Potrebbe essere davvero questo l’inizio di un nuovo corso per Cassa depositi e prestiti? A giudicare dal piano strategico, che è stato presentato ieri alla comunità finanziaria dall’amministratore delegato Dario Scannapieco e dal presidente Giovanni Gorno Tempini, sembrerebbe di sì. Il che è una buona notizia, considerando le potenzialità di una società che conta un attivo di 410 miliardi, 386 miliardi di raccolta postale e 36 miliardi di partecipazioni. A patto che, come direbbe Greta Thunberg, non siano solo “bla bla bla”.

Il piano al 2024 è sostanzioso: prevede un programma complessivo da 128 miliardi di investimenti, 65 messi direttamente dalla cassa dei quali 34 miliardi per le imprese e al sostegno all’internazionalizzazione grazie anche alla presenza di Simest e 21 miliardi saranno impegnati per infrastrutture e pubblica amministrazione. La strategia, si legge, si fonderà su alcuni pilastri, come il supporto alle imprese e un’attività di analisi strategica e settoriale, centrata anche sulla individuazione dei ritardi da colmare.

Alcune riflessioni.

La prima è che, grazie al cielo, l’attività di Cdp nel prossimo biennio non solo sarà legata a doppio filo con lo sviluppo del Recovery Plan – a lavoro sul quale Scannapieco ha voluto una task force dedicata – ma sarà rivolta al sostegno della pubblica amministrazione, stando almeno a quanto annunciato. Il piano europeo ha già previsto lo stanziamento di 3,3 miliardi per il coinvolgimento diretto della Cassa ma la società è pronta a sostenere la pa, accompagnando l’intero processo di realizzazione dei progetti. Il che però significa che dovrà apportare competenze, prima di tutto, e una struttura operativa che ci consenta di non perderci tra le lungaggini burocratiche e le inefficienze.

Un secondo aspetto riguarda l’equity. Troppo spesso Cdp è stata considerata un’operatore non di mercato che però opera nel mercato, acquisendo partecipazioni dirette discrezionali (Trevi, Valvitalia, Rocco Forte per citarne qualcuna) tramite entità diverse che lavorano allo stesso modo, come ad esempio Cdp Equity e Fondo Italiano d’Investimento. Senza contare poi il più recente Patrimonio destinato. Il piano non suggerisce alcuna razionalizzazione e nessuno sbroglio della matassa delle controllate, il che è un peccato, perché tante delle incomprensioni sul ruolo di Cdp arrivano anche da questa moltitudine di soggetti che lavorano come entità separate ma sorelle. Tra l’altro nel piano ci sono 7 miliardi a disposizione per questo tipo di investimenti, chi li farà? E come? La risposta a quest’ultima domanda si trova nel comunicato: saranno “interventi di scopo, dove l’impegno è finalizzato alla crescita o alla stabilizzazione di imprese in settori chiave, ma con logiche di uscita e di rotazione di capitale”. Benissimo, sfugge però quale sia la logica della scelta di investire in un’azienda che va bene piuttosto di un’altra che va altrettanto bene e in ogni caso resta sempre il dubbio se un soggetto come Cdp abbia senso che faccia investimenti diretti.

Ciò che è interessante è nel citato principio di crowd-in, cioè la “capacità di attrarre risorse da altri investitori”. Qui sta un punto centrale. Cdp ha la potenza, l’autorità e le risorse per fungere da catalizzatore di investimenti privati. Se dobbiamo portare avanti progetti di partnership tra pubblico e privato, Cassa è il soggetto ideale per farlo. Non dovrebbe mettersi in concorrenza con il mercato ma agevolarlo a investire in realtà e progetti che servono e fanno bene al Paese. Questo anche tramite fondi di fondi che, attenzione, devono essere capaci di attirare risorse italiane, fra quelle ancora sopite degli istituzionali, e straniere. Un’attività che dovrebbe essere potenziata.

Un altro tema riguarda le partecipazioni considerate “strategiche”, dove “Cdp manterrà un ruolo di azionista stabile a presidio di infrastrutture o asset rilevanti per il Paese”. Cosa vuol dire esattamente strategiche? La domanda è retorica ma non così tanto: possiamo infatti immaginare cosa è strategico per il Paese (la rete telefonica e le autostrade, ad esempio) ma la strategia di investimento andrebbe chiarita il più possibile. Se guardiamo infatti le partecipazioni “strategiche” che sono state acquisite finora è sempre stata la politica a scegliere in base alle partite del momento. Fu così con OpenFiber, quando al comando c’erano Claudio Costamagna e Fabio Gallia. Fu così per Tim, quando al governo c’era la nuova maggioranza gialloverde e si doveva sostenere il fondo Elliott contro Vivendi. Fu così anche per Aspi, al momento della cacciata della famiglia Benetton. È evidente che situazioni di questo tipo contribuiscono a creare un clima di sfiducia nel confronti del nostro Paese, soprattutto dal momento in cui Cdp è legittimata a intervenire a seconda dell’arbitrio politico del momento.

Che lo Stato voglia essere presente in realtà che gestiscono funzioni vitali per il Paese è comprensibile e lecito, tuttavia le condizioni vanno chiarite e dei paletti fissati. Onde evitare che ogni volta che cambia il governo, cioè mediamente ogni 700 giorni, cambi anche la veste del braccio finanziario del Paese, come in un qualsiasi calciomercato.

 

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