadano in porto entro il 31 dicembre tutte le ipo in cantiere, come detto, il bilancio delle società quotate rischia di essere negativo. I delisting, infatti, sono stati numerosi. E non è ancora terminata la teoria di aziende che si apprestano a lasciare Piazza Affari. Tralasciando Capital For Progress Single Investment, spac che si è sciolta a inizio anno a causa della mancata individuazione di un target, Fiat Chrysler Automobiles, che è divenuta Stellantis, le conversioni di risparmio in ordinarie (Buzzi Unicem e Borgosesia), nonché l’assorbimento di Astaldi in Webuild, hanno lasciato il listino in seguito a offerte pubbliche d’acquisto Ima, Massimo Zanetti, Techedge, CFT, Astm, Credito Valtellinese, Elettra Investimenti, Guala Closures, PanariaGroup, AMM,  Sicit Group, Carraro e Isagro.

Inoltre, si apprestano a lasciare Piazza Affari, in seguito a opa finalizzate al delisting, Reno de Medici, Retelit e Cerved Group. Per quanto riguarda la società guidata da Andrea Mignanelli, il 5 ottobre il cda ha avviato gli approfondimenti sulla fusione per incorporazione in Castor Bidco, funzionale al delisting, convocando l’assemblea per approvare l’operazione per il giorno 11 febbraio 2022.

E se le trattative fra Investindustrial e la famiglia che ha in mano il 63% del capitale andranno a buon fine, anche La Doria lascerà Piazza Affari.

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