La palestra dei capital markets per le piccole e medie imprese si chiama minibond. Lo strumento sta riscuotendo un successo crescente, attirando l’attenzione degli emittenti e degli investitori istituzionali. Il peso del funding complementare ai finanziamenti bancari in Italia resta basso rispetto alle principali economie avanzate. E allora lo spazio di ulteriore crescita c’è ed è vasto. Anche grazie ai basket bond, che consentono agli investitori più grandi di avvicinarsi più facilmente a questo segmento.

Nel settembre scorso UniCredit ha comunicato di aver raggiunto il traguardo delle cento imprese supportate come arranger e sottoscrittore di minibond. Da allora, le emissioni seguite dal gruppo con sede in piazza Gae Aulenti sono cresciute ulteriormente. UniCredit è attualmente leader di mercato, con una quota del 35% circa sui volumi.

Tra le aziende supportate dall’istituto bancario ne figurano alcune che hanno poi utilizzato l’esperienza per ulteriori operazioni di mercato, come Leone Film Group (emissione da 5,5 milioni, totalmente sottoscritta da UniCredit nel 2020; un altro minibond da 6 milioni, nel Basket Bond Supply Chain  – settore culturale – nel 2021), Convergenze (1 milione a inizio 2020, totalmente sottoscritto da UniCredit, con successiva ipo su Aim alla fine dell’anno scorso), Codess (minibond da 5 milioni, emesso nel 2019 e totalmente sottoscritto dalla banca; emissione da 10 milioni, quotato su ExtraMOT PRO, con anchor investor Cassa Depositi e Prestiti), Gelesis (minibond da 5 miloni nel quadro del Basket Bond Puglia, emesso nel 2020; l’azienda si sta quotando al Nasdaq attraverso la business combination con una spac).

E pochi giorni fa è arrivata l’emissione da 15 milioni di euro di La Linea Verde, la prima sottoscritta da UniCredit con garanzia Sace Green.

Dealflower ha intervistato Alessandro Mallo (AM – nella foto di copertina), managing director DCM di UniCredit Corporate and Investment Banking, per fare il punto sul mercato e individuare la possibile evoluzione.

Torre UniCredit

Mallo, partiamo dalla definizione di minibond e da quali ragioni hanno indotto UniCredit a spingere questo strumento.
AM: “Il minibond venne introdotto nel 2012, dal decreto Sviluppo. Non esiste una vera e propria definizione normativa: per convenzione, s’intende come minibond un’emissione obbligazionaria fino a 50 milioni di euro, solitamente non quotata oppure quotata sull’ExtraMOT PRO, quindi non destinata al retail. UniCredit è entrata nel mercato a metà del 2017 e ha conquistato la leadership, in termini di volumi, nel 2018 e nel 2019, mentre l’anno scorso siamo stati secondi. Nel 2021, stando ai database che conteggiano i deal, siamo tornati in testa alla classifica. L’ingresso nel segmento era finalizzato a diffondere maggiormente la cultura del capital markets tra le pmi”.

Le piccole e medie imprese italiane sono storicamente distanti dai mercati dei capitali…
AM: “Vero. Le pmi sono spesso di carattere familiare, talvolta poco managerializzate, abituate a ricorrere quasi esclusivamente al canale bancario per finanziarsi e poco consapevoli dei vantaggi delle diversificazione delle fonti di finanziamento. Gli investitori istituzionali,  inoltre, soprattutto all’inizio erano poco interessati alle piccole società e ai piccoli tagli e poco strutturati per analizzare il rischio di credito senza un rating pubblico. Nel 2017 puntammo sul minibond proprio come strumento per avvicinare le pmi al mercato dei capitali, concentrandoci sulla fascia 1-25 milioni di controvalore, con durata da tre a sette anni, decidendo sia di strutturare il prodotto che di sottoscriverlo, totalmente o parzialmente”.

Quali sono i vantaggi per gli emittenti?
AM: “Ci sono vantaggi che ritenevamo evidenti fin da subito e altri che ci hanno sorpreso positivamente. I vantaggi insiti nel prodotto sono ottenere un funding a lungo termine, integrando i finanziamenti bancari, oltre a quanto già detto sulla diffusione della cultura dei capital markets. I vantaggi inattesi sono il ritorno di visibilità, sui media e nei confronti del mercato. Il minibod è diventato una sorta di patente di affidabilità. E questo ha fatto sì che diversi emittenti siano stati approcciati da fondi di private equity, abbiano ottenuto dei vantaggi negoziali con i fornitori e abbiano compiuto ulteriori passi nei mercati dei capitali, lanciando altri bond o quotandosi su Aim”.

I basket bond stanno prendendo sempre più piede (la settimana scorsa è stato inaugurato il programma Basket Bond Euronext Growth, con un’emissione da 4 milioni da parte di Matica Fintec): quali fattori spingono questi aggregatori di minibond?
AM: “UniCredit sinora ha svolto il ruolo di arranger di due basket bond (quello che vede la Regione Puglia nel ruolo di promotore e garante, da 160 milioni, e il basket bond di Filiera, da 200 milioni, in collaborazione con CDP). Finora abbiamo curato 27 emissioni di minibond nell’ambito dei programmi basket. I vantaggi per gli investitori sono che i basket superano i limiti dei minibond singoli, ovvero consentono agli istituzionali di sottoscrivere questi prodotti. C’è poi il vantaggio specifico della garanzia pubblica sui programmi regionali. Infine, viene moltiplicato l’impatto mediatico. Penso, per esempio, all’emissione a supporto della filiera vinicola, che ha avuto un’eco straordinaria”.

State vedendo affacciarsi sul mercato player di private debt di matrice estera?
AM: “Sì, il prodotto piace anche all’estero. Gli istituzioanli esteri si stanno avvicinando a tagli un po’ più piccoli, attirati da aziende che sono molto internazionalizzate e hanno un buon posizionamento di mercato”.

Un’ultima domanda, Mallo. I mercati stanno scontando, forse con anticipo eccessivo, una stretta dei tassi d’interesse. Di certo c’è la prospettiva che moratorie e garanzie pubbliche, concesse a piene mani al picco della crisi pandemica, vengano progressivamente meno. E’ uno scenario che avrà un impatto sul pricing dei minibond emessi l’anno prossimo?
AM: “Il pricing è sicuramente un punto importante. Quando i tassi sui minibond erano al 7-8% rappresentavano un freno al mercato. L’anno scorso il pricing medio è stato pari al 3,6% e nel 2021 assistiamo a un trend in ulteriore diminuzione. Insomma, sono più cari di un prestito bancario, ma è una differenza giustificabile dalla natura del prodotto. In prospettiva ci potrebbe essere una minore presenza delle garanzie pubbliche nei finanziamenti. Ma lo sviluppo dei basket bond, sempre più diffusi, vedrà un coinvolgimento di soggetti pubblici a garanzia delle emissioni, così da consentire agli istituzionali di sottoscrivere. Le regioni hanno un riferimento nei basket bond varati da Puglia e Campania per poter sviluppare modelli simili. E poi ci sono i basket bond di settore e filiera, che ugualmente penso avranno sempre maggiore diffusione. La numerosità e la diversificazione delle emissioni ritengo che consentiranno di mantenere i pricing a livelli appetibili”.

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