Esiste un prima e un dopo la pandemia da covid-19, sotto tanti punti di vista. Anche sul fronte dei crediti deteriorati.

La forte riduzione delle non performing exposures avviata dalle banche nel 2015 fino al 2019 aveva portato la quantità di crediti “cattivi” nei bilanci da 341 miliardi ai 96 miliardi di giugno 2021, in un’attività di derisking come poche in Europa. Tuttavia, evidenzia Pwc in un corposo report sul mercato degli npl intitolato “Transformation at Work…”, la pandemia ha completamente cambiato lo scenario e a causa del lockdown le imprese si sono trovate a corto di liquidità e se finora sono state aiutate dalle misure di soccorso adottate dal governo come i prestiti a garanzia pubblica e le moratorie sui debiti, la paura è che quando questo supporto finirà, il mercato si troverà di nuovo inondato da crediti deteriorati. La stima è di un afflusso di un range compreso tra 70 e 90 miliardi di npe nei prossimi 24-36 mesi, al netto di eventuali ulteriori misure straordinarie.

 

 

Ma davvero la situazione è critica come lo fu nel 2015? Per capire il fenomeno occorre fare un passo indietro e guardare qualche grafico. Le moratorie sui debiti (che hanno raggiunto oltre 2,7 milioni di domande per circa 300 miliardi di euro da marzo 2020) sono stati prorogati fino a dicembre 2021 anche se solo su base volontaria. Al 15 dicembre, evidenzia Pwc, 56 miliardi di moratorie erano ancora attive contro circa 500 migliaia di sospensioni concesse. Questi e altri misure di sostegno, come le sospensioni temporanee dei regimi fiscali e concorsuali, hanno tamponato la creazione di nuovi npe tanto che la riduzione dello stock di npe sui libri delle banche è proseguita nel 2020 e nel 2021 raggiungendo i 96 miliardi di euro a giugno 2021.

L’aspetto interessante è che le dieci principali banche in Italia hanno già avviato un’attività di riduzione importante, prime fra tutte Intesa Sanpaolo e Unicredit.

 

Tuttavia, allo stesso tempo aumentano i crediti stanziati con il sostegno pubblico, i quali hanno toccato circa 250 miliardi di euro di richieste arrivate al Fondo di Garanzia Pmi (216 miliardi) e Sace (31 miliardi)  da marzo 2020 e il loro peso sui bilanci delle principali banche del Paese è aumentato. Il che rende gli istituti di credito particolarmente vulnerabili a una ritirata della corazzata pubblica, in particolare, è evidente, quelli con maggiori esposizioni verso imprese appartenenti ai settori più colpiti dalla crisi.

 

 

Per Pwc, sebbene il miglioramento delle condizioni macroeconomiche potrebbe limitare la formazione di npe, alcuni primi segnali di possibile deterioramento del credito stanno iniziando a osservare: nei bilanci delle banche i crediti classificati Stage 2 – cioè quei crediti per i quali la perdita attesa viene calcolata su un periodo che va fino alla scadenza naturale del finanziamento –  hanno raggiunto i 219 miliardi di euro al 21 giugno (+23% anno su anno), rappresentando il 14,3% dei crediti totali.  Inoltre nel suo ultimo rapporto sulle pmi italiane, Cerved aveva calcolato 61mila imprese impattate dalla crisi da Covid-19 che avrebbero bisogno di supporto, di cui 8mila considerate con praticamente nulla sostenibilità economica. Il campanello d’allarme, dunque, è forte e chiaro. Mentre le banche sono ancora considerate fra le più a rischio in Europa: a giugno 2021 la quota dei prestiti Stage 2 su il totale dei crediti in bonis si è attestato intorno al 4% punti in più rispetto alla media dell’area dell’euro banche significative e lo stock di prestiti sotto moratoria era la più alta tra i colleghi europei (e vicino allo zero in Francia e Germania).

I deal

Nei loro ultimi business plan, le principali banche sono sembrate ottimiste sulla resilienza e sulla qualità dei loro portafogli creditizi. Anche perché nel frattempo sono proseguite le operazioni di cartolarizzazioni. L’ultima in ordine di tempo è stata quella di Intesa e Bper da 3,1 miliardi di euro oltre a quelle ad esempio di Credit Agricole. Nel complesso Pwc ha individuato oltre 20 deal per 32,3 miliardi, valore in calo rispetto agli anni precedenti.

Questo perché di fatto, come evidenzia questo grafico, gran parte dei crediti sono già stati ceduti a servicer o altri intermediari. E l’aspetto interessante – e più preoccupante- è che gran parte dello stock di npe è solo passato di mano. Il totale è diminuito solo del 3% negli ultimi cinque anni. Il che significa che ci sono ancora tante aziende e tante famiglie che non sono in grado di ripagare il debito contratto e finché non miglioreranno – per davvero – le condizioni economiche, sarà difficile osservare un vero calo negli npe.

Chi possiede questi crediti? Spesso i servicer. Il più attivi per asset under management, rileva Pwc, sono doValue e Intrum, seguiti da Cerved, Amco e Prelios.

Cala l’importanza delle Gacs, le garanzie pubbliche sulle cartolarizzazioni – prorogate fino al giugno 2022 – il cui peso sul valore lordo è sceso a 8,1 miliardi dai 45,8 del 2018.

Siamo allora come nel 2015? Per la società il diverso contesto regolamentare (a partire dal calendar provisioning) e le caratteristiche degli inflow di npe attesi non permetteranno, infatti, alle banche di comportarsi come durante la precedente crisi, cumulando i crediti deteriorati sui libri per anni e dismettendoli con strumenti quali le Gacs. Certo è che, evidenzia Pier Paolo Masenza, Financial Services Leader di PwC Italia, “si pone oggi un profondo tema industriale nella gestione dei crediti deteriorati. Sono già oggi migliaia le imprese a «rischio» classificate come Inadempienze Probabili e i nuovi flussi di npe saranno costituiti prevalentemente da altri crediti “vivi” riferibili a piccole/medie imprese appartenenti ai settori più colpiti dalla crisi. Tutti questi crediti richiederanno una gestione ad-hoc da parte delle banche”.

Masenza ha aggiunto: “Oltre ai nuovi flussi di utp che dovranno essere adeguatamente sostenuti, l’incremento dell’indebitamento di molte imprese richiederà soluzioni innovative per ricapitalizzare e sostenere dal punto di vista finanziario le imprese meritevoli. Rispetto all’ultima crisi finanziaria e del debito sovrano, il sistema è in una situazione maggiormente avvantaggiata per affrontare la situazione: la crescita di operatori specializzati nella gestione dei crediti deteriorati, il focus degli investitori sul mercato italiano, la «capacity» e le competenze formatesi nel corso degli ultimi anni costituiscono un importante «asset» che deve essere valorizzato per supportare il tessuto economico”.

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