Più di due anni di ritardo. Extra costi che superano il miliardo di euro. Numeri ancora non certificati, sia per quanto riguarda le case connesse, sia i numeri civici coperti di borghi o aree disperse. E, fattore forse più importante, fondi del Pnrr a rischio: 1,8 miliardi di euro potrebbero andare in fumo, scenario che lo stesso operatore controllato da Cdp al 60% e Macquarie al 40% ha ammesso già un mese fa.

In tre parole: Sos Open Fiber. Ecco perché il summit in programma presso la sede di Milano il pomeriggio del 25 marzo dell’advisor Lazard è urgente. Sul tavolo, la cintura finanziaria necessaria per assicurare la continuità aziendale di Open Fiber, che potrebbe superare quota 1,2 miliardi di euro. Attorno al tavolo, secondo quanto riporta Il Messaggero, gli azionisti, ma anche e soprattutto i vertici delle società coinvolte a partire da Open Fiber stessa, e quindi l’amministratore delegato Giuseppe Gola, il Cfo Andrea Crenna e Alessandra Ferone, manager Cdp.

Summit a Milano presso la sede di Lazard

Con loro, anche il board di Cdp Equity, nella fattispecie il co-responsabile investimenti e gestione partecipazioni Andrea Alghisi, l’head of corporate m&a Matteo Fanciullacci e Michelangelo Vitiello. In rappresentanza di Macquarie, che detiene il 40%, presenti Bathan Luckey e Marcel Schuster. Infine Swagata Ganguly, managing director di Evercore, advisor dei soci. In aggiunta un rappresentante per ciascuna delle 14 grandi banche del project financing da 7,2 miliardi complessivi sottoscritto nel 2022, all’epoca la più grande operazione di finanziamento per investimenti in reti Tlc mai realizzata nell’area Emea.

Chiaro che un dispiegamento tale di management è la dimostrazione che il tempo stringe per una società, Open Fiber appunto, basata sul cosiddetto business wholesale only, ovverosia mette a disposizione la sua infrastruttura di rete ai principali fornitori di servizi internet attivi in Italia, che nel giro di pochi anni è destinato a confluire nella rete Tim venduta a Kkr. E quindi, l’ex monopolista ha tutti gli interessi a che la vicenda si risolva senza amare conseguenze.

Giuseppe Gola, ceo Open Fiber

Riavvolgiamo il nastro: Open Fiber e le aree grigie

Numeri civici ridotti della metà rispetto a quanto previsto dal bando iniziale. Ma una copertura decisamente maggiore di fibra per raggiungere l’obiettivo. Tradotto: la metà dei lavori previsti ma al doppio del prezzo. Spiegazione: quando vinse la gara per le aree grigie, il cosiddetto progetto Italia 1 Giga, per la cui sopravvivenza si sta muovendo anche il governo con una norma ad hoc, i numeri civici da collegare previsti per Open Fiber dovevano essere 3,9 mioni. Sono poi diventati 1,9 milioni, dopo i controlli effettuati (per qualcuno, controlli che l’azienda dice di aver fatto).

Tuttavia i chilometri di fibra previsti dal bando sono aumentati di 20.000 chilometri, in aggiunta ai 60.000 km già previsti. Con tanto di ulteriori costi a carico dell’operatore, a causa di immobili che risulterebbero più dispersi del previsto e anche numeri civici definiti “inesistenti”, ovverosia  sulla carta assenti ma poi spuntati fuori dopo i controlli. Inoltre, Open Fiber ha aggiunto altro problema, tutt’altro che secondario: il 2026, anno in cui dovrebbero chiudersi i lavori necessariamente per ricevere la sovvenzione dei fondi del Pnrr, non è affatto una scadenza percorribile. Anzi: per coprire le aree grigie la previsione di fine lavori è il 2028. Ma forse anche il 2029.

Per fare ciò, Open Fiber ha chiesto al governo 900 milioni di euro di extra costi. Sempre che i numeri forniti da Open Fiber siano veritieri. Questo perché non esistono altre verifiche al di fuori dell’azienda. Tradotto: nessuno di fatto sa con certezza se questi numeri sono reali. Tutto questo è stato definito e messo sostanzialmente nero su bianco nella riunione del 30 gennaio scorso al Dipartimento per la Trasformazione digitale della Presidenza del Consiglio (cui compete la responsabilità delle aree grigie) con Infratel, società in-house del ministero dello Sviluppo Economico, soggetto attuatore dei Piani Banda Larga e Ultra Larga del Governo.

Cosa serve per andare avanti

Proprio Infratel dovrebbe avere un ruolo chiave per il via libera del salvataggio Open Fiber, in particolare nella copertura dei costi per la maggiore lunghezza della rete, che comporta l’acquisto di nuovi materiali. Sempre Il Messaggero quantifica i costi in circa 780 milioni di euro. In aggiunta serve l’impegno dei soci a ricapitalizzare Open Fiber: Cdp e Macquarie dovrebbero contribuire con 375 milioni.

Infine, occorre il via libera alle linee guida della manovra complessiva, di poco inferiore ai 5 miliardi di euro se si aggiunge il valore complessivo del progetto Italia 1 Giga, circa 3,4 miliardi, sulla cui copertura le banche, tra cui Unicredit, Intesa Sanpaolo, Banco Bpm, Santander, Bnp Paribas, Credit Agricole, Ing e Socgen, avrebbero espresso apertura. Ma il tempo, come detto, è poco. Per mettere in sicurezza Open Fiber c’è tempo fino a fine aprile.

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