Essendo questo l’editoriale di fine anno avrei potuto facilmente dedicarlo a fare delle previsioni sull’anno che sta per arrivare, il 2023. Questo anche in virtù del fatto che nei colloqui che ho avuto negli ultimi giorni con gli addetti ai lavori di diversi settori economico-finanziari ho realizzato che qualche possibilità di fare previsioni c’è. Possiamo guardare la pipeline di operazioni di m&a, ad esempio, che si sta rimpolpando, facendo tirare più di un sospiro di sollievo a chi opera nel settore.

Tuttavia, sono d’accordo con chi dice che la funzione del giornalismo o più in generale della conoscenza non è tanto quella di prevedere il futuro quanto più di interpretare e spiegare il presente – tenendo ben presente ciò che è stato il passato. Per questo motivo non farò previsioni sull’anno nuovo (e considerando come è stato il 2022 da febbraio in poi, sarebbe anche sciocco a mio avviso) ma mi limiterò a evidenziare qualche punto fermo – e i conseguenti punti interrogativi – che penso possa essere utile tenere presenti per affrontare l’anno nuovo.

Un primo aspetto da considerare è il mutamento della concezione del lavoro. La scelta di Intesa Sanpaolo di introdurre da gennaio tutta una serie di misure di flessibilità, tra le quali anche la settimana lavorativa di quattro giorni, è indicativa di quanto le dinamiche lavorative stiano cambiando, di quanto ci si stia orientando sempre di più al risultato più che alle ore effettive lavorate, anche nel mondo della finanza. Il fatto che la banca abbia scelto di portare avanti questa modalità senza accordo sindacale è proprio legato alla sua novità e innovatività, cosa a cui gli stessi sindacati non erano preparati.  Le domande che derivano ora sono molteplici: altre banche o istituzioni la seguiranno? Si può immaginare un approccio simile anche per altre professioni? Pensiamo ad esempio ai consulenti, agli avvocati per dire una categoria, che fanno della disponibilità verso il cliente – senza giorni fissi, senza orari – un loro punto di forza. Potranno mai integrare un tale modello? E ai giovani andrà bene? Sono tutte questioni alle quali non dobbiamo rispondere ora ma che sicuramente ci porteremo avanti nei prossimi anni.

Un secondo tema è lo scoppio dell’ennesima bolla, stavolta quella del mondo tech, che ha riguardato non solo il mondo delle criptovalute ma anche i titoli dei big del settore, da Meta in poi. Ormai le assonanze con la bolla delle Dotcom dei primi Duemila sono evidenti ai più e possiamo facilmente riassumere la situazione così: se quantità di liquidità è inversamente proporzionale alla conoscenza di un determinato settore allora siamo di fronte alla ricetta perfetta per una bolla speculativa. Nel caso della tecnologia, come fu all’inizio di questo millennio, è molto facile investire in qualcosa che non si conosce perfettamente perché spesso parliamo di innovazioni che devono essere ancora totalmente comprese. Tuttavia il caso Theranos è emblematico di quanto negli ultimi dieci anni bastasse dire “tech” per attirare molti capitali. Ora è molto probabile che gli investitori saranno più prudenti, almeno per un po’. Questo potrà rallentare lo sviluppo di quelle tecnologie che invece possono veramente fare qualcosa di utile? Siamo di fronte a un’ondata di allergia verso la tecnologia in quanto tale? Ma soprattutto, gli investitori, dal più grande al più piccolo, avranno capito che dovranno dotarsi delle giuste competenze per comprendere cosa è un buon progetto e cosa no?

Terzo punto, la liquidità. Ormai lo sappiamo, in questi anni “drogati” dalle misure non convenzionali delle banche centrali, la liquidità in circolazione è stata abbondante ma allo stesso tempo è uscita dal mercato dei capitali perché questi rendevano troppo poco. Da qui la raccolta triliardaria dei fondi alternativi che è andata di pari passo con un impoverimento generale delle borse. Le quali, come si poteva prevedere, ora scontano i prezzi ribassati con una serie di delisting anche importanti. Adesso le cose stanno tornando alla normalità, i tassi si stanno rialzando, la liquidità torna sul mercato. Ma cosa troverà? Dove investirà se nel frattempo la densità di quotate è diminuita? Ci saranno altre quotazioni o altri strumenti che attireranno le risorse affamate dei vecchi rendimenti? E che evoluzione ci sarà per il private market? Tornerà indietro ai vecchi livelli o l’apertura da parte degli investitori è ormai in una qualche misura irreversibile?

Di altri temi interessanti ce ne sarebbero ancora molti e compito nostro in Dealflower è quello di continuare ad affrontarli anche nel 2023, nella speranza di fare un servizio utile ai nostri lettori, cioè quello di interpretare e spiegare il presente e stimolare il dibattito.

Lascia un commento

Related Post