I ricchi? Ça va sans dire: soldi ne hanno, e forse ne avranno sempre. Una frase tanto banale quanto calzante per le recenti quotazioni in borsa. O meglio, le non quotazioni. Perché sono in forte calo. In Italia soprattutto. Tanti delisting: Autogrill, Atlantia, Exor, Tod’s. Pochi, anzi pochissimi listing. Il periodo è particolare. Forse unico. La propensione al rischio è ai minimi storici. “Nuove ipo? In linea di massima, oggi, non convengono: la valutazione di una società che si quota è tra il 30% e il 50% più bassa rispetto alla media dell’anno scorso” spiega Andrea Cartisano, analista di Giotto Cellino Sim. Tradotto: di questi tempi, meglio abbassare le proprie pretese al momento della quotazione. Perché avere come obiettivo 100 milioni di euro di capitalizzazione per poi ritrovarsene la metà, non piace a nessuno.

Dunque, ci si quota su altre borse (vedi Amsterdam), in grado di offrire regole più flessibili. Oppure non ci si quota. Perché non conviene, o perché c’è il timore di perdere le quote che vengono diluite con lo sbarco sul mercato.

Poi però c’è il lusso. Che, salvo eccezioni (vedi Tod’s per l’appunto) va ancora controcorrente. A partire dalla crescita del settore. Brillante nel primo semestre: “Per vendite aggregate, le aziende Ue quotate hanno superato i livelli pre-pandemia sia nel primo (+18%) sia nel secondo trimestre (+22%) nonostante le restrizioni in Cina” è il commento di Chiara Rotelli di Mediobanca Securities. In calo nel secondo. Un po’ come tutti. Ma minore rispetto a molti altri. Aggiunge l’analista infatti: “In uno scenario ottimistico, la domanda potrebbe comunque aumentare del 10-15% rispetto al 2021”. E lo conferma anche l’osservatorio Bain & Co. / Altagamma,  la cui stima di crescita del mercato è pari a +33%, per un ritorno, anche in questo caso, ai livelli pre-pandemia.

Un settore correlato con l’azionario

Prosegue l’analista di Mediobanca Securities:  “Nell’universo delle società europee di lusso quotate in borsa, calcoliamo quest’anno che la crescita delle vendite registrate supererà il 13% (sostenuta anche da una forte spinta valutaria), prima di rallentare a +9% nel 2023”. L’ultima a quotarsi in Europa? Porsche, auto di lusso. Settantacinque miliardi gli euro di capitalizzazione, che hanno permesso alla compagnia di superare anche Volkswagen, la casa madre.

Prezzo di avvio: 84 euro sulla borsa di Francoforte, e dopo tre settimane è a quota 85,68 €, al di sopra la media del settore, decisamente correlato all’andamento degli indici azionari, e quindi negativo, come spiega Daniele Lavecchia di Trading Campus: “C’è un forte e costante legame tra l’indice di Wall Street dell’S&P500 e l’Etf del lusso Amundi S&P500 Luxury, che fa segnare un -26% da inizio anno (grafico sotto). Ed è evidente anche sul Ftse Mib, dove le performance negative vanno dal minimo di Ferragamo, -34% a un massimo di Safilo del -12%”.

 

Dopo Porsche, la suggestione Lamborghini

È un trend ribassista legato al momento che caratterizza un po’ tutto il 2022 per i motivi già citati e ormai stranoti (austerità monetaria delle banche centrali, inflazione, recessione, guerra). Ciò non toglie tuttavia una maggiore propensione alla quotazione in borsa del comparto. L’obiettivo di Porsche è finanziare la transizione all’elettrico, e di raggiungere l’80% dei nuovi veicoli consegnati a batteria. Non solo. In queste settimane ha iniziato a farsi spazio l’idea di un’ipo anche per Lamborghini, sempre Gruppo Volkswagen.

Valore stimato: 9 miliardi di euro, stando a Banca Akros. Anche in questo caso, dietro tale ipotesi, c’è la raccolta di risorse per favorire la svolta elettrica, rivelatasi estremamente dispendiosa per tutte le case automobilistiche (che infatti ricorrono alle fusioni). Fonti interne alla società emiliana hanno dirottato ogni commento alla casa tedesca: “La decisione spetta a lei”. A giugno, Lamborghini ha chiuso il semestre migliore di sempre per vendite: 5.090 unità (+4,9%), fatturato: 1,332 miliardi di euro (+30,6%) e profittabilità (+69,6%), passando da 251 a 425 milioni di euro.

Perché il lusso cresce

Più in generale, i numeri più importante per il settore lusso sono visibili nei primi sei mesi dell’anno, in particolare nel primo trimestre, grazie alla fiducia dei consumatori Usa e Ue. Continua Chiara Rotelli, di Mediobanca Securities: “C’è stato il ritorno dei clienti nei negozi fisici, la crescita del capodanno cinese, una domanda sostenuta in Nord America unita all’accelerazione in Europa dove si è registrata una visibile ripresa del turismo. Il settore dei prodotti di marca nell’Unione è cresciuto a due cifre a valuta costante nel primo semestre del 2022, inoltre il nostro consenso vede una crescita del +18% su base annua, mentre la decelerazione nel II trimestre è da attribuire soprattutto alle chiusure in Cina”.

Semplificando ai minimi termini, un ipotetico aumento dei costi di produzione nel settore lusso si può anche “scaricare” sull’utente finale (dipende poi dall’entità dell’aumento). Diverso il discorso se questi aumenti vanno a pesare sulle bollette delle imprese più in difficoltà, o dei cittadini stessi.

 

I casi di dual listing di Ferretti Group e Prada

Ed è anche così che si spiegano le quotazioni di grandi gruppi del lusso in questi ultimi 12 mesi. Ferretti Group ha scelto Hong Kong, come Prada, il 31 marzo scorso. Il gruppo, controllato dai cinesi di Weichai, con Piero Ferrari, figlio di Enzo, socio di minoranza al 13,2%, ha scelto la capitale economica asiatica, dove la nautica di lusso ha inevitabilmente una posizione privilegiata. Un’ipo con prezzo d’offerta a 22,88 dollari per azione (2,66 euro), una capitalizzazione di mercato da 890 milioni di euro e il totale del capitale raccolto pari a 206 milioni di euro. Da allora, il titolo in borsa è sceso del 7,7% e oscilla attorno ai 21,2 dollari ad azione.

In questi giorni è tornato attuale anche lo “sbarco” sul mercato azionario europeo, sponda Italia, per il 2023, con l’aiuto di Unicredit, Goldman Sachs e Jp Morgan. Un ritorno al passato, vista la quotazione di Ferretti a Piazza Affari vent’anni fa, prima che il fondo private equity Permira lanciasse il delisting. Il passaggio negli anni successivi al private equity britannico Candover segna l’inizio di una crisi profonda sotto il peso del debito leverage out, prima del risanamento e il rilancio grazie ai nuovi proprietari cinesi di Wichai.

Gruppo Prada, in più di un’occasione accostata a una seconda quotazione a Piazza Affari, è controllata per l’80% dalla famiglia Prada e dal 5% circa da Invesco Advisers. Valore stimato: almeno un miliardo di dollari, in collaborazione con Goldman Sachs e Citigroup. “Una possibilità, non una priorità” aveva detto a luglio il presidente Paolo Zannoni, con ingresso nel listino milanese entro il 2023 come obbiettivo più realistico (da inizio 2022 ha perso il 28% circa, sempre sulla borsa di Hong Kong).

Zegna, prima azienda italiana di moda a Wall Street

Da segnalare infine la quotazione di Zegna alla borsa di New York a dicembre, attraverso la business combination con Investindustrial Acquisition Corp. Il debutto a Wall Street della prima azienda italiana di moda è avvenuto il 20 dicembre, con un valore aziendale di 3,1 miliardi di dollari e una capitalizzazione di mercato pari a 2,4 miliardi. La famiglia Zegna mantiene il controllo della società con quasi il 66% del capitale, Investindustrial è azionista di rilievo con circa il 13% mentre il flottante è attorno al 21%. “Il gruppo è pioniere in questo settore -aggiunge Chiara Rotelli-. Partito dallo storico Lanificio, a seguito di tutte le acquisizioni verticali effettuate nel corso degli anni, è riuscito ad ottenere un’ottima qualità del prodotto, creando una piattaforma di laboratori tessili di lusso Made in Italy unica nel suo genere”.

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Piazza Affari nuovo polo del lusso?

E Zegna è uno dei pochi titoli che non ha registrato perdite da inizio anno. Anzi: con 10,30 dollari ad azione come prezzo iniziale, in questi giorni oscilla attorno a 10,4, e quindi in lievissimo rialzo. Più in generale, conclude Daniele Lavecchia di Trading Camus: “L’andamento del settore a livello internazionale e la forte e costante correlazione con l’equity segnala una volta di più come gli asset rifugio stiano progressivamente perdendo il loro storico ruolo di alternativa in momenti di incertezza e crisi”.

Tradotto: neanche il lusso riesce a invertire la rotta dei mercati in questo periodo di bear market. Tuttavia, il comparto luxury è resiliente a livello di economia reale, nonostante inflazione, recessione e rallentamento della Cina, tra i primi paesi per domanda mondiale. Ed è anche per questo che il lusso riesce a muoversi in controtendenza rispetto alla “carestia” delle società che si quotano in borsa, mantenendo in qualche modo attuale l’espressione: “Make Ipo Sexy Again”.

In questa direzione va lo scenario proposto da Ig Group, come spiega il market strategist Federico Vetrella: “Borsa Italiana rimane tra le più emarginate dall’attenzione degli investitori internazionali tra quelli europei, anche per mancanza di una grossa componente di titoli tecnologici. Tuttavia Piazza Affari può riflettere numerose aziende tipiche del tessuto economico – imprenditoriale, ed ecco perché dovrebbe focalizzarsi sulla specializzazione verso il settore del lusso, dove sono già presenti aziende come Moncler, Brunello Cucinelli, Ferragamo e dove dovrebbe aggiungersi anche Prada. La specializzazione verso questo settore potrebbe aiutare la piazza finanziaria a ritagliarsi un posto come polo di questo tipo di aziende a livello internazionale”.

Lusso sfrenato in Francia

Non fanno eccezione sul Cac40 di Parigi operatori di fascia alta come Hermès (-21% da inizio anno), Dior (-18%) o Lvmh (-17%), le cui anticipazioni sui conti del terzo trimestre sembrano però essere “eccezionali, forse tra i migliori di sempre” secondo le indiscrezioni riportate da un trader, dopo aver chiuso il primo semestre a 36,7 miliardi di euro, in crescita del 28% sul 2021 e una crescita organica del 21%.

La già citata Hermes, assieme a Chanel, non quotata in borsa e di proprietà dei fratelli Wertheimer, stanno facendo leva “sulla produzione interna come punto di forza fondamentale per alimentare i loro marchi e posizionare i loro prodotti il più vicino possibile alle opere d’arte -conclude Rotelli di Mediobanca Securities-. Hermès ha negli ultimi anni ha investito costantemente nell’apertura di nuovi laboratori e nella formazione di nuovi artigiani, ha già previsto un’espansione della capacità produttiva nel settore della pelletteria fino al 2025. Chanel ha acquisito i suoi fornitori fin dagli anni ’80, tra cui sette acquisizioni negli ultimi due anni e a inizio 2022 ha inaugurato un polo artigianale di 25.000 mq a Parigi”.

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