Il Ddl Capitali, approvato tre giorni fa al Senato, ha reso obbligatoria l’educazione finanziaria nelle scuole. Nel dettaglio, è l’articolo 21 che disciplina lo studio nelle scuole primaria e secondaria di primo e secondo livello che sarà implementato dal ministero dell’Istruzione con il supporto di Banca d’Italia, Consob, Ivass e altri soggetti istituzionali.

Considerando quanto sia basso il livello dell’alfabetizzazione finanziaria in Italia – siamo al 63esimo posto nell’ultima classifica globale dell’Ocse e l’ultimo tra i Paesi del G20, pur essendo il 12esimo per risparmio – questa non può che essere una buona notizia, non fosse altro perché porta economia e finanza al centro dell’attenzione di tutti, a partire da bambini e ragazzi ma anche dei genitori.

Tuttavia (c’è spesso un tuttavia dietro le leggi italiane) questa introduzione deve essere un’occasione per davvero diffondere una cultura della finanza e della gestione del denaro e non un semplice cerotto su un’emorragia arteriosa. E purtroppo è proprio ciò che sembra: un cerotto. O una decisione acchiappa-consensi che però a livello pratico rischia di cambiare ben poco se non di fare danni.

La mia è una considerazione “a caldo”, dovremo infatti aspettare i vari decreti attuativi e poi nel concreto vedere come si organizzeranno le scuole e chi saranno i docenti prima di capire quanto effettivamente se le lezioni saranno o meno efficaci, ma non è ingiustificata. Il nodo è il tempo: l’educazione finanziaria sarà inserita nell’ambito delle 33 ore annuali dell’educazione civica che vengono tendenzialmente distribuite in un’ora settimanale. In pratica, sacrifichiamo il diritto per l’economia.

Mi si dirà che il tempo a disposizione è limitato. Questa argomentazione è corretta e affrontarla implicherebbe trattare anche l’annoso ed enorme tema della riforma del sistema scolastico, basato su logiche che non tengono conto del cambiamento della società e del mondo del lavoro, ma non è questa la sede.

Il punto è che sì, l’educazione finanziaria sarà introdotta nelle scuole, ma in maniera parziale, con un tempo ridotto e all’interno di un’altra disciplina in molti casi considerata dagli studenti un peso più che un’occasione di apprendimento. Andrà quindi gestita particolarmente bene… ma da chi? Chi sarà a insegnarla? Il docente di diritto? Insegnanti di altre discipline? Chi si dovrà occupare della formazione degli insegnanti?

Inoltre, il decreto lascia a ogni istituto scolastico, nell’ambito della propria autonomia, la libertà di decidere le modalità di applicazione dei percorsi di educazione finanziaria in classe, con il rischio di creare disuguaglianze tra scuole o tra regioni.

Chi spiegherà l’economia e la finanza ai bambini e ai ragazzi, insomma, dovrà essere in grado di unire gli aspetti teorici ai risvolti pratici e quotidiani per non limitarsi all’alfabetizzazione finanziaria.

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