La raccolta netta dei Pir tradizionali ritorna positiva nel periodo aprile-giugno dopo quattro trimestri in rosso. Anche i Pir alternativi, spinti dagli incentivi fiscali contenuti nella legge di bilancio 2021, hanno registrato per la prima volta flussi in entrata significativi (349 milioni nel secondo trimestre).

La sim stima una raccolta netta attesa dei Pir tradizionali nel 2021 di 500 milioni di euro e migliora la stima di asset in gestione a fine 2021 a 20,4 miliardi, dai precedenti 18,6 miliardi. Sui i Pir alternativi, in fase di lancio, Equita prevede circa 2/3 miliardi l’anno, fino a raggiungere 10-15 miliardi di asset in gestione nei prossimi cinque anni.

Italia attraente per gli investitori

A inizio 2022 per i sottoscrittori dei primi Pir lanciati sul mercato nel 2017 scadranno i cinque anni di holding period da rispettare per poter beneficiare dell’esenzione fiscale (non si paga l’imposta del 26% sulle plusvalenze) e il bilancio, ricorda Luigi De Bellis (nella foto di copertina), co-responsabile ufficio studi Equita, “è molto positivo, dal momento che la media ponderata dei fondi azionari Pir Italia è stata di oltre il 50% dal 2017”.

Secondo De Bellis, questi fondi che investono nelle pmi italiane “restano strumenti molto attraenti e vanno nella direzione di canalizzare il risparmio in partecipazioni che creino valore economico e sostenibile per le società e gli investitori”. Inoltre, grazie alla “combinazione Draghi e Recovery Plan, l’Italia è tra i Paesi più interessanti in cui investire al momento, anche alla luce di un profilo di rischio drasticamente migliorato e questo potrebbe portare a un ritorno dei capitali”.

De Bellis ritiene che la raccolta netta nel corso del 2020 e primi mesi del 2021 sia stata penalizzata dalla domanda debole del segmento retail, soprattutto nella fase del lockdown, che ha limitato l’accesso alle filiali e indotto la clientela ad un ulteriore incremento della liquidità detenuta sui conti correnti. Tra gli elementi che hanno limitato l’interesse degli investitori verso questo strumento, probabilmente, “anche la limitata diversificazione geografica”, un fatto che, per De Bellis, “ora diventa un elemento di attrattività dato il miglioramento di prospettive per l’Italia”.

Alternativi risorsa per catalizzare capitali da destinare alle pmi

Questa tipologia di prodotti pesa ancora meno del 2% sul totale del volume dei fondi dell’industria e anche in termini di raccolta netta i dati relativi al secondo trimestre (106 milioni) “si confrontano con una raccolta, Pir esclusi, per 16,7 miliardi, un dato che indica che c’è ampio spazio di crescita per tali prodotti”, scrive De Bellis. I Pir alternativi, aggiunge, saranno “una grande opportunità per attrarre risorse private e pubbliche da destinare alle pmi italiane, sia quotate e soprattutto al vasto universo di quelle non quotate”.

Infatti, gli incentivi fiscali sono “sostanziali per i privati e anche per alcuni investitori istituzionali come fondi pensione e casse di previdenza” dal momento che non vi è alcuna tassazione sul capital gain, i benefici fiscali e il cosiddetto italian investment case dovrebbero “minare l’usuale strategia (sia per i capitali privati, sia per quelli istituzionali) di indirizzare all’Italia solo una parte trascurabile dell’asset allocation”.

Infine, i Pir alternativi con un regolamento Eltif possono essere distribuiti agli investitori istituzionali e a quelli individuali solo con un profilo abbastanza medio/alto (l’investimento per il singolo non può superare il 10% del portafoglio di strumenti finanziari, a meno che quest’ultimo non superi i 500mila euro), “creando le condizioni per una facile coesistenza di investitori retail e istituzionali”, conclude De Bellis.

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