Italiani e francesi, cugini che non si amano perché invidiosi gli uni degli altri. Vicini di casa litigiosi, spesso astiosi, ma anche capaci di gesti di solidarietà e collaborazione.

Per rispondere allo strapotere della Germania sul piano economico, Parigi, dopo aver per decenni cercato di stare allo stesso tavolo di Berlino, trovandosi spesso a recitare il ruolo del cameriere che serve il colosso tedesco comodamente seduto, pare aver capito che deve guardare oltre le Alpi per trovare un partner ben disposto e bisognoso di sponde politiche.

Il Trattato del Quirinale

Giovedì 25 novembre il presidente francese Emmanuel Macron volerà a Roma per firmare il cosiddetto Trattato del Quirinale. Non sarà solo una dichiarazione di intenti. Il documento di una trentina di pagine è composto da una premessa su valori e obiettivi comuni di Italia e Francia. E poi da undici capitoli tematici. Sarà accompagnato da un programma di lavoro di altre trenta pagine, che individua più concretamente come i due governi perseguiranno gli obiettivi fissati.

Il Trattato del Quirinale, che Macron firmerà con il presidente del Consiglio, Mario Draghi, è l’esito di un lavoro diplomatico durato anni. L’abbozzo, infatti, risale al vertice franco-italiano di Lione del 2017.

Un paragrafo è dedicato alla collaborazione parlamentare. E lunedì 29 novembre, a Parigi, il presidente della Camera, Roberto Fico, e il presidente dell’Assemblée nationale, Richard Ferrand, firmeranno un accordo di cooperazione strutturata tra le due camere.

Il programma di lavoro allegato evoca riunioni congiunte dei consigli dei ministri, un vertice bilaterale ogni anno e la ricerca costante di una posizione comune nell’Unione Europea e nelle istituzioni internazionali, come Onu e Banca Mondiale.

Gli undici capitoli del Trattato sono esteri, difesa, Europa, migrazioni, giustizia, sviluppo economico, sostenibilità e transizione ecologica, spazio, istruzione formazione e cultura, gioventù, cooperazione transfrontaliera e pubblica amministrazione. Praticamente c’è tutto.

Le implicazioni politico-diplomatiche sono potenzialmente enormi. Si pensi a una posizione comune nello scenario geostrategico dell’Africa settentrionale, dove Parigi sinora ha ballato da sola e Roma non ha ballato per nulla. Con il risultato che in Libia e Siria si sono fatte largo a gomitate Russia e Turchia.

L’asse Roma-Parigi nell’economia e nella finanza. Ma è la Francia a comprare Italia

Ma quale è il rapporto tra le due nazioni se consideriamo il mercato? Dal punto di vista dell’m&a sono state molte le operazioni che hanno coinvolto aziende (o fondi) dei due paesi: negli ultimi due anni parliamo di almeno 165 deal, stando ai dati di Mergermarket, per un valore complessivo di circa 17 miliardi di euro. Il rapporto è però piuttosto impari ed è la Francia a comprare, prevalentemente, l’Italia. Sono infatti 118 i deal che hanno coinvolto una target italiana e un acquirente francese per un controvalore – considerando ovviamente solo quelli undisclosed – di 13,3 miliardi mentre al contrario i deal in cui una realtà italiana ha acquisito sono stati 47, meno della metà. E il valore crolla a 3,3 miliardi.

Di positivo c’è che da un punto di vista economico e finanziario, un asse italo-francese, oltre a ricercare posizioni comuni in sede Ue, potrebbe portare alla nascita di campioni europei, in grado di competere sullo scacchiere mondiale. La globalizzazione impone ai Paesi europei di giocare di squadra. La Germania, per ragioni culturali, fatica a vedersi come motore della nascita di questi campioni continentali. E allora tocca a Francia e Italia lavorare in questa direzione.

C’è almeno un precedente che fa ben sperare: la joint venture italo-francese StMicroeletronics ha funzionato e ha portato alla nascita di un player globale nell’industria dei chip (anche se, per la verità, Maurizio Tamagnini, che di StM è presidente, racconta che la joint venture ha funzionato perché le regole di governance rendono praticamente impossibile ai due partner di litigare e rompere).

Tutto sommato può considerarsi una fusione di successo anche quella fra Luxottica ed Essilor. Certo, Leonardo Del Vecchio ha nicchiato sulla nomina dei vertici aziendali sino a che non ha potuto far pesare pienamente le azioni e mettere a capo del gruppo il suo uomo di fiducia, Francesco Milleri.

Un disastro il fidanzamento fra Air France e Alitalia. In quel caso, però, la colpa fu soprattutto di quei politici che, in difesa dell’italianità della compagnia, tarparono le ali ai francesi. E sappiamo come è andata a finire.

Parmalat forse avrebbe potuto sperare in un acquirente meno invasivo di Lactalis. Ma dopo il crack dovuto alla gestione di Calisto Tanzi, il produttore di latticini made in Italy non è che potesse sperare di scegliere il meglio sulla piazza.

La fusione fra Fca e Psa, con la nascita di Stellantis, è troppo fresca per essere giudicata. Di certo, le due case automobilistiche hanno risposto alla trasformazione profonda del settore nell’unico modo possibile: aumentando la scala e riducendo i costi attraverso le sinergie.

Le partite più recenti

Il Patto del Quirinale arriva a breve distanza da un deal che meglio di ogni altro incarna lo spirito di cooperazione fra Italia e Francia: Borsa Italiana, uscita dall’orbita del London Stock Exchange, è entrata a far parte di Euronext, ovvero della società di gestione dei mercati finanziari che più di ogni altra ha un’impronta paneuropea. E infatti, non a caso, Deutsche Boerse non ne fa parte. Ma le operazioni sono state variegate, ad esempio Tannico ha acquisito France Gourmet Diffusion mentre Exor le lussuose scarpe di Christian Louboutin mentre Erg faceva shopping di parchi solari acquisendo Long Wind France. Dall’altro lato, sono finite in mano francesi Ecopol, acquisita da Tikehau, e Demas, comprata da Lbo France.

A seguire queste partite, al fianco di acquirenti e venditori, c’è stata una rosa di advisor legali e finanziari fra i quali svettano per volumi Legance e Rothschild mentre per valori Clifford Chance e Lazard.

Infine, in queste ore, poi, sta impazzando il dossier Tim, che vede Vivendi recitare il ruolo di primo azionista. Al momento, sul tavolo c’è una manifestazione d’interesse da parte di KKR. Ma Cvc e Advent stanno studiando la situazione. E il viaggio in Italia di Macron potrebbe servire anche per fare il punto con Draghi su questa partita.

Agli osservatori più attenti non sfugge che i francesi hanno cercato e trovato un accordo con Fininvest su Mediaset, lasciando campo libero al Biscione per perseguire la strategia per far nascere un player paneuropeo del broadcasting. Ma Vivendi non ha mollato la presa su Tim. E potrebbe mettere sul piatto l’idea di dare vita a un gruppo paneuropeo di media e tlc. Del resto, la digitalizzazione impone la convergenza fra chi possiede le reti e i fornitori di contenuti. E se Cdp si proponesse come garante degli interessi italiani, come già accaduto con Borsa-Euronext, si potrebbe trovare la quadra. Scrivendo un nuovo capitolo della collaborazione fra Italia e Francia.

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