Le pmi sono da sempre l’ossatura portante del nostro paese. La piccola e media impresa costruisce infatti il 95% della nostra economia. Ma ciò che rende quasi unica l’Italia è che ben l’85% delle pmi sono a gestione familiare. Di queste solo il 25% sopravvive alla seconda generazione, una percentuale che cala ulteriormente se si parla della terza generazione. In questo contesto il family office gioca un ruolo fondamentale non solo per la sopravvivenza di molte di queste aziende ma soprattutto per quanto riguarda la realizzazione di un business che sia sostenibile nel tempo.

È questo il fil rouge della roundtable organizzata da Dealflower dal titolo “La gestione degli asset di famiglia e del passaggio generazionale in tempi di crisi”.  All’evento, che si è svolto al Four Seasons di Milano, hanno partecipato Alessandro Bavila, partner di Maisto e Associati e membro del comitato scientifico di Step Italy; Cesare Lanati, head of wealth planning di Banca Mediolanum; Giulio Melillo, associate partner, international tax and transactions services di Ey; Patrizia Misciattelli delle Ripe, fondatrice e presidente di Aifo e Donato Parete, tep, trustee professionale di Arcadia Trust Company ed editore di Dealflower.

Tra le generazioni, i family office

Siamo passati da una gestione casalinga a un maggiore utilizzo di formalità. Se prima i mal di pancia si risolvevano in famiglia ora si subiscono le azioni degli altri soggetti. È scoppiato un livello di conflittualità che per ora è gestibile ma in futuro non si sa, perché non ci sono regole sulle modalità di gestione”, ha spiegato Lanati aprendo i lavori moderati dalla direttrice di Dealflower, Laura Morelli. Proprio per questo, ha proseguito il manager di Banca Mediolanum “è fondamentale che la governance sia intesa non come semplice passaggio di testimone ma di coesistenza di diverse generazioni. È necessario spiegare al cliente l’importanza di avere un regolamento di famiglia per agevolare il passaggio generazionale. In questo senso il family office gioca un ruolo fondamentale”.

In Italia abbiamo due modelli, secondo l’avvocato Bavila: la vecchia holding di famiglia e un modello più moderno in cui i membri della famiglia non per forza sono coinvolti nel management. In questo senso le figure chiavi diventano i professionisti esterni. “Le variabili che incidono sono il grado di coinvolgimento dei membri della famiglia e la loro localizzazione anche geografica”, ha spiegato l’avvocato.

Sul ruolo del family office si è concentrato l’intervento di Patrizia Misciattelli delle Ripe, secondo cui “questa è una figura fondamentale perché è colui il quale ha la responsabilità di proteggere il patrimonio attraverso il passaggio delle generazioni. È una realtà in cui c’è un chiaro mandato intergenerazionale perché la ricchezza non venga dispersa. È un project manager a tutti gli effetti. L’Italia ha bisogno di imparare cosa vuol dire fare ed essere azionista. Per questo il family office è collettore di competenze, un regista”.

Sfide e strumenti per il passaggio del testimone

Tra le sfide che deve affrontare il family office, che ha a cuore l’investimento e i profitti dell’azienda, c’è anche quella tributaria. “Seppur il driver di business debba restare quello che guida le scelte imprenditoriali, la leva fiscale va attentamente analizzata altrimenti si rischiano strutture obsolete non allineate con il contesto normativo tributario internazionale con impatti ai fini sanzionatori”, ha sottolineato Melillo.

In questo contesto, ha spiegato Parete, il trust è uno strumento nato per realizzare e facilitare il passaggio generazionale all’interno di una azienda: “Proprio per le sue caratteristiche il trust può essere paragonato a una sorta di family office. A volte un imprenditore si trova a dover scegliere tra un soggetto di private equity e un soggetto familiare non particolarmente dotato. Il trust può offrire una soluzione cuscinetto”.

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