L’anno 2021 non si è ancora concluso ma non saranno di certo gli ultimi giorni di dicembre a cambiare un dato di fatto e cioè che il mercato m&a ha vissuto un anno particolarmente buono, soprattutto guardando al valore delle operazioni.
Sarà stato un rimbalzo in scia di quello del Pil – + 6,2% a quota 1,888 migliaia di miliardi di euro -, sarà stata la pandemia che ha cambiato la percezione e le idee degli imprenditori verso le operazioni straordinarie o sarà stato il maggiore interesse da parte dei private equity verso il nostro Paese. Fatto sta che, numeri alla mano, nel 2021, stando a quanto rileva Mergermarket e considerando le operazioni con target italiano, in Italia ci sono stati 678 deal per 70,7 miliardi di euro. Una cifra che è lontana da quella record del 2018, quando i volumi (riportava una ricerca di Kpmg) avevano toccato i 90 miliardi per oltre 880 deal, ma superiore agli anni precedenti e sicuramente agli ultimi due anni.

Cosa ci dicono questi numeri? Che se l’m&a è globalmente un mercato particolarmente sensibile all’andamento economico e con una ciclicità spinta, al netto di alcuni settori più indipendenti, in Italia lo è ancora di più. Le imprese ci sono, l’interesse pure, ma deve esserci anche un contesto favorevole come lo è stato quest’anno di ripartenza post 2020. Va detto però che, sempre secondo il database, le operazioni con valore disclosed sono solo un terzo del totale, il 30,9%, quindi il valore è molto più alto di quello indicato in questi grafici. Il che ci fa essere sicuri se diciamo che questo 2021 è andato bene, anche se forse ci si aspettava qualcosa di più.

I big deal, sempre secondo Mergermarket, sono il 7% circa del totale delle operazioni, una percentuale ancora irrisoria ma che, ce lo ripetiamo ogni anno, è in linea con  la composizione del mercato italiano, fatto di tante piccole e medie imprese. Il consolidamento in corso in tanti settori che sta portando alla nascita di gruppi di dimensioni interessanti ma ci vorrà ancora del tempo prima di vederne gli effetti sui volumi dell’m&a.

Tornando alle operazioni miliardarie, la più importante a livello di volumi – ma non solo – è stata la vendita definitiva per oltre 17 miliardi dell’88,06% di Autostrade per l’Italia (Aspi) alla cordata Blackstone – Macquarie – Cdp dopo la “cacciata” della famiglia Benetton, azionista di maggioranza della società, in seguito al crollo del Ponte Morandi nel 2018.

Seguono con quasi 5 miliardi di valore la fusione tra Nexi e Sia, operazione che ha ottenuto solo a ottobre l’ok dell’Antitrust e che quindi deve ancora vedere il closing definitivo, e l’acquisizione del 44,7% di Astm, società che gestisce concessioni autostradali, al fondo Ardian e ai Gavio i quali hanno poi lanciato un’opa sul totale delle azioni chiusasi il 25 maggio scorso.

Da citare poi l’acquisizione per oltre 3 miliardi di Falck Renewables da parte di Infrastructure Investments Fund, che l’ha poi sfilata dalla Borsa di Milano, e quella di Cerved da parte della Ion Group, anch’essa seguita da un’opa.

Leggi anche: Tutto sulla Ion Group di Andrea Pignataro, il Bloomberg italiano

Advisor, le top ten

Nutrita la schiera di consulenti che hanno assistito aziende e private equity in tutte queste operazioni. Sul fronte legale, Gianni & Origoni, Chiomenti e Bonelli Erede sono i primi tre studi per valori mentre Pedersoli e Advant Nctm, assieme a G&O, svettano per numero di operazioni. Un ranking che conferma quanto rilevato a metà anno.
Quanto agli advisor finanziari, se guardiamo ai valori i primi tre consulenti sono quelli che solitamente dominano i ranking m&a e cioè Mediobanca, Rothschild e Jp Morgan, storici advisor delle grandi aziende e quasi sempre coinvolti nei deal che contano, quelli di sistema. La classifica si ribalta se consideriamo il numero di operazioni, quindi anche quelle che coinvolgono aziende piccolissime: in tal caso svettano tre delle quattro Big Four, e cioè Deloitte, Kpmg e Pwc, da sempre vicine a questo tipo di aziende.

 

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