Dopo una raccolta a dir poco faticosa e la conclusione dell’aumento di capitale da 2,5 miliardi di euro, per Banca Monte dei Paschi di Siena (Mps) inizia davvero una nuova fase della sua centenaria esistenza. Una fase, a vedere i numeri, positiva, con conti risanati, risorse a disposizione e un rialzo dei tassi che fornisce ossigeno al business. Tanto che la Banca centrale europea ha rimosso il divieto di distribuire dividendi e ha disposto per Mps requisiti patrimoniali Srep (revisione e valutazione prudenziale sul capitale) in linea con quelli del 2022 cioè un requisito minimo complessivo in termini di Cet 1 ratio (l’indice di solidità patrimoniale) pari al 8,80% e già rispettato con margine allo scorso 30 settembre.

Mps si presenta sul mercato come una banca in bonis, dunque. Ma davvero ora per il ministero dell’Economia, che possiede il 64,5% dell’istituto senese, sarà più facile trovare un compratore? La risposta sembra essere più no che sì. D’altronde le criticità da risolvere per vendere la banca, che il governo non può esimersi dal fare considerando l’accordo preso in Europa, sono molteplici.

La prima è il prezzo. Dopo il successo della chiusura dell’aumento di capitale, l’istituto senese verrà valutata ai multipli di una normale banca commerciale. Si badi bene, Mps resta un asset appetibile e interessante dal punto di vista della valutazione, considerando che la capitalizzazione di mercato è di poco superiore ai 400 milioni. Tuttavia, è un’occasione che va colta al volo e seppur tutti i player potenziali la stiano osservando non ce n’è ancora uno che si è fatto avanti. E il tempo è denaro, in questo caso più che mai. Perché più ne passa, se i conti migliorano e la Borsa torna ad avere valutazioni più congrue in relazione ai fondamentali, più il prezzo salirà. Niente (s)vendita a un euro, insomma.

Quest’ultimo aspetto è ciò che di fatto conviene al governo e proprio nella politica risiede un’altra incognita. L’esecutivo guidato dalla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha proprio ieri sostituito quale direttore generale del Tesoro Alessandro Rivera con Riccardo Barbieri Hermitte, finora responsabile della direzione del dipartimento del Mef che si occupa dell’analisi economica finanziaria e con un passato alla guida della ricerca di realtà fra le quali J.P. Morgan, Morgan Stanley e Bank of America-Merrill Lynch.

Rivera, nel suo ruolo, era stato fra i principali architetti di operazioni di questo tipo per cui diventa cruciale che il suo successore sia capace di gestire il dossier e soprattutto di portare avanti una profonda e convincente moral suasion. In che direzione? Meloni è stata chiara: “È stato fatto un aumento di capitale, c’è una ristrutturazione che ci sembra abbastanza solida, lavoriamo per assicurare un’uscita ordinata dello Stato e per creare le condizioni per cui in Italia ci siano più poli bancari“, aveva detto durante la tradizionale conferenza di fine anno del presidente del Consiglio.

Più poli bancari, dunque. Ma da quanto tempo si parla di poli senza che si sia concretizzato nulla? Stavolta ci sono davvero le condizioni? E con chi? Sono domande che chi osserva si pone anche perché la rosa di candidati è piuttosto esigua: Unicredit (l’amministratore delegato Andrea Orcel era sembrato finora poco intenzionato ad accollarsi la patata bollente, ora sarà più convinto?), Banco Bpm, che però ha già dentro delle questioni da risolvere come l’ingombrate presenza di Credit Agricole come azionista, o Bper/Unipol. Al governo dovranno sapere essere davvero convincenti se davvero vogliono “creare le condizioni per cui in Italia ci siano più poli bancari”.

Una domanda poi sorge spontanea: quale potrebbe essere il ruolo dello Stato nell’eventuale nuovo polo? È una domanda legittima anche perché se i dossier Ita e Tim ci suggeriscono qualcosa è plausibile ipotizzare una qualche volontà di partecipazione pubblica. Siamo nel regno delle ipotesi, appunto, ma ci sentiamo davvero di escluderla?

Insomma, grande giubilo del ceo di Mps Luigi Lovaglio quando dice di non escludere il raggiungimento quest’anno del target di 700 milioni di utile pre-tax al 2024 ed è comprensibile considerando lo sforzo sostenuto finora. Tuttavia per dare avvio alla vera fase due occorre ragionare sul futuro della banca che, seppur ricapitalizzata, non è nelle condizioni di sopravvivere da sola, così come non lo sono altre banche più grandi.

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