Kohlberg Kravis Roberts (Kkr), colosso Usa con 400 miliardi di dollari di asset in gestione, alza il velo sulla partita per l’acquisizione di Tim.

A costringere il colosso americano dei buyout è stato un articolo del Corriere della Sera, che, evidentemente imbeccato da uno degli attori in gioco, ha scoperto delle carte che si volevano tenere coperte ancora per un po’.

Interpellate domenica da Dealflower, infatti, diverse fonti vicine alla situazione dicevano che l’eventuale offerta formale da parte di KKR era ancora in fase di studio. Ma l’uscita del quotidiano milanese ha accelerato i tempi. Il consiglio di amministrazione di Tim si è riunito d’urgenza e, in serata, è arrivato il comunicato con l’ufficializzazione della manifestazione d’interesse.

L’intenzione, “non vincolante e indicativa” spiega un comunicato della società di tlc rilasciato dopo un cda durato quattro ore, di Kkr è di lanciare un’offerta pubblica di acquisto sul 100% delle azioni ordinarie e di risparmio di Tim finalizzata al suo delisting.

Il prezzo è pari a 0,505 cent per azione, superiore ai 0,35 centesimi di chiusura lo scoro venerdì, per una valutazione della società 11 miliardi di euro, oltre il 60% rispetto al valore della società guidata da Luigi Gubitosi. Un premio che sarebbe tipico per operazioni in questo settore, come accaduto ad esempio con Iliad che lo scorso anno ha pagato agli azionisti un premio analogo per il delisting.  La manifestazione d’interesse sarebbe soggetta alla condizione del raggiungimento della soglia di adesione minima del 51% del capitale sociale di entrambe le categorie azionarie. A supportare finanziariamente il fondo nell’operazione sembra esserci Jp Morgan.

Nessun dettaglio è stato fornito sul progetto, ma non sorprenderebbe se Kkr puntasse a lavorare sui singoli asset del gruppo, cedendo le attività non core e gestendo separatamente la rete, che potrebbe finire a Cdp.

La proposta, a detta dallo stesso fondo Usa, è “amichevole” e aspira ad ottenere il gradimento degli amministratori della società e il supporto del management. Essa è, allo stato, “condizionata tra l’altro allo svolgimento di una due diligence confirmatoria di durata stimata in quattro settimane, nonché al gradimento da parte dei soggetti istituzionali rilevanti” tra i quali i due più pesanti sono Vivendi (23,75%) e lo Stato sia tramite Cassa depositi e prestiti (9,81%) sia tramite l’asso nella manica chiamato golden power.

L’improvvisa accelerazione delle trattative per Tim è arrivata dopo che l’operato di Gubitosi è stato messo in discussione, attraverso una lettera, da gran parte dei membri del consiglio di amministrazione. Il deterioramento dei conti e i risultati insoddisfacenti della partnership con Dazn sui diritti per la trasmissione del calcio hanno spinto i consiglieri espressi da Vivendi e gli indipendenti a chiedere di convocare un cda, che era stato fissato per il 26 novembre.

Gli azionisti in campo

Considerando Vivendi, le indiscrezioni degli ultimi giorni davano il gruppo di Vincent Bolloré, rappresentato nel cda di Tim dal ceo Arnaud de Puyfontaine, particolarmente attivo nella richiesta di un cambio ai vertici dopo due profit warning in due mesi. La mossa è sembrata a molti legata all’imminente offerta proveniente da Oltreoceano e ora ci si aspetta una contromossa. Alcune voci parlano di un’operazione su Tim a cui la media company starebbe lavorando con il fondo Cvc (e forse anche Advent) e l’aiuto dell’ex ad del gruppo telefonico, Marco Patuano, oggi senior advisor di Nomura.

Nella giornata di ieri Vivendi aveva ribadito la propria posizione dicendo di essere “un azionista di Telecom di lungo termine,  vogliamo collaborare con l’Italia e le istituzioni italiane per il futuro di Telecom a lungo termine” e affermando di non essere a conoscenza “di negoziati con i fondi”. I fondi di private equity Advent e Cvc, tramite un portavoce, si sono detti aperti al dialogo con tutti gli stakeholder per identificare in modo trasparente una soluzione di sistema per il rafforzamento industriale di Tim, ma al momento non hanno presentato alcuna offerta alternativa e soprattutto hanno detto di non aver avuto contatti con Vivendi.

Ciò che è certo è che Vivendì è in perdita, avendo acquisito azioni per 1,071 euro ciascuna. L’offerta di Kkr potrebbe dunque non vedere il favore del primo azionista. Le azioni di Telecom Italia hanno perso circa  il 50% negli ultimi cinque anni e il prezzo attuale è di 1,2 volte i guadagni, una frazione delle 14 volte di media dei competitor europei. Il gruppo conta anche un debito di 22 miliardi di euro a fronte di ricavi per 11,4 miliardi di euro nei primi nove mesi del 2021 (-0,4% rispetto al 2020) .

Politica

L’altro giocatore è il governo. Poco dopo la nota di Tim, il ministero dell’Economia ha fatto sapere che “il governo prende atto dell’interesse manifestato da investitori istituzionali qualificati”. Interesse che “è una notizia positiva per il Paese. Se questo dovesse concretizzarsi, sarà in primo luogo il mercato a valutare la solidità del progetto”.

Tim è il maggiore operatore di telefonia del Paese, ha ricordato Via XX Settembre, ed è “anche la società che detiene la parte più rilevante dell’infrastruttura di telecomunicazione”, pertanto il “governo seguirà con attenzione gli sviluppi della manifestazione di interesse e valuterà attentamente, anche riguardo all’esercizio delle proprie prerogative, i progetti che interessino l’infrastruttura”. Obiettivo “è assicurare che questi progetti siano compatibili con il rapido completamento della connessione con banda ultralarga, secondo quanto prefigurato nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, con gli investimenti necessari nello sviluppo dell’infrastruttura, e con la salvaguardia e la crescita dell’occupazione”.

Per fare questo il governo avrebbe istituito un super comitato di ministri ed esperti in cui dovrebbero figurare i ministri dell’Economia Daniele Franco, dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti, dell’innovazione digitale Vittorio Colao, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Roberto Garofoli, il sottosegretario con delega ai servizi segreti Franco Gabrielli, il consulente economico di Chigi Francesco Giavazzi e il capo di gabinetto del Mef Giuseppe Chinè.

Tutto questo avviene mentre questa settimana il presidente francese, Emmanuel Macron, sarà in Italia per siglare il cosiddetto Patto del Quirinale, un’alleanza a tutto campo tra Roma e Parigi. E non è impossibile ipotizzare che il dossier Tim entri nella partita. Del resto, fanno notare alcuni osservatori, Italia e Francia stanno stringendo i rapporti sul piano economico-finanziario per controbilanciare lo strapotere tedesco.

L’ingresso di Borsa Italiana in Euronext è stato un tassello importante di questo asse Roma-Parigi. Vivendi ha cercato e trovato un accordo con Fininvest su Mediaset, lasciando che il Biscione persegua la strategia di un gruppo media paneuropeo dialogando soprattutto con player tedeschi. Ma Vivendi non ha mollato la presa su Tim. L’unione dei gruppi italiano e francese potrebbe dare vita a un grande player di media e telecomunicazioni, in grado di giocare da protagonista nell’arena globale su connessioni digitali e contenuti. L’alternativa, ovvero una Tim controllata da un fondo americano, non sembra in linea con l’obiettivo della cooperazione fra Paesi europei.

Che succede ora?

Ora la palla è in mano al  cda di Tim, presieduto da Salvatore Rossi, in programma per venerdì 26 che al momento sembra confermato.

È evidente che ogni soluzione dovrà vedere la presenza nel capitale di Tim, o di un eventuale gruppo paneuropeo che comprenda la società italiana, di Cdp, attualmente azionista con quasi il 10%. La cassa guidata da Dario Scannapieco è il braccio finanziario del governo e, come accaduto con Borsa-Euronext, sarà chiamata a garantire che la voce dell’Italia abbia il giusto peso. Soprattutto, Cdp sarà chiamata a tutelare gli asset strategici custoditi da Tim, ovvero essenzialmente la rete, nazionale e intercontinentale (in pancia a Sparkle). Kkr ha già in mano il 37% di FiberCop, la società in cui Tim ha convogliato la rete secondaria (dall’armadio in strada alle abitazioni dei clienti). Consegnare anche il resto della rete a Kkr significherebbe mettere in mani americane un pezzo fondamentale delle infrastrutture tecnologiche strategiche. Impossibile pensare che accada, senza adeguati contrappesi e controlli.

Kkr in Italia

Quella su Tim è solo una delle ultime operazioni realizzate dal fondo in Italia, paese che monitora attentamente pur se da Londra. Ad aprile la società ha investito assieme a Fastweb, in un’operazione gestita dal managing director Alberto Signori, in FiberCop, società in cui sono confluite la rete secondaria di TIM (dall’armadio in strada alle abitazioni dei clienti) e la rete in fibra sviluppata da FlashFiber, la joint-venture di TIM (80%) e Fastweb (20%), investendo 1,8 miliardi di euro per il 37,5% della società di cui Tim ha mantenuto il 58%. In Italia il gruppo ha anche la Cmc Machinery di Città di Castello, acquisito nel novembre 2020 e di cui una quota è stata ceduta ad Amazon.

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