Liquidità ultra-abbondante + economia al galoppo = private equity in ebollizione. Non è una formula matematica, ma poco ci manca. Le condizioni straordinarie che si sono venute a creare con la pandemia da coronavirus Covid-19 hanno fatto decollare l’attività dei fondi. Alcuni settori (food, IT e healthcare, logistica, per esempio) sono on fire. Ma si respira un’euforia generalizzata.

Stefano Bucci

I dati comunicati dall’Aifi sul primo semestre sono la premessa per un 2021 con numeri da record. Il terzo trimestre, appena andato in archivio, ha visto un’attività super-intensa.

Numeri da record da inizio anno

L’attività di M&A in Italia nel primo semestre è stata particolarmente intensa, come testimoniato dai report di PwC, Gatti Pavesi Bianchi Ludovici e DC Advisory. La tendenza non ha registrato cambi di direzione nel terzo trimestre.

A meno di sconquassi impensabili (e certo non auspicabili), l’ultima parte dell’anno vedrà il motore dei deal viaggiare ancora a pieno regime. Anzi, è abbastanza probabile che si registrerà la consueta accelerazione a fine anno.

A livello globale, secondo le previsioni di Bain & Co, le transazioni di private equity chiuderanno il 2021 con un controvalore di mille miliardi di dollari.

In Italia la pipeline è abbondante. Tralasciamo i deal sulle aziende di medie dimensioni, che, peraltro, rappresentano il mare più pescoso in cui gli specialisti dei buyout possono gettare l’amo, date le caratteristiche dell’economia italiana.

A spingere per concludere transazioni sono anche i fondi esteri che hanno aperto un ufficio recentemente in Italia. È il caso di Bregal, per esempio, ovvero diversi altri fondi paneuropei che negli ultimi 24 mesi hanno aperto al nostro Paese con uffici ovvero con una presenza più strutturata, quali Astorg, Dbag, Lbo France, EQT e Archeide.

Pipeline super-abbondante, boom dei delisting

Guardando solo alle società con un enterprise value superiore ai 50 milioni, facendo un giro d’orizzonte informale tra fund manager e advisor, ricorrono tanti nomi: tra gli altri, Fiocchi Munizioni, Carton Pack, Nactarome, Kedrion, Rgi, Adler Group, Divella, Irca, Mec3, RGI, Bomi, Comdata, Itelyum, Prima Assicurazioni, Sirti, Fabbri Vignola.

Poi ci sono quelli che potremmo chiamare cold deal, dossier che stazionano da tempo sui tavoli dei fondi e che sinora non si sono concretizzati, spesso perché le attese di prezzo dei venditori sono particolarmente alte, in qualche caso per ragioni legate a una cattiva gestione del processo da parte degli advisor. Panini, De Cecco, Mutti, Piaggio Aero e Valentino sono probabilmente i più noti fra i deal potenziali che in modo ciclico tornano d’attualità.

E ci sono le società quotate (Sicit). Agli occhi dei fondi hanno un pregio evidente: il prezzo è deciso dal mercato, è chiaro, trasparente. E anche mettendo sul piatto un premio cospicuo, per convincere gli azionisti, in genere non si raggiungono i multipli che si pagherebbero se l’azienda fosse privata.

A giugno avevamo scritto che la seconda parte dell’anno avrebbe visto fiorire i delisting. Da allora ci sono state le offerte su Reno De Medici, Retelit e Cerved. E Investindustrial di recente ha avviato trattative in esclusiva per acquisire il controllo di La Doria e poi delistarla.

Rumours di mercato indicano che altre quotate sono nel mirino dei fondi. Si parla di Class Editori, per esempio.

Infine, c’è il capitolo ipo, che forse sono più dual track e potrebbero non sfociare in un approdo a Piazza Affari. Sisal e Ariston Thermo hanno avviato l’iter. E anche Intercos ha annunciato l’intenzione di quotarsi. Ma diversi osservatori assicurano che il mercato, in questa fase, non è in grado di pagare i multipli del private equity.

Bucci (GOP): grande interesse per l’Italia dai fondi esteri

Stefano Bucci (nelle foto in pagina), partner di Gianni & Origoni (GOP), è, senza dubbio, uno degli avvocati d’affari più riconosciuti, apprezzati e attivi nell’industria del private equity.

E’ un rainmaker: negli ultimi dodici mesi ha affiancato i fondi su tredici deal, con la particolarità di essere diversi tra loro per tipologia, settore, size e struttura: FSI nell’ambito dell’opa su Cerved, Blackrock nel quadro dell’acquisizione degli aeroporti sardi, KPS Capital Partners nell’acquisizione di Siderforgerossi Group, Palladio Finanziaria nella operazione con F2i sul gruppo Marterneri, The Rohatyn Group nell’ingresso nel capitale di Myfamily, Cedacri nella cessione a Ion Investment Group, BNL nell’operazione con il fondo Progressio su Wide Open, solo per citarne alcuni.

Lo studio di Bucci è in vetta, in termini di controvalore e numero di deal, nella classifica degli advisor legali più attivi: nei ranking pubblicati il 6 ottobre da Mergermarket relativi ai primi nove mesi dell’anno in Italia, Gianni & Origoni, primo per valore e secondo per volume, ha registrato 44 operazioni di M&A, per un valore superiore a 38 miliardi di dollari.

Dal suo osservatorio privilegiato, Bucci spiega che “non vi è dubbio che il mercato italiano, per effetto del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr) e dei contributi/sovvenzioni a disposizione dei progetti meritevoli che incentiveranno tutte le grandi opere infrastrutturali e lo sviluppo di interi settori (istruzione, salute, cultura), nonché del livello qualitativo decisamente alto delle società italiane e delle varie eccellenze esistenti in Italia, sia di grande interesse dei fondi di private equity internazionali.

Bucci aggiunge che l’interesse da parte dei fondi esteri “è diretto, a differenza di anni precedenti, su target di varia dimensione e operanti in settori diversificati (classici settori in cui investono i private equity, ma anche infrastrutture e real estate). Questo spiega la presenza in Italia di fondi che prima non erano interessati al nostro Paese, nonché di fondi storicamente di dimensione più importante, che oggi guardano a operazioni di ticket inferiore o hanno raccolto fondi ulteriori e diversificati per le sole operazioni mid size”.

Il partner di GOP nota che, “oltre alla grande liquidità esistente a livello globale e alla disponibilità del debito (bancario e/o obbligazionario), è altresì migliorata la capacità dei fondi di veicolare agli imprenditori l’importanza di questo strumento per lo sviluppo della singola realtà familiare, sia attraverso nuove acquisizioni (in mercati integrati orizzontalmente e/o verticalmente), sia attraverso nuovi investimenti in tecnologia”.

I settori hot

In un quadro generale, prosegue l’avvocato, “non può non rilevarsi che, pur rimanendo l’investimento di maggioranza l’operazione preferita dai fondi di private equity, si sia registrato un ritorno anche alle classiche operazioni di minoranza, naturalmente assistite dalle usuali protezioni del socio finanziario di minoranza (governance, exit), finalizzate all’affiancamento dell’imprenditore nella crescita (interna ed esterna), ovvero nel ricambio generazionale. In questo senso, si sono registrate operazioni multi-target finalizzate alla creazione di un polo specifico nel settore di riferimento (nel fashion, per esempio)”.

Tra i settori in cui ci si aspetta attenzione nel prossimo futuro, oltre ai menzionati food, IT and healthcare, Bucci cita “manufacturing, servizi finanziari e prodotti industriali”.

Risulta, inoltre, crescente il ricorso (non solo in caso di secondario, con la presenza tra i venditori di fondi di private equity in uscita, ma anche in caso in cui sia l’imprenditore ad aprire il capitale ad un investitore finanziario) “a procedure di vendita organizzate e rivolte ad un predeterminato numero di fondi interessati al fine di aumentare la concorrenza e massimizzare il valore della target: da ciò ne consegue, spesso, il tentativo di alcuni fondi di anticipare la procedura e chiudere l’operazione in preempt, evitando le incertezze ad essa connesse”.

Bucci conferma “il grande interesse per le operazioni di public to private finalizzate al delisting della target, sia attraverso offerte pubbliche volontarie, sia tramite accordi con l’imprenditore, con conseguente offerta pubblica obbligatoria”.

Stefano Bucci

L’impatto del golden power

Da ultimo, conclude il partner di GOP, “vale forse la pena di ricordare come nell’ultimo anno e mezzo la gran parte di operazioni di private equity siano state influenzate (almeno nella tempistica di perfezionamento) in maniera decisamente importante dalla normativa sull’esercizio dei poteri speciali da parte della presidenza del Consiglio dei Ministri (golden power)”.

Trattandosi, infatti, “da un lato, in larga parte di investimenti (in maggioranza o minoranza superiore al 10%) da parte di fondi extra-Ue, ovvero di investimenti in maggioranza da parte di fondi Ue, e, dall’altro, di investimenti, diretti e/o indiretti, in società italiane operative nei settori strategici (oggetto di recente ampliamento)”.

L’esame della applicabilità o meno della normativa golden power alla singola operazione, conclude Bucci, “è diventata sicuramente molto importante e tale considerazione è confermata dal numero delle operazioni oggetto di notifica a Palazzo Chigi. E’ ragionevole che tale trend venga confermato nel prossimo futuro, salvo modifiche della normative o chiarimenti che possano almeno ridurre i casi di notifica in via cautelativa”.

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