Inflazione giù. Mercati su. E la Fed magari ci ripensa. Di nuovo. Settembre? Cinquanta punti base di rialzo dei tassi, così era stato deciso. E annunciato. E invece no. Facciamo 75 punti. Perché l’ultimo dato pubblicato riguardo i payrolls, indicatore fondamentale in grado di misurare fedelmente lo stato di salute dell’economia americana, ha indicato una condizione molto più solida del previsto. E così il Fomc, braccio operativo della Federal Reserve, aveva pensato neanche due settimane fa che si poteva osare ancora di più, almeno secondo le aspettative del mercato.

Fermi tutti però. L’inflazione Usa è già scesa. Lo ha fatto proprio oggi. Il dato ha sorpreso un po’ tutti: +8,5%, ben al di sotto dell’8,7% atteso dagli analisti e ancora più al di sotto del 9,1% registrato a giugno, il punto più alto mai raggiunto negli ultimi 41 anni (grafico sotto da Trading Economics)

Inflazione Usa, siamo al picco?

Dunque l’inflazione americana ha finalmente raggiunto il suo picco? Forse sì. E potrebbe confermarlo il dato dell’inflazione core, quella privata cioè dell’andamento dei prezzi dei settori più volatili: energia e alimentari. Si temeva un +6,1%, al di sopra delle tre rilevazioni precedenti. In sostanza il mercato temeva che dopo tre mesi di rallentamento, si tornasse a salire. E invece, sorpresa sorpresa, il dato è pari a +5,9% per il mese di luglio, uguale a quello di giugno (grafico sotto). Offrendo in questo modo il sostegno, come anticipato, che l’inflazione ha finalmente raggiunto il picco.

La reazione del mercato

Il dato ha messo il turbo ai mercati. Francoforte si è portato sopra il punto percentuale di guadagno, a ruota lo hanno seguito le altre piazze principali, Piazza Affari compresa. Wall Street ha iniziato di slancio, in particolare il Nasdaq in rally del 2,5%, l’indice probabilmente con i riflettori maggiormente puntati essendo il più colpito dal rialzo dei tassi e dalla stretta monetaria della Fed. Che oggi è come se si portasse a casa la prima vittoria.

Spiega Oliver Blackbourn, Multi-Asset Portfolio Manager per Janus Henderson: “I mercati dovranno attendere le dichiarazioni pubbliche dei funzionari della Federal Reserve (il presidente Powell parlerà nel corso del consueto simposio a Jackson Hole, tra il 25 e il 27 agosto NdR) per vedere come interpreteranno il calo dell’inflazione superiore alle attese. Da tempo ci si aspettava che si raggiungesse il picco durante l’estate; quindi, è stato rassicurante per i mercati che ci siano chiari segnali che questo stia effettivamente accadendo”.

Da segnalare anche il crollo del dollaro, -1,5% fino a 104,82 per quanto riguarda il Dollar index, ai minimi dallo scorso 30 giugno, con conseguente movimento rialzista dell’euro, risalito dell’1,3% a 1,0345, mai così in alto da inizio luglio (grafico sotto), e delle materie prime a partire dai metalli preziosi (oro, argento) e industriali (rame e platinoidi).

Prosegue l’analista di Janus Henderson: “La Fed tuttavia si concentrerà sui segnali relativi all’inflazione sottostante, in particolare a fronte di un mercato del lavoro molto rigido. Il continuo aumento dei costi dei servizi sarà forse meno confortante per l’istituto di quanto non lo sia stato per gli investitori l’aumento dell’inflazione relativa ai prezzi dei beni”.

Cesarano: “Inflazione giù anche per i salari reali in calo da 16 mesi di fila”

Proprio sul mercato del lavoro si concentra l’analisi di Antonio Cesarano, Chief Global Strategist di Intermonte: “Sia l’inflazione che l’inflazione core hanno riportato un dato ben al di sotto delle attese. Il fattore comune potrebbe essere rappresentato da primi sintomi di rallentamento della domanda, che poco alla volta sta iniziando a diventare meno esplosiva rispetto alle fasi immediatamente successive alla pandemia, ma in parte anche sotto i colpi di una continua erosione del potere d’acquisto emblematicamente rappresentata dal calo dei salari reali, in atto da 16 mesi consecutivi (grafico sotto Intermonte NdR)

intermonte salari Usa

Si va verso un rialzo di 50 punti base a settembre (e non più di 75 pb)

Cesarano si concentra poi sulle aspettative dei futuri rialzi dei tassi. Come anticipato, decisamente ridimensionati: “Per quanto riguarda i Fed fund a fine 2022, di fatto, si rimane complessivamente ancorati ancora intorno al 3,5%. Dopo il mercato del lavoro US, l’attesa era per rialzi di 75, 25 e 25 pb nelle riunioni di settembre, novembre e dicembre cheora si sono riportate a 50, 25 e 25 pb”.

Conclude l’analista di Intermonte: “L’aspetto più rilevante è quello inerente invece la ricerca spasmodica degli operatori del cosiddetto ‘pivot’ della Fed, ossia il timing del punto di inversione di politica monetaria. Al momento lo scenario che si delinea è quello di progressiva riduzione dell’inflazione Usa verso livelli più bassi sebbene storicamente ancora elevati, trattandosi di inflazione più collegata alla domanda e quindi più sensibile alle manovre Fed”.

A incidere sull’inflazione la componente energetica

Tornando al dato dell’inflazione negli Stati Uniti, più nel dettaglio, sul calo oltre le attese ha inciso significativamente il rallentamento della componente energetica. In particolare il forte ribasso dei costi della benzina (44% contro 59,9%), ma anche dell’olio combustibile 75,6% contro 98,5%) e del gas naturale (30,5% contro 38,4%). Leggermente in calo anche i costi per i veicoli nuovi e le tariffe aeree. Sale ancora l’inflazione, al contrario, per i generi alimentari: il +10,9% è l’aumento più consistente da maggio 1979 (grafico Intermonte sotto). Su anche i costi per gli alloggi e auto e camion usati.

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