L’ultima, recentissima, è la quotazione di Tpg, colosso del private equity con sede a San Francisco che ha letteralmente conquistato il Nasdaq: + 14,7% al debutto, per una raccolta di 1 miliardo di dollari e 9,1 miliardi di valorizzazione.

Ma non è stata l’unica negli ultimi dieci mesi e negli Stati Uniti i giornali finanziari sono pronti a scommettere che non sarà l’unica. Nel solo 2021 si sono quotate Bridgepoint Group a Londra, Antin Infrastructure Partners lo ha fatto a Parigi e a maggio Blue Owl Capital – società nata dall’unione tra Dyal Capital Partners e Owl Rock Capital – è diventata pubblica attraverso la fusione con una spac promossa da Hps Investment Partners, in un’operazione da 12,5 miliardi di dollari. Nel 2019 invece, sempre per fare altri esempi, era stata la volta di Eqt: da allora le azioni sono salite del 630% dal loro prezzo ipo e gli asset in gestione sono praticamente raddoppiati da 45 a 80 miliardi di dollari.

Nel complesso sono undici i private equity quotati – Blackstone, Brookfield, Kkr, Partners Group, Apollo Global, 31 Group, Ares, Carlyle, Eurazeo e Tikehau Capital – e, come spiegava un articolo del Financial Times dei giorni scorsi, il valore complessivo delle loro azioni è aumentato di 240 miliardi di dollari. E secondo il prestigioso quotidiano inglese, altre firm come CVC Capital Partners, Ardian e L Catterton avrebbero ingaggiato degli advisor per studiare lo sbarco in Borsa.

Tutto molto bello e molto lontano da ciò che accade nel nostro Paese. 

Dal giugno 2019 sono in vigore le modifiche al regolamento dei mercati che avrebbero dovuto favorire la quotazione di veicoli di investimento sul Miv, segmento dedicato alla quotazione di veicoli che investono in economia reale, principalmente fondi d’investimento alternativi (Fia) di tipo chiuso.

Sebbene la tipologia di Fia che si possono quotare sul Miv sia ampia – italiani o europei, aperti al pubblico retail o riservati agli investitori professionali, costituiti in forma contrattuale (fondo chiuso) o negoziale (SICAF e comparti di SICAV), armonizzati a livello europeo (inclusi ELTIF, EuVECA, EuSEF) o autorizzati ai sensi della normativa domestica – e includa le spac e le società diverse dai Fia, con una strategia di investimento non ancora completata, quali ad esempio le SIIQ che non hanno ancora investito il capitale raccolto, di fatto il Miv è al momento un territorio se non inesplorato sicuramente ancora a scarsa densità di popolazione: i fondi chiusi quotati sul Miv sono appena undici e l’unico operatore di private equity quotato a Milano è NB Aurora, promossa da Nb Renaissance Partners.

Quest’anno, a detta dei promotori, dovrebbe quotarsi anche Hope, sicav guidata da Claudio Scardovi che punta a sfruttare le risorse provenienti dai Pir per fare da tramite tra il risparmio privato e le aziende non quotate. C’è poi l’intramontabile Tamburi Investment Partners, di fatto la prima holding quotata e rimasta l’unica per tanto tempo, che tutti citano come esempio virtuoso ma che nessuno ha mai seguito per davvero.

Uno e due, forse tre. Il numero di veicoli d’investimento in private equity quotati non arriva dunque a riempire una mano. E il fatto che i private equity italiani non pensino lontanamente a quotarsi è una questione sulla quale forse si parla troppo poco. Questo perché la quotazione risolverebbe due problemi che affliggono il mercato e nonché alibi di tanti investitori istituzionali che non hanno l’audacia di avvicinarsi a questo mondo e cioè la scarsa trasparenza e l’illiquidità. Diventando public, un private equity è in grado di attirare molte più risorse (così ad esempio aveva motivato la scelta di quotarsi  Christian Sinding, ceo di Eqt) e di fare quel salto di qualità utile al mercato nel suo complesso.

Ma allora perché in Italia nessuno ci sta pensando seriamente? Il problema non può essere, come abbiamo visto accadere nel resto d’Europa, la paura di non tirar su abbastanza risorse. E neanche la relativamente scarsa maturità del settore in Italia, rispetto ad esempio al mercato statunitense. Non è neanche una questione di dimensioni o di track record, in quanto ci sono realtà ben consolidate che non farebbero fatica a raccogliere consenso tra gli investitori.

Scuse, insomma, non ce ne sono. Fatto sta che al momento il mercato italiano, da questo punto di vista, fa fatica a rinnovarsi e fare scelte coraggiose. Ed è un gran peccato.

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