Le imprese femminili sono di più al sud. Milano e Bergamo sono le città che registrano il numero più basso di aziende fondate, co-fondate o con a capo donne, rispettivamente il 18% e il 18,4%. Stupiscono invece Cagliari (40%), Benevento (31,1%) e Avellino (30,07%). L’analisi del Gruppo Del Barba sull’incidenza delle imprese femminili nel tessuto imprenditoriale nazionale per il primo semestre 2021 rileva soprattutto che continua ad essere difficile per le società a gestione femminile l’accesso al credito.

In ambito fintech, cresce lentamente ma in modo costante il numero delle fondatrici o co-fondatrici: una percentuale però (12,2%) ancora troppo bassa rispetto al dato maschile. Un gap che “è presente anche nell’ambito Information technology (It)”, come sottolinea a Dealflower Nicoletta Migliaccio, junior marketing & communication specialist di Techyon.

Il problema della disparità di genere però non emerge solo sul lavoro. Alcuni studi universitari infatti sono più frequentati da donne di altri, nonostante sul totale della popolazione studentesca universitaria le donne rappresentano la maggioranza: solo uno studente Stem (cioè di discipline quali science, technology, engineering and mathematics) su quattro è donna.

Dove sono le aziende femminili

Le regioni con il maggior numero di imprese femminili, in valori assoluti, sono quelle più popolose. Al primo posto si stanzia la Lombardia con 160.279 aziende davanti a Campania (119.355) e Lazio (116.040).

In rapporto al numero totale delle imprese attive nella Regione, il territorio lombardo (19,5%) risulta essere tra le regioni che rilevano la quota più bassa di imprese femminili, insieme al Trentino-Alto Adige (18,5%) e al Veneto (20,6%), al di sotto della media nazionale del 22,6%. Le regioni invece con più aziende di donne al centro-sud: Molise (28,2%), Basilicata (27,4%) e Abruzzo (26,6%).

Epicentro di inclusività e di opportunità, il capoluogo lombardo però non brilla di imprese femminili sul territorio. Con solo il 18%, Milano si posiziona ultima tra le città, seguita da Bolzano (18,4%) e Trento (18,5%). Bassa l’incidenza di imprese femminili anche a Roma (21,7%), Bologna (21,5%) e Napoli (21,4%). In vetta alla graduatoria troviamo, invece, la provincia di Cagliari (40%), quasi il doppio della media nazionale, seguita da Benevento (31,1%) e Avellino (30,07%).

Tra le regioni più promettenti, troviamo invece la Sicilia (2,17%) e la Campania (2,04%) che sono quelle in cui è cresciuto di più il numero di imprese femminili tra il primo semestre 2020 e quello del 2021. Terzo posto per la Lombardia (1,77%). Al contrario, i cali più consistenti si registrano in Lazio (-1,26%), Molise (-0,69%) e Friuli-Venezia Giulia (-0,25%).

A livello provinciale, gli incrementi più alti sono stati sempre in province meridionali: a Vibo Valentia (3,77%), Napoli (3,29%), Brindisi (3,02%), Palermo (2,86%). Le uniche due province del nord che hanno avuto gli incrementi migliori sono Monza-Brianza (2,84% – 5° posto) e Milano (2,38% – 8° posto). Il dato peggiore tra tutte le province è quello di Roma, dove le imprese femminile sono diminuite del 2,05%.

Marco Barbieri
Marco Barbieri, amministratore unico del gruppo Del Barba

“Nella stragrande maggioranza dei casi le imprese femminili si finanziano in proprio o attraverso il capitale di famiglia mentre molto scarso è l’utilizzo del credito bancario e, ancora meno, dei finanziamenti pubblici – ha commentato Marco Barbieri (in foto), amministratore unico del gruppo Del Barba – A causa dei requisiti troppo stringenti richiesti da parte delle istituzioni bancarie, in generale, le difficoltà di accesso al credito per le imprese femminili rappresentano un forte freno alla loro crescita quindi anche a una minore propensione a investire nell’innovazione”.

Per colmare l’esigenza di risorse finanziarie da parte di queste imprese, ha continuato Barbieri, i finanziamenti pubblici sono una grande opportunità per sostenere la propria crescita: “Riteniamo necessario aumentare il livello generale della conoscenza sulle opportunità di finanza agevolata, in modo tale che si possa diffondere una cultura capace di rendere le imprese pienamente consapevoli delle potenzialità che possono esprimere attraverso un corretto utilizzo dei numerosi bandi disponibili”.

Fintech e It, crescita lenta ma costante

Nel caso specifico del fintech, negli ultimi dieci anni l’industria ha registrato progressi lenti ma costanti. Secondo l’analisi Achieving gender equity in the fintech community 2020 di Deloitte che ha coinvolto più di tremila startup fintech a livello mondiale, le fintech fondate o cofondate da donne sono cresciute a un ritmo leggermente superiore rispetto a quelle fondate dagli uomini, raggiungendo quota 369 nel 2019 (di cui 95 fondate esclusivamente da donne e 274 cofondate da donne): una crescita moltiplicata per otto (sette per la controparte maschile).

Considerando però che le fintech maschili sono 2.648, quelle femminili conquistano ancora solo il 12,2% della torta totale, rispetto al 10,9% di dieci anni fa. Tuttavia, si tratta di un progresso limitato. Le startup con team fondatori di sole donne hanno rappresentato il 3,1% del pool nel 2019, un piccolo miglioramento rispetto al 2,4% del 2010.

La disparità persiste. Secondo la ricerca, inoltre, meno del 30% dei dipendenti delle fintech nel mondo sono donne e solo il 5% occupa delle posizioni dirigenziali.

Maggiore attenzione all’equità di genere nonché l’aumento delle donne nei settori della finanza e della tecnologia e delle professioniste che assumono ruoli decisionali nelle società di venture capital hanno fatto si che dal 2014 al 2019 i fondi destinati alle startup fondate da donne abbiano registrato un tasso di crescita annuale del 58,9%, rispetto al 29,1% degli uomini.

Il 2019, inoltre, ha battuto ogni record. Le startup fondate e co-fondate da donne hanno raccolto un totale di 5,1 miliardi di dollari di finanziamenti, quasi il 60% del capitale totale raccolto da queste categorie dal 2009. Di questo totale, 539 milioni sono stati investiti in startup fondate solo da donne nel 2019, rispetto a soli 85 milioni nel 2015.

Il capitale raccolto da uomini rimane però sempre quello più alto. Rispetto al totale, solo l’1,3% dei 40 miliardi di dollari raccolti nel 2019 è andato a società fondate solo da donne, rispetto allo 0,6% (di 14 miliardi di dollari) del 2015. Nel frattempo, le startup con almeno una cofondatrice hanno assistito un aumento più marcato. La loro quota del fondo di investimento totale è aumentata di cinque punti percentuali negli ultimi cinque anni (11,2%): un miglioramento, ma ancora non molto rilevante rispetto al finanziamento complessivo.

Nicoletta Migliaccio
Nicoletta Migliaccio, junior marketing & communication specialist di Techyon

Il mismatch è presente anche nell’ambito It, come in tutto l’ambito tech. In Italia il female employment rate nel 2020 nel mondo Ict (tecnologie dell’informazione e della comunicazione) si attestava attorno al 15,7% secondo l’Eurostat (contro il 84,3% degli uomini).

“Rispetto al 2011, questa percentuale è leggermente aumentata (14,6%) – ha sottolineato a Dealflower Nicoletta Migliaccio, junior marketing & communication specialist di Techyon, specializzato nella ricerca e selezione di professionisti senior e manager nel segmento Information technology – e, considerando che secondo l’Ue si stima che entro il 2025 i posti di lavoro come cyber security, big data e internet of things saranno circa sette milioni, è lecito credere che il numero delle donne impiegate in ambito tech continui a crescere”.

Il gender gap già dallo studio nell’ambito Stem

Il gender gap però non si riscontra solo sul lavoro. Già dagli studi universitari ci sono ambiti ancora meno frequentati dal genere femminile rispetto che altri. Se sul totale della popolazione studentesca universitaria le donne rappresentano la maggioranza, all’interno del bacino Stem (science, technology, engineering and mathematics) è presente un evidente divario di genere.

Solo uno studente Stem su quattro è donna, ancora meno nelle facoltà maggiormente in linea con i profili emergenti richiesti dal mondo professionale. Eppure, le donne iscritte a facoltà stem hanno ottenuto nell’ultimo decennio in meno tempo voti più alti. L’Osservatorio sulle materie Stem di Fondazione Deloitte rileva che le donne vantano un voto di laurea medio di 103,4 contro 101,8 degli uomini e un ritardo medio al conseguimento della laurea di 1,3 anni contro 1,5 degli uomini.

Il numero limitato di laureati in queste discipline e l’elevato gender gap poi è un problema riscontrato a livello globale, non solo nazionale. A confronto con i principali Paesi europei, l’Italia si posizioni sotto la media continentale per percentuale di laureati stem (22,5% contro 25%), mentre in termini di gender gap è il quarto Paese europeo con la più alta percentuale di donne laureate in materie stem sul totale dei percorsi.

“I risultati accademici dimostrano che le capacità delle donne sono pari o superiori a quelle maschili. Ma gli stereotipi continuano ad allontanare le ragazze dalle materie e carriere tecnico-scientifiche”, ha commentato Fabio Pompei, ceo di Deloitte Italia.

Per avere un’Italia più competitiva, dinamica e capace di guardare al futuro “non possiamo rinunciare al talento delle donne – ha aggiunto Pompei – E soprattutto, non possiamo rinunciare alle competenze Stem delle donne: ne avremo sempre più bisogno e anche per questo dobbiamo incentivare le ragazze ad avvicinarsi a questo mondo”.

Dopotutto, in futuro le competenze Stem saranno quelle più richieste dal mercato del lavoro e già oggi, sottolinea il ceo, esiste un gap tra domanda e offerta: “Nei prossimi anni il problema potrebbe diventare strutturale, compromettendo la competitività complessiva della nostra economia”.

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