Sfide enormi ma anche la registrazione di trend positivi dopo un 2023 ad andamento lento. Il mercato del private equity italiano, nonostante i fattori negativi relativi soprattutto ai costi di financing, allo scenario instabile geopolitico di due guerre e alla ristrettezza al numero di deal, restituisce un quadro aperto al futuro e, per quanto riguarda l’exit, sempre meno legato al percorso della quotazione in Borsa.

Ne sono convinti in larga parte gli speaker dalla terza conference in deep organizzata da Dealflower, in partnership con Green Arrow Capital, PedersoliGattai, Simmons & Simmons e TIM Management, impegnati a fare un quadro approfondito partendo dal large cap.

 Large cap, se il problema è la exit

Motivi di ottimismo ci sono, come sottolinea Giulio Piccinini, head of Italy Icg soprattutto per quanto riguarda la riduzione attesa dei tassi e questo senza nascondere le difficoltà dettate dal tema geopolitico e dal costo del financing. Quest’ultimo responsabile della frenata sulle valutazioni e sulle operazioni. Positività confermata da Giulia Maria Governa, head of consumer & retail M&A – divisione IMI CIB di Intesa Sanpaolo che osserva come nel retail si siano viste “tante operazioni a monte nella filiera e sui brand”. Mentre Gerardo Gabrielli, partner, PedersoliGattai premette che “il large cap per noi non è large cap per altri mercati, come gli anglosassoni, ma il 2024 è buono”.

Tra i trend è in crescita il continuation fund e non mancano le eccellenze, rese possibili, secondo Alessio Masiero, partner, NB Renaissance, dall’atteggiamento di resilienza degli imprenditori italiani nei momenti di difficoltà: “Il caso Bending Spoons mi fa essere ottimista nel medio lungo periodo”. Nicola Colavito, partner Peninsula Capital Advisors, si spinge a definire il nostro Paese un “parco giochi del private equity dato il tessuto imprenditoriale più forte del mondo con  i migliori produttori di quasi tutti i settori”, anche se non mancano le contraddizioni. “Prendiamo la Kiko, noi produciamo il 60% del make up mondiale, ma non abbiamo brand italiano globale oltre questo”, spiega alla platea. Sull’exit invece viene registrata una crescente diffidenza verso la quotazione in Borsa. Non sempre è la migliore opzione fa sapere Piccinini ma il richiamo del mercato è invece a “essere creativi per creare opzioni di uscita di altro tipo”. Governa sottolinea la forza in crescita di alternative come il continuation fund.

Infine il ciclo del private equity va sostenuto attraverso l’individuazione di figure specifiche per ogni passaggio, dall’expansion all’exit, o in caso di restructuring o liquidazione, spiega Domenico Costa, il presidente di TIM Management, società operante proprio nel temporary management.

 

Mid Cap, in crescita club deal e family office

Nel settore mid il trend è l’aumento dei club deal e i family office mentre “gli expansion, cioè le operazioni di minoranza, hanno il numero più alto dal 2016.. Quindi la vitalità è ampia. Nodo critico rimane l’atteggiamento di sospetto da parte degli imprenditori nei confronti del private equity”, spiega Marco Vismara, partner, CDI Global Italy. Massimo Massari, managing director private equity, sottolinea invece i grandi gap nel mid cap e la scarsezza in Italia dei “fondi giusti” rispetto al “mercato della Francia”. ​​Marco Piana, founder & ceo VAM Investments enfatizza la strategia sulle aggregazioni “partendo dalle aziende sufficientemente grandi ma non dai leader, perché così è più facile”.

Crescente poi il ruolo del banking nel private equity come spiega Lorenzo Langella, ceo & general manager BNP Paribas BNL Equity Investments dato che l’istituto ha collezionato “otto società nel portafoglio in 15 mesi puntando ad arrivare a 14 società con un investimento previsto di 80 milioni ogni anno su un piano pluriennale”.

Flessibilità è invece la parola d’ordine sulla negoziazione: “Gli operatori chiedono a noi avvocati di costruire soluzioni sempre più innovative e flessibili per il contesto macroeconomico difficile e questo produce un aumento dei tempi di analisi”, nota Marco Muratore, partner Simmons & Simmons.

Infine l’analisi sulla crescita del fundraising “i fondi italiani mid cap devono essere in grado di raccogliere e di crescere, pochi sono riusciti a farlo”, spiega Massari. Il nodo è tutto qui: “Senza un mercato di capitali efficiente, l’Italia e il sistema pmi non ce la possono fare”, conclude.

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