Il motore dell’industria italiana del private equity e del venture capital ha viaggiato a pieni giri nel primo semestre di quest’anno. Secondo i dati comunicati da Aifi, l’associazione del private capital, e PwC Deals, tra gennaio e giugno c’è stato un autentico boom della raccolta e degli investimenti. Lo stop registrato nella prima metà del 2020, a causa della pandemia da coronavirus Covid-19, è stato messo rapidamente alle spalle.

Fondi pensione motore della raccolta

Particolarmente eclatante il dato sulla raccolta, premessa di un flusso significativo di deal nei prossimi anni. Ventuno operatori (+50%) hanno raccolto 2,827 miliardi (+194%).

Le fonti principali della raccolta sono state: fondi pensione e casse di previdenza (35%), banche (16%) e settore pubblico (10%). Il presidente e il direttore generale di Aifi, Innocenzo Cipolletta (nella foto di copertina) e Anna Gervasoni, hanno sottolineato con soddisfazione il dato su fondi pensione e casse di previdenza. “La montagna si sta un po’ scongelando”, ha commentato Cipolletta, ricordando il lavoro pluriennale svolto da Aifi per spingere la previdenza complementare verso il private capital.

In volo gli investimenti: per quanto riguarda l’ammontare, +142%, a 4,549 miliardi; in termini di numero, +102%, a 253 deal.  “Soltanto nel 2016 era stato raggiunto un valore più alto in termini di ammontare investito nel primo semestre”, ha ricordato Gervasoni.

Scomponendo gli investimenti per tipologia, il segmento dell’early stage (investimenti in imprese nella prima fase di ciclo di vita, seed, startup, later stage) è cresciuto del 314% in ammontare (294 milioni di euro) e del 61% per numero di operazioni (129). Il buyout (acquisizioni di quote di maggioranza o totalitarie) ha registrato un aumento del 22% per ammontare, pari a 1,9 miliardi, e del 204% per numero (70). L’expansion (investimenti di minoranza in aumento di capitale finalizzati alla crescita dell’azienda) ha attratto 299 milioni di euro (contro i 31 milioni del primo semestre del 2020), distribuiti su 23 operazioni (+64%).

Il volàno delle infrastrutture

Il periodo ha registrato cinque large e mega deal, per un ammontare di 2,455 miliardi. Un dato importante, che, però, non cambia la sostanza di un mercato italiano focalizzato essenzialmente sulle pmi: il 72% delle operazioni, infatti, ha riguardato aziende con un fatturato inferiore ai 50 milioni.

Le infrastrutture hanno catalizzato il 42% degli investimenti, sorpassando i buyout (41%). Guardando ai settori, l’Ict ha attirato il 28,5% degli investimenti. Beni e servizi industriali hanno attirato il 17,8% degli investimenti.

In crescita, sebbene meno impetuosa, i disinvestimenti: 43 operazioni (+43%), per un controvalore di 697 milioni (+76%). Gran parte delle exit ha assunto la forma di vendita a soggetti industriali (39% in termini di numero di deal) e cessione ad altro operatore di private equity (26%). Non ci sono state ipo di aziende partecipate dai fondi, ma il 7% dei disinvestimenti ha preso corpo come cessione di quote di aziende sul mercato azionario.

Francesco Giordano, partner di PwC Deals, ha ricordato come spesso le aziende avviino procedure di dual track, mettendosi davanti a due strade: ipo e ingresso nel capitale di un investitore finanziario. “E quasi sempre i private equity sono più rapidi e pagano di più”, ha notato Giordano.

L’impatto della trasformazione digitale

Cipolletta ha ricordato la ripresa impetuosa dell’economia e la trasformazione delle imprese imposta dalla trasformazione digitale. E ha notato che “le aziende hanno bisogno di capitali per la crescita, per la trasformazione, per i processi di aggregazione”. Il presidente di Aifi ha pronosticato che “il private capital sarà il grande protagonista di questo secolo” e ha aggiunto di augurarsi che “anche il governo si renda conto dell’importanza (di questa industria) e associ i capitali privati al Pnrr”.

Giordano di PwC Deal ha fornito un quadro di riferimento del contesto globale, che ha visto la raccolta crescere del 51%, a 459 miliardi di dollari. A livello mondiale i buyout sono balzati del 121%, a 382 miliardi di dollari. La sola Europa ha visto la raccolta aumentare del 75% e i buyout attestarsi a 98 miliardi (+118%). Giordano ha pronosticato “una seconda parte dell’anno altrettanto forte”, sulla base della pipeline di deal.

Tra i segnali molto positivi, sintomatici dell’interesse per il mercato italiano, Aifi annovera l’apertura di un ufficio a Milano da parte di operatori esteri negli ultimi diciotto mesi. Gervasoni ha parlato di “grosso interesse da parte di fondi paneuropei, che già lavoravano in Italia, ma ora trovano utile aprire un ufficio, magari guidato da senior partner italiano che si spostano da Londra e tornano a Milano”. Giordano ha aggiunto che “praticamente tutti gli operatori hanno un italian desk“, anche i fondi nordamericani.

 

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